Mito delle quattro età tra decadenza e lotta

Secondo le scritture induiste e secondo il mito greco, quattro sono i cicli che caratterizzano la vita degli uomini sulla Terra. L’età aurea, nell’induismo satya yuga, l’età del argento, treta yuga, l’età del bronzo, Dvapara Yuga e, infine, l’età del ferro, kali yuga. Tuttavia, nella tradizione greca ,a tale ciclo se ne aggiunge un altro, a se stante, ovvero l’età degli eroi, quando, l’intervento di pochi uomini migliori riuscì a ristabilire le leggi olimpiche e ad invertire il ciclo di decadenza inesorabile. La presenza dell’età degli eroi all’interno del ciclo assume un’importanza straordinaria, in quanto rappresenta quella che è da sempre in Europa la visione che dell’uomo si ha. Per quanto vi siano dei principi divini immutabili, l’azione degli uomini non esiste per caso e sono proprio loro che hanno il potere di ispirarsi ai principi olimpici, dopo averli conosciuti, oppure di ignorarli, lasciandosi trasportare dal caotico delle forze telluriche. È a loro demandata la possibilità di regolare le leggi della terra in senso demetrico, quindi subordinato e complementare alle leggi del Cielo, oppure di far sì che il titanico prevalga e ad essere egemoni siano le forze ctonie. In tal senso, possiamo definire la visione europea ottimista o pessimista? Guardando al mito di Esiodo, in realtà, nonostante l’età degli eroi, subito dopo giungendo l’età del ferro, sembrerebbe che possibilità di ascesi siano impossibili, cosa perfettamente attinente all’amore che i greci avevano per il tragico, ovvero come inesorabile forza che spesso riesce a sopraffare gli eroi anche motivati dai migliori fini. Leggendo, invece, la versione del mito degli eroi di Virgilio, si ha un’impressione totalmente diversa, in quanto più che come una punizione di Zeus, il poeta delle Georgiche e dell’Eneide, ritiene la decadenza dall’età dell’oro al ferro come un modo per risvegliare gli uomini dal torpore che il benessere dell’età dell’oro aveva causato. Un uomo spinto dalla necessità deve mettere a frutto il suo ingegno migliore, praticando un’etica guerriera. Si potrebbe quindi sinteticamente affermare che i romani arrivarono a capire quale fosse il senso della guerra e della fatica. Siccome a caratterizzare il cosmo è l’azione continua e il movimento, uno spirito e un sangue stantii finiscono per ammalarsi e perire di inedia. Lo spirito greco e romano uniti danno modo di comprendere quale doveva essere l’etica indoeuropea originaria, consapevole dei limiti e del tragico, ma anche consapevole dell’importanza dell’agire. Conscia delle decadenze, ma anche consapevole della necessità di esse come strumento per non essere distrutti dell’apatia e del fondamentale alternarsi tra fasi prospere e felici e fasi ardue. Ed è questa la più grande lezione che i moderni hanno da imparare perché l’Europa risorga.

FERDINANDO VIOLA

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