Ddl 1660: sicurezza o stato di polizia?

FONTE: https://tiremminnanz1.wordpress.com/2024/10/16/ddl-1660-sicurezza-o-stato-di-polizia/

Fin dai primi mesi del proprio operato il governo Meloni ha fatto della pubblica sicurezza uno dei propri cavalli di battaglia ed in continuità con questa linea politica, iniziata con il decreto Rave, il decreto Cutro e con il decreto Caivano, si pone perfettamente il nuovo disegno di legge approvato recentemente alla Camera: il c.d. Decreto Sicurezza o, meglio, “disegno di legge 1660 – Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario”).

Il contenuto di questo disegno di legge è ampio e variegato, andando esso a introdurre nuove fattispecie di reato, ad inasprire talune pene, ad aumentare i poteri della pubblica autorità ed a rafforzare talune misure coercitive della libertà personale.

Il tutto in relazione a situazioni apparentemente slegate tra di loro come l’accattonaggio, l’occupazione di stabili abitativi, le pubbliche manifestazioni, la cannabis light, etc.
Tutta questa serie di misure hanno alzato diversi polveroni, sia tra gli operatori del diritto che tra gli ambienti politici in opposizione con il governo, i quali hanno paventato il rischio di trasformazione dell’Italia da una democrazia ad uno stato di polizia, ma c’è davvero questo rischio?

Tra chi parla di norma “liberticida” e chi la ritiene una misura di contrasto alle innumerevoli ingiustizie sociali come le occupazioni delle case altrui o l’impossibilità di incarcerare le borseggiatrici perché in stato interessante, fondamentale per comprendere la portata del disegno di legge è innanzitutto analizzarne il contenuto anche alla luce dell’ordinamento giuridico nel suo complesso e, secondo noi, gli articoli di maggior interesse sono innanzitutto gli artt. 14 e 19 del ddl (anche se molti altri sollevano criticità).

Gli articoli 14 e 19 del “decreto sicurezza”

Ebbene, con il primo il governo Meloni mira ad inasprire le pene per chi “impedisce la libera circolazione su strada ordinaria o ferrata, ostruendo la stessa con il proprio corpo” prevedendo non più una sanzione amministrativa ma un vero e proprio reato, punito con la pena fino a due anni nel caso venga commesso da più persone riunite, come spesso abbiamo visto accadere nel passato più recente sulle nostre autostrade; inoltre, con l’art. 19 del ddl di modifica all’art. 339 cp viene prevista un’ulteriore aggravante dei delitti di violenza, minaccia e resistenza a un pubblico ufficiale, in virtù della quale la pena è aumentata se la violenza o la minaccia è commessa al fine di impedire la realizzazione di un’opera pubblica o di un’infrastruttura strategica.

I dubbi su queste norme sono palesi: da un’evidente limitazione dell’art. 21 della Costituzione che tutela la libertà di manifestazione a forti dubbi riguardanti la legittimità di queste norme, e di molte altre contenute nel ddl, come ad esempio quella che andrebbe a punire la resistenza passiva durante le rivolte carcerarie o quella che prevederebbe fino a tre anni di reclusione per chi deturpa gli edifici pubblici, alla luce del principio di proporzionalità in materia penale.

La disamina dei vari articoli e delle diverse criticità per ciascuno di essi potrebbe andare avanti per ore, il disegno di legge sembra scritto senza alcuna cognizione di quello che è il nostro ordinamento, dei principi fondamentali che lo regolano e delle numerosissime contrapposizioni che andrebbero a crearsi qualora diventasse legge, il tutto come più volte evidenziato sia da docenti universitari di diritto che da magistrati ed avvocati.

Ciò che più ci preme è il porre l’attenzione su quella che è la strategia messa in campo da questo governo per affrontare problematiche apparentemente semplici e quotidiane, ma che hanno cause ben più complesse e strutturali: il semplice utilizzo del diritto penale come strumento di propaganda politica.

Il diritto penale come strumento politico

Una lettura complessiva dei vari decreti in materia di sicurezza pubblica presentati dal governo in questi due anni rende abbastanza chiaro, infatti, che non vi sia alcuna intenzione di affrontare determinate situazioni di disagio o illegalità cercandone le cause prime, bensì che vi sia semplicemente la volontà di apparire come uno stato forte, che non ammette conflitto o divergenza, e poco importa se per apparire così è necessario comprimere i diritti dei cittadini.

E’ infatti molto più semplice punire chi occupa abusivamente una casa popolare, anche se sfitta e non assegnata da anni, piuttosto che risolvere alla radice il problema dell’emergenza abitativa nelle nostre città; è più semplice punire chi manifesta l’inumanità delle situazioni carcerarie piuttosto che investire tempo e risorse nella creazione di luoghi atti alla vera riabilitazione di chi sta pagando i propri errori; infine, è più semplice punire chi manifesta il proprio dissenso che affrontare i problemi reali degli studenti, dei lavoratori e dei cittadini tutti.

Noi non sappiamo se il testo passerà definitivamente l’esame del Parlamento, se diverrà legge e se verrà o meno dichiarato incostituzionale dalla Consulta, ci sentiamo però di rivolgere un monito a chiunque sia a favore di norme di questo tipo: la repressione più o meno tacita del dissenso ha come unico destino l’estremizzazione di tale dissenso e, seppur oggi i sondaggi sembrano delineare un quadro positivo per i partiti di governo e per i loro sostenitori, un domani quest’ultimi saranno all’opposizione e rischieranno di dover convivere con le stesse dubbie leggi di cui si fanno promotori ora.

Il diritto penale non può essere ridotto ad un mero strumento di propaganda politica, i conflitti ed i problemi sociali vanno risolti alla radice e dovrebbe essere questo il vero dovere del governo.

Di Edoardo

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