LUCIO BATTISTI. UNA LETTURA CONTROCORRENTE.

È da poco uscito (aprile 2024), per i tipi di Cinabro Edizioni,
Volando intorno alla Tradizione. Lucio Battisti fra musica ed
esoterismo. L’Autore, Marco Rossi, storico e studioso del
pensiero tradizionale, è già noto ai nostri lettori per altre
pregevolissime opere quali, solo per citarne alcune, Sintesi di
Storia d’Italia politicamente scorretta (I libri del Borghese,
2020) e La grande finanza e l’Occidente. I retroscena di una
guerra sconosciuta (Arya Edizioni, 2022).
Tra i molteplici interessi di Rossi incontriamo anche l’arte
contemporanea, in modo particolare la musica, intesa non come
mera occasione di intrattenimento o di effimero godimento
emozionale, ma nelle sue valenze profonde. Ha dedicato, tra
l’altro, un saggio ai Rolling Stones: Lascia che sanguini.
Contestazione e crisi giovanile attraverso la musica (Il Falco,
1983 e Battisti – Mogol. Tradizione spirituale ed esoterismo
(Ibiskos, 2005) che rappresenta la prima stesura dell’opera che
stiamo ora presentando.
L’Autore intende trattare un aspetto legato alla produzione di
Mogol e Battisti mai preso in considerazione, o comunque
trascuratissimo, da biografi e critici musicali: la presenza di una
spiritualità legata alla Weltanschauung tradizionale
riconducibile a grandi pensatori del Novecento quali Guénon,
Steiner, Gurdjieff, Scaligero, Eliade, ma, soprattutto Julius Evola.

Una visione del mondo ancorata ad una critica radicale
nei confronti della decadenza del mondo moderno, nel nome di
una sfera valoriale, trascendente ed eterna, natura profonda,
sostanza originaria, destinata a risorgere ciclicamente.
Rossi, in modo rigoroso e avvincente, prende in esame, nella
prima parte del testo, l’intera parabola della fortunata e
irripetibile collaborazione fra Mogol, più poeta “visionario” che
semplice paroliere e Lucio Battisti, autentico e geniale
innovatore, sia dal punto di vista armonico che melodico, della
canzone italiana. Il sodalizio fra i due artisti dette luogo ad una
rivoluzione, paragonabile a quella operata dai Beatles in area
britannica. A parte i casi di Francesco Guccini e di Fabrizio De
André, che si rifacevano ad altri filoni musicali, tutti i maggiori
cantanti e gruppi italiani sono stati fortemente e radicalmente
influenzati, in modo diretto o indiretto, da Battisti.
L’Autore si sofferma, in modo particolare, intorno al periodo
compreso fra il 1970, anno in cui uscì il celeberrimo brano
Emozioni e il 1975, legato ad un altro capolavoro: Anima latina.
Il contesto storico generale di quegli anni, definiti spesso come
“anni di piombo”, era quello della cosiddetta “egemonia
culturale” della sinistra unita al primato di una concezione
desacralizzata, materialista, edonistica di bassa lega,
dell’esistere. Un’egemonia che, attraverso l’asfissiante
“politicamente corretto” e una presunta, quanto infondata
“superiorità morale” del mondo progressista e radicaloide, si
sarebbe protratta fino ad oggi.
È noto a tutti il grande successo popolare delle canzoni di
Battisti, un successo che si potrebbe definire “trasversale” e non
legato ad una particolare fascia di età.

Eppure, a un certo punto (1972, per la precisione) Battisti esce di scena: non compare più
in televisione, non partecipa a concerti, non concede interviste,
si ritira in una sorta di natura incontaminata pur continuando a
scrivere musica memorabile e a mietere successi, sia in Italia
che all’estero. Come spiegare questa apparente contraddizione?
Marco Rossi, sulla scorta di una documentatissima analisi, non
ha dubbi. I brani di Battisti e Mogol, infatti, erano in oggettivo
conflitto, ammesso che li si sapesse intendere, con lo spirito dei
tempi. Troppo spesso, infatti, quei brani erano intesi quali belle
canzoni, legate a emozioni e sentimenti anche raffinati, al
rapporto uomo-donna, città-campagna, ma niente di più.
Eppure, a ben comprendere, risultava palese la lontananza
abissale dal materialismo nichilista imperante. Lontananza che
portava ad un profondo disagio esistenziale e alla ricerca di un
nucleo originario da cogliersi, nell’uomo interiore, attraverso il
mito e il simbolo, e quindi di una liberazione dalle angustie di
un presente ostile ad ogni ricerca spirituale superiore.
“Non sono un cantante impegnato”, ebbe a dire Battisti a Renzo
Arbore. E, negli anni Settanta, quell’espressione doveva risultare
chiara, essendo l’impegno conclamata prerogativa
dell’intellettuale di sinistra. Per cui il “disimpegno” si
identificava come complicità col “sistema” che, a parole, i
progressisti volevano abbattere. Con i risultati noti…
Ma torniamo ai testi. È evidente, soprattutto in alcuni brani quali
L’aquila, Sognando e risognando, Il mio canto libero, Il nostro
caro angelo, La collina dei ciliegi, Uomini celesti, Due mondi, e
molti altri ancora, la presenza di temi legati alla Weltanschauung
tradizionale. Ma non vogliamo privare il lettore del piacere di
scoprirli, attraverso l’affascinante analisi di Rossi.

Si tratta di riprese volontarie? Probabilmente no: più che a
contenuti desunti da libri pur di altissimo valore, sono
riferimenti intuitivi ad un patrimonio spirituale che caratterizza
la sfera profonda dell’Essere, di cui viviamo uno dei molteplici
stati.
Secondo Platone e Schelling, l’autentica ispirazione, atto che
supera ogni mediazione intellettualistica, permette all’artista una
comprensione immediata dell’Assoluto, del dominio
incondizionato da spazio e tempo, che trascende la caotica
dimensione del mutevole divenire, del mero, superficiale e
fantasmatico apparire.
La seconda parte del saggio esamina l’ultimo periodo del
sodalizio Battisti – Mogol, e le successive collaborazioni con
Velezia (pseudonimo della moglie di Battisti) e, in seguito, con
Pasquale Panella. È evidente, pur alla presenza di pregevoli
brani, un certo allontanamento dalle atmosfere del periodo 1970-
1975, anche se non una contrapposizione. Sembra all’Autore, e
concordiamo, che a prevalere sia l’uso di un linguaggio
autoreferenziale, slegato dalla sfera dell’essere. Sembra che una
mentalità tecnicistica si sia sostituita al momento “magico” della
creatività artistica e dell’intuizione pura.
Volando intorno alla Tradizione, dunque, è una lettura molto
originale, che non si limita ad aspetti biografici o a disamine
d’ordine estetico o artistico avulse da un contesto generale per
quanto complesso possa essere. Riesce a dare un’immagine del
genio di Lucio Battisti lontana da luoghi comuni o da vieti
cliché, quali la sua appartenenza o meno alla “destra”.
Battisti, per concludere con le parole di Marco Rossi ,

«ha mostrato di volare sempre alto, di saper rimanere da solo sia
quando viveva un successo prodigioso sia quando seguiva scelte
impopolari […] una specie di anarchico, ma un anarchico molto
poco moderno, come accade in fondo per parecchi italiani […]
un carattere antico, molto antico; per il quale né la Chiesa
Cattolica né alcuna parentela politica politicamente corretta
possono valere; una specie di uomo rinascimentale o, meglio,
romano, per il quale l’esaltazione solare della Natura e della
propria dimensione individuale valgono sopra ogni cosa, sopra
ogni normalità.»

Giuseppe Scalici

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