Se il marxismo è l’antitesi del vero socialismo, che non può non essere nazionale, spirituale gerarchico e identitario, il liberalismo è l’antitesi del principio di difesa della persona e della libertà. Come è noto, il liberalismo nasce dell’Illumismo, filosofia sviluppatasi dapprima in Inghilterra e successivamente in Francia, alla quale seguì la Rivoluzione Francese. Gli illuministi sostenevano di voler liberare l’uomo per educarlo alla vera conoscenza, visto che fino a quando l’uomo avesse accettato dei principi “imposti ” non sarebbe stato veramente libero e illuminato. Il presupposto di tale dottrina era che tutti gli uomini nascessero uguali e liberi di determinarsi senza alcun tipo di gerarchia. Lo stato quindi da realizzare, secondo i liberali, doveva essere di tipo contrattualistico. Gli individui sono monadi isolate che vivono per se stessi e che sulla base di un personale interesse stipulano dei patti di convenienza con altri uomini. E la concezione platonica e aristotelica che invece nello stato, nella polis, vedeva la comunità naturale per eccellenza veniva dalla sovversione liberale combattuta, al fine di porre le basi per quello che oggi è il mondo moderno. Ma analizzando correttamente la questione, vien naturale porsi una domanda: cos’è l’individuo senza la nazione? In che termini si possono descrivere le sue caratteristiche fisiche, culturali, le sue attitudini, se non si parte dalla razza cui appartiene, dalla terra dei suoi antenati, dai mito, dalle consuetudini, dalla cultura e da tutto ciò che costituisce le fondamenta di ciò in cui lui si muove? Se la nazione non è una comunità naturale e spirituale, se in essa non vi sono gerarchie e particolarità individuali, vien meno la stessa dialettica tra nazione e individuo che giustifica l’esistenza di entrambi. Altro quindi non resta che un grigio indistinto e bestiale di tante singole unità separate, che si muovono secondo la legge dell’homo homini lupus e che, se tenute schiave del consumo, si avvicinano al concetto di uguaglianza marxista in misura nettamente maggiore che in un regime comunista, dove le tragiche condizioni economiche ai tempi dell’URSS si trasformarono per chi le subiva in una reazione sana e in un legame maggiore con tutti i valori che i tiranni sovietici miravano a distruggere. Da tale disamina si rende evidente che capitalismo e comunismo son due facce della stessa medaglia sia perché si trovano entrambi a raggiungere obiettivi che teoricamente vorrebbero combattere sia perché dovunque a dominare sia un fattore isolato e non l’organicità il risultato nel lungo termine sarà il medesimo, in quanto ogni differenziazione, ogni particolarità, assume il proprio significato soltanto all’interno di uno schema organico, in cui un conflitto necessario comporti una sintesi finale e in cui ogni cosa non sia ostacolata nel processo del movimento e della partecipazione.
Ferdinando Viola

