Una delle più grandi contraddizioni che esistono nelle formulazioni e nel pensiero della sinistra moderna, figlia della Scuola di Francoforte e quindi di tutto ciò che è anti-Europa, è lo stretto legame che esiste ma che non viene riconosciuto da questa tra le moderne forme di immigrazione in Europa e il colonialismo nelle Americhe e in Africa.
Ovviamente parlare di quei fenomeni come eventi speculari è errato, così come fare considerazioni di tipo valutativo, ma è tuttavia interessante notare le somiglianze non colte dai fanatici dell’immigrazione e della cittadinanza regalata, entusiasti di questi fenomeni ma critici del colonialismo europeo.
Innanzitutto è importante notare il dato relativo al sesso dei “nuovi italiani” che ricorda molto la colonizzazione spagnola delle Americhe.
Così come il caso spagnolo, le attuali migrazioni sono prevalentemente di uomini: durante la crisi dei rifugiati del 2015, in particolare per i flussi provenienti dalla Siria, Afghanistan e Iraq, circa il 72% dei rifugiati che attraversarono il Mediterraneo erano uomini adulti, mentre solo il 13% era composto da donne e il restante 15% da bambini. Questo è un dato molto importante, in quanto lo squilibrio generato dalla prevalenza maschile sulla demografia di una nazione porta a diversi svantaggi, sia dal punto di vista di crescita della popolazione che dal punto di vista di welfare state, oltre a favorire la scomparsa di gruppi etnici, come ci insegna la storia.
Un’altra considerazione da fare è il tipo di immigrati che invece ricorda molto il tipo di colonialismo italiano del 900’.
La sinistra critica del colonialismo immagina il tipo di colono italiano come quello che solitamente è lo stereotipo del borghese: uno sfruttatore ingiusto che ruba agli autoctoni e sussiste grazie al suo furto.
In realtà sappiamo bene come a migrare verso le colonie erano quei proletari che, in una nazione giovane con una popolazione in rapida crescita, avevano la necessità di ulteriori spazi per poter crescere e trovarono nelle colonie un modo per affermarsi, contribuendo però anche alla crescita dei posti in cui andarono a vivere.
Un certa forma mentis colonialista ed imperialista (nel senso negativo e non virile del termine) ad oggi esiste principalmente nel tipo umano di sinistra.
L’idea che i popoli del terzo mondo muoiano dalla voglia di lasciare la propria casa, le proprie radici e la propria famiglia per emanciparsi in un continente diverso e qualitativamente migliore del proprio, dove si potrà vivere da “veri occidentali” è una concezione essenzialmente colonialista e suprematista. Lo stesso si può vedere nella concezione che si ha del lavoratore migrante, cioè di colui che deve fare i lavori più umili che gli italiani non vogliono più fare.
Ovviamente non si cerca di giudicare i due fenomeni moralmente come buoni o cattivi. Cercare una moralità nel rapporto tra popoli è stupido in quanto si tratta solamente, usando un termine del mondo delle Relazioni Internazionali, di Realpolitik: storicamente i popoli hanno sempre ragionato seguendo i propri interessi facendo un calcolo razionale e prendendo in considerazione la propria Potenza, cosa che solo la sinistra, con teorie più emotive che scientifiche come l’intersezionaloità razziale, non riesce a comprendere.
Una considerazione più oggettiva che ideologica che si può fare è riconoscere l’assoluta mancanza di Potenza dell’Europa, che per la prima volta nella storia rimane passiva davanti a quella che ha tutti i caratteri di una sfida epocale, atteggiamento, questo, favorito da corpi interni all’Europa stessa ma che si muovono contro questa.
Alessandro Alario

