Il calcio di provincia

Recentemente è venuto a mancare Totò Schillaci, eroe dei mondiali di Italia 90′ , trascinatore di intere generazioni incollate allo schermo in quei ritrovi serali fatti di italianità.
Perché ci sentiamo così amareggiati e quasi nostalgici di un tempo passato o vissuto solo per sentito dire?
Riaffiorano nella mente di chi li ha vissuti, periodi in cui il calcio apparteneva al popolo, alle famiglie, all’Europa, parliamo di un calcio vissuto allo stadio, quando ancora non trovavamo le tribune d’onore che rendono gli stadi l’ennesimo salotto per ritrovo borghese. Il calcio di provincia è semplicità pura.
Squadra, comunità, gerarchia di merito, poco mettersi in mostra, tanta voglia di cimentarsi.
Tacchetti rovinati, scarpini non di marca, magliette usurate dal sudore e dalla terra macinata; era il calcio delle sigarette fumate a bordo campo e della birra presa in compagnia con l’allenatore ed il presidente della società. Le curve erano ancora piene di gente che veniva a vivere il momento, in nome della propria identità cittadina e nazionale, niente riprese, niente esibizionismi, niente social, le curve si rendevano perciò un mezzo di espressione per esaltare le proprie tradizioni.
Con Totò Schillaci, perdiamo un altro pezzo di quel calcio trasmesso in TV con uno schermo sgranato passato dopo una tavolata in famiglia.
In un derby ormai dimenticato, i romanisti esposero uno striscione che descriveva la curva sud in quel momento: ”aristocratica e popolare”.
Oggi non è rimasto più nulla di aristocratico e popolare, le curve sono in mano alle mafie, le strutture di calcio di provincia a borghesi che puntano a rivedendere le giovani promesse per trarne profitto, gli stadi sono diventati teatri, le società storiche si sono trasformate in aziende.
Avviamo la nostra rivolta contro il calcio moderno.

Gabriele Sciarratta

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