Sangiuliano era troppo sempliciotto e paisa’, ora Giuli è troppo sofisticato e incomprensibile. Prima ci si lamenta del livello basso che il dibattito politico e culturale italiano raggiunge, poi si critica con ferocissima spocchia (come ha fatto Luca Bottura su La Stampa) chi tenta, seppur maldestramente, di elevarlo. O almeno di non parlare solo di turismo e romanzetti. Quindi per Repubblica e Co. non c’è mai nessuno perfetto: sarà che da quella parte il modello è Franceschini, un nome una garanzia di milioni a pioggia sul culturificio editoriale e cinematografico post-comunista. Chiamali scemi!
È vero: si avverte nelle parole di Giuli un bisogno disperato di accreditarsi, di sentirsi parte del mondo dei paroloni: vorremmo rassicurare il Ministro che non c’è bisogno di farsi prendere dalla “Fusaro-mania” per essere rivoluzionari. Anzi, necessità primaria di un uomo di cultura “in missione” è farsi capire. Semplice non è mai stupido. Appurato questo tremendo peccato da parte del Neo-Ministro, potremmo anche sforzarci di scavalcare la soglia d’attenzione media di un redattore di Repubblica per capire quelle “incomprensibili linee guida” che Giuli ha enunciato con fin troppe parole.
Procediamo alla parafrasi:
“Con la quarta rivoluzione epocale della storia delineante un’ontologia intonata alla rivoluzione permanente dell’infosfera globale, il rischio che si corre è duplice e speculare”. Tradotto: viviamo in un momento storico governato da un bombardamento continuo di informazioni in continuo cambiamento nel quale è sempre più difficile individuare punti fermi. In questo scenario i rischi che si corrono sono due. Continua: “L’entusiasmo passivo, che rimuove i pericoli dell’ipertecnologizzazione, e per converso l’apocalittismo difensivo che rimpiange un immagine del mondo trascorsa, impugnando un’ideologia della crisi che si percepisce come un processo alla tecnica e al futuro intese come minaccia”. Tradotto: l’ottimismo sciocco che non vede i pericoli dovuti alla tecnologia che invade ogni angolo della vita, dall’altro il pessimismo aprioristico sul futuro e la tecnologia che ci porta a rifugiarci in visioni del mondo apocalittiche, o semplicemente passatiste ed incapacitanti. Ancora: “Non l’algoritmo ma l’umano, la sua coscienza, la sua intelligenza e cultura immagina, plasma e informa il mondo”. Questa in realtà è molto chiara: la nostra volontà scrive la storia, non i sistemi. Mica ci chiamiamo Bottura.
Dopo questo spezzone il Ministro fa un invito tutt’altro che imbecille: “Pitagora, Dante, Petrarca, Botticelli, Verdi, insieme con Leonardo e Galilei, Volta, Fermi, Meucci e Marconi, e al di là delle declamazioni dei grandi nomi della cultura umanista e scientifica italiana, è necessario rifarsi a questa concezione circolare e integrale del pensiero e della vita”. Spiegato: la tradizione italiana non è solo “umane lettere” ma anche ricerca, scienza, arte ed innovazione. Bisogna tornare a pensare una “tecno-scienza sacra” che non sia un territorio feudale per gli interessi di pochi ma un pensiero organico che abbraccia tutta “la natura delle cose”.
Arriviamo quindi alla conclusione: smettetela di voler fare contenti “direttori artistici e addetti alla cultura”. Parlare forbito è da idioti, soprattutto se ci sono messaggi importante da dover mandare. Con laurea o senza, a loro non andrete bene in qualsiasi caso, tanto vale dimenticarseli. Riteniamo invece molto valido l’invito a pensare la cultura non solo come ripiego su sé stessi ma come affermazione di volontà di fronte ad un mondo in accelerazione. Inviti in netta controtendenza al conservatorismo attuato da Sangiuliano che si traduceva nel solito “difendiamo l’Italiano dagli inglesismi”. Ora però c’è bisogno di fatti. C’è bisogno – appunto – di parlare chiaro. Iniziando magari dal tirare scappellotti ai propri vicini di panca in Sinagoga: Abodi e Valditara. Perché la cultura, se così la vuole promuovere Giuli, ha bisogno di scuola e sport finalmente riuniti in un scopo. Ha bisogno di energia giovanile e progetto.
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