Di Ettore Rivabella
Gentile dà il titolo Umanesimo del lavoro al paragrafo 7 del capitolo XI
dell’opera Genesi e struttura della società. Saggio di filosofia pratica,
da cui ricaviamo parte di questo intervento, insieme a citazioni dei due
paragrafi successi uno indicato come “Famiglia” e il nono “Categorie dei
lavoratori e rappresentanza politica”.
In essi Gentile riconosce all’attività umana, compresa quella manuale e
non creativa, di essere connotata dalla medesima dignità fino ad allora
attribuita alla prassi intellettuale: ogni uomo acquisisce, alla luce di tale
concezione, la specificità dell’artifex. “All’umanesimo della cultura
…succede…l’umanesimo del lavoro”.
E’ una presa di coscienza di portata universale, in grado di porre la nuova
visione del mondo, con al centro il valore del lavoro, finalmente nobilitato
nel profondo, in ragione di una nuova, più ampia assunzione di
responsabilità .
Gentile infatti afferma “Lavora il contadino, lavora l’artigiano, e il
maestro d’arte, lavora l’artista, il letterato, il filosofo”.
E’ quindi una vera Rivoluzione spirituale e materiale che dà al Lavoro
una nuova centralità e con essa anche al Lavoratore, finalmente “faber
fortunae suae”, anzi “faber sui ipsius”.
A partire da questa “visione” cresce e si rafforza una nuova concretezza
sociale, lontana dall’utopismo borghese e dal classismo socialista.
“L’uomo reale, che conta, è l’uomo che lavora, e secondo il suo lavoro
vale quello che vale. Perché è vero che il valore è il lavoro, e secondo il
suo lavoro qualitativamente e quantitativamente differenziato l’uomo vale
quel che vale.”
Tale esaltazione gentiliana del lavoro e del lavoratore è anche una critica
della categoria moderna della rappresentanza, stigmatizzata per la sua
artificiosità, a fronte di una rappresentanza organica attraverso
l’organizzazione corporativa dello Stato, che consente un immedesimarsi
reciproco di individuo, società civile e Stato.
“Lo Stato non può essere lo Stato del cittadino della Rivoluzione
Francese, ma dev’essere quello del lavoratore …non atomisticamente
considerato come lo considera il comunismo“ ma nel nucleo familiare in
cui è responsabilmente e naturalmente integrato
La sua è una visione metapolitica. Oltre l’idea dell’homo oeconomicus,
oltre l’egoismo (di classe e non solo).
Da qui il richiamo a un più elevato e più umano ideale, “a una forma di
vivere sociale dove tutta si possa liberamente spiegare la forza dello
spirito, e che cominci dunque dal far guerra a ogni sorta d’individualismo
astratto”.
È l’organicismo comunitario gentiliano: “In fondo all’Io c’è un Noi; che è
la comunità a cui egli appartiene, e che è la base della sua spirituale
esistenza, e parla per sua bocca, sente col suo cuore, pensa col suo
cervello”. L’Umanesimo del lavoro rappresenta la sintesi di queste nuove
aspettative, in grado di superare il puro e semplice umanesimo della
cultura, accettando la sfida della modernità, segnata dalla creazione della
grande industria e dalla “avanzata del lavoratore nella scena della grande
storia”, allargando il concetto stesso di cultura a “là dove l’uomo è contatto
della natura, e lavora”.
Il lavoratore non è semplicemente un lavoratore generico. Il lavoratore si
differenzia e appartiene ad una categoria, la quale ha suoi interessi
peculiari e deve accordarsi con gli interessi delle altre .
Quindi “la volontà individuale non potrà essere una volontà indiscriminata,
ma una volontà differenziata in un sistema organico”.
“Questo è il concetto dello Stato Corporativo , che vuole essere Stato
della libertà aderente alle effettive determinazioni del popolo”.. quale è
effettivamente, “non come nel liberismo alla francese o peggio all’inglese
sorto sullo scorcio del Seicento a giustificare il governo della classe degli
abbienti”.
Idee e visioni con cui ancora oggi possiamo/dobbiamo confrontarci, grazie
alla preziosa opera di valorizzazione dell’opera gentiliana, alimentata– a
partire dagli Anni Quaranta– dall’attivismo di una giovane e dinamica
pattuglia intellettuale, in cui spiccavano i nomi di Gaetano Rasi, Primo
Siena, Vittorio Vettori, Ernesto Massi, Vito Panunzio . Come grazie al
contributo dell’amico Mario Bozzi Sentieri, da cui ho tratto supporto per
questo intervento, possiamo trarre utili approfondimenti per trasporre ad
oggi i concetti gentiliani e non solo.
Partecipazione, Cogestione, Socializzazione sono termini a noi cari ed
indicano un percorso per attualizzare l’umanesimo del lavoro e
riposizionare il lavoro e il produttore al centro di uno Stato moderno che si
opponga al modello neo liberista globalista ed apolide.
Questo percorso, che negli anni si è mantenuto sottotraccia, trova oggi nel
ddl del Governo una possibile prima attuazioni.
Infatti, nonostante l’articolo 46 della Costituzione repubblicana, parli
chiaramente di partecipazione dei lavoratori alle gestione delle aziende,
un movimento sindacale, monopolizzato da una componente che puntava
ad un costante conflitto di classe, piuttosto che ad attuare forme di
partecipazione con facoltà di indirizzo e controllo, nonché organizzazioni
datoriali altrettanto ostiche a cedere spazi in un’ottica di collaborazione
prospetticamente paritaria, non ne hanno mai permesso l’applicazione.
Certo questo disegno di legge è solo l’inizio di un percorso ed è altrettanto
certo che si debba affrontare un sindacato che in alcune sue componenti,
pur privo di una reale strategia alternativa, non è ancora scevro da una
back ground ideologico che pone i rapporti tra lavoratori e datori di lavoro
solo in termini di conflitto, cosa che ovviamente ha dirette conseguenze
sullo stesso approccio dei lavoratori all’argomento.
Tuttavia la scelta, seppur di vertice, della CISL ha rotto un fronte quasi
cinquantennale e la presenza della UGL discendente diretta del
sindacalismo nazionale e partecipativo, rappresenta forse una opportunità
irripetibile.
Tuttavia il problema, come indicato in precedenza, è principalmente
culturale. Si deve far sì di preparare, formare datori di lavoro, uffici
personale, lavoratori, quadri sindacali a questa svolta epocale.
Si devono poi evitare situazioni incresciose, come nel passato, in cui la
partecipazione si limitava ad essere una vuota e non realizzata
contropartita ad effettive perdite di tutele e retribuzione reale o, nella
migliore delle ipotesi, ad una presunto obbligo di informativa da parte del
Datore di lavoro senza alcun effetto conseguenziale.
Relativamente poi alla trasformazione in chiave Corporativa degli organi
di rappresentanza, direi che l’attuale crisi dei partiti politici, ne confermi
l’esigenza, data l’ormai evidente incapacità degli stessi di rappresentare il
“paese reale” e canalizzare la partecipazione dei cittadini alle scelte, nel
necessario rapporto tra sovranità popolare ed istituzioni.
Tuttavia una svolta corporativa, che potrebbe partire da un recupero delle
potenzialità del CNEL , terza camera in rappresentanza di categorie ed
interessi, come prevista dai Costituenti, non dovrebbe ripetere gli errori del
passato, che hanno visto l’utilizzo degli organi di rappresentanza in una
ottica di controllo ed indirizzo da parte dell’esecutivo, piuttosto che di reale
partecipazione e mediazione degli interessi dei produttori, nel rispetto dei
supremi interessi della Nazione.
Cosa Manca ? Il discorso sarebbe ovviamente complesso ed andrebbe
analizzato da molteplici angolazioni. Sarebbe interessante su questo tema
aprire un dibattito e ognuno di noi avrebbe certamente valutazioni più che
interessanti.
Tuttavia in prima approssimazione, si può affermare che manca almeno in
parte la capacità di focalizzare e posizionarsi sui temi del Lavoro e dei
Produttori ,
della Partecipazione e della Rappresentanza in una
Democrazia Organica. Manca spesso una reale critica alla Democrazia
rappresentativa di stampo liberale, manca una incisiva azione contro il
neoliberismo mondialista .
Per questo è nata la rubrica di KulturaEuropa “Partecipazione” che si
prefigge di portare un piccolo contributo in questa direzione con una
“squadra” di professori, sindacalisti, studenti, ricercatori, militanti che
dibattono, approfondiscono, affrontano i temi del presente: salario,
produttività, disoccupazione, Europa, immigrazione, calo demografico,
crisi aziendali, scuola, università, fonti energetiche, nucleare, green
economy e tanto altro, in un’ottica “partecipativa”, puntando il dito sulle
contraddizioni della società neoliberista, sul globalismo e sull’attuale
sistema democratico, che supporta esclusivamente le elites plutocratiche e
i loro valori, come già affermava Gentile 80 anni fa.
Ettore Rivabella


Grazie. Magistrale!!!