A chi non è mai capitato di sentire il noto slogan “vogliamo l’Europa dei popoli”, non questa attuale? Per quanto tali parole sembrino avere un certo fascino, in realtà tradiscono un atteggiamento di sottomissione culturale ai dettami del nemico. Chi parla di Europa dei popoli, infatti, spesso, al concetto di popolo contrappone quello di élite, dando a questo vocabolo valenza negativa. Una simile propensione è propria dei marxisti, i quali da sempre interpretano la storia con questa chiave di lettura. Chi, invece , si ispira ad una visione tradizionale, eroica e aristocratica della vita, quella che ha attraversato tutte le epoche più gloriose della storia europea, dovrebbe invece ben sapere che l’arte del comando, l’arte della politica e del dominio è un dono di pochi migliori. Sono i pochi a fare la storia, le masse dai pochi vengono formate, anzi, queste divengono popoli proprio quando a guidarle solo uomini di grandi virtù spirituali. Le decadenze, invece, sono il frutto dall’inversione delle gerarchie, che comporta che proprio le istanze caotiche delle masse siano predominanti. Che poi, anche in epoche iperdecadenti quali quella contemporanea siano sempre i pochi a dominare non significa certamente che allora il popolo, le masse e le maggioranze siano la parte sana. In virtù del fatto che sono sempre le minoranze il soggetto di ogni rivoluzione e di ogni fase storica, oggi accade che ad avere l’egemonia siano minoranze sovversive, da cui le maggioranze sono influenzate. Una piramide può tendere in alto o in basso, ma al vertice vi è sempre un ristretto numero di persone che fonda il proprio potere esattamente sulla capacità di plasmare chi è sotto di esso. Che poi quando a contare siano i fattori economici, il materialismo e l’omologazione, le persone siano quelle che più ne soffrono è certamente vero, ma dipende dal fatto che dove non vige il principio a ciascuno il suo, dunque, a ciascuno la propria funzione, nessuno possa sentirsi veramente realizzato, non certamente perché i vertici non sono legittimati dal basso. Pensarla in tali termini significa essere degli uomini moderni a tutti gli effetti in fatto di spirito, cultura e mentalità, perché è proprio di tutte le ideologie disgregatrici ed egualitarie l’idea che la legittimazione dei governanti non venga da Dio ma dal popolo, non sia il frutto di un principio superiore di verità, bensì di consenso in termini numerici. La sfida non è tra élite e popolo, ma tra impero e democrazia, spirito e materia, sangue ed economicismo, differenziazione ed omologazione. Noi non vogliamo l’Europa dei popoli, noi vogliamo l’Europa imperiale e identitaria. Noi vogliamo l’Europa retta da idee superiori. Noi vogliamo l’Europa che incarni appieno la metafisica della guerra, del sacrificio e del cosmos.
FERDINANDO VIOLA

