PARTICOLARE E UNIVERSALE ALLA BASE DELL’ IMPERIUM

Quando si pensa all’impero, tendenzialmente si ha come immagine una vasta unità territoriale, comprendente più nazioni ,più etnie, diverse religioni, diversi costumi, tutti sottoposti ad un’autorità centrale. Questo è in parte vero, ma il concetto di impero non si limita soltanto a questo, non si ferma ad una mera dimensione territoriale e materiale, altrimenti si dovrebbe ritenere impero gli USA, come si ritiene l’impero Romano, il sacro Romano Impero, l’impero austroungarico. Occorre, quindi, che il militante politico prima di tutto recuperi in toto ciò che significa “imperium” nell’etica propriamente romana, che rappresenta l’anima profonda europea e che infatti ha dato forma a tutte le manifestazioni dell’impero succedutesi in Europa nel corso dei secoli. Imperium è in primis un’autorità dinamica e guerriera; l’imperatore a Roma era colui che esercitava l’imperium su chi sottostava alla sua auctoritas, e chi godeva di imperium e di auctoritas era al vertice della gerarchia. L’imperium era un privilegio di cui, prima dell’era augustea, godevano solo le magistrature più importanti. Chi era sottoposto all’imperium tra i vari vincoli aveva quello della fedeltà delle armi, quindi, il combattere sotto le insegne imperiali. Appare dunque evidente il connubio tra l’imperium e Marte. Caratteristica poi che doveva avere chi godeva dell’onere e dell’onore dell’imperium era la facoltà di controllare se stesso. Il dominio del proprio io. E, in effetti, l’ethos tradizionale dei popoli indoeuropei ci insegna che ciò che accade nel macrocosmo della comunità accade anche nel microcosmo intrapsichico dell’uomo. Motivo per cui può dominare sugli altri solo chi domina su se stesso. E, come il dominio su una comunità deve seguire regole gerarchiche, sacre, che non possono essere soggette all’arbitrio di un tiranno sovversivo, come fu Creonte, il dominio del proprio io deve reggersi sulle medesime basi. Gli indoeuropei consideravano l’uomo costituito di tre parti fondamentali, lo spirito, concernente le facoltà superiori dell’intelletto, ciò che rende l’uomo partecipe dei principi superiori, differentemente dagli altri animali, l’anima e il corpo. E loro in ciò intravedevano il fatto che alla base della vita umana vi fosse quindi una parte sacra, una parte guerriera e una parte economica. Su tali basi Platone illustrò quella che doveva essere la polis ideale, governata dai filosofi, evidentemente non nel senso razionalistico moderno del termine, ai quali seguivano i guerrieri e infine gli artigiani, gli agricoltori, i mercanti e così via. Da ciò si trae la logica conclusione che l’uomo migliore è colui che riesce a soggiogare le sue parti più materiali e istintive all’intelletto e al coraggio. Ed è in tal modo che egli dimostra di poter esercitare su sé stesso l’imperium. L’arte della guerra è necessaria soprattutto perché la prima guerra da vincere avviene dentro di sé, in quanto l’uomo valoroso deve riuscire, per giungere sempre più vicino al divino, a dominare e ad incanalare negli appositi ranghi quanto di più infero e tellurico cerca di condurlo verso il basso. Il tutto trova poi coronamento nelle simbologie del mito, che spesso collegano l’ascesi eroica come una liberazione dall’Ade, cui invece è destinato a rimanere chi non ha la capacità di divinizzarsi. Quanto fin qui descritto mostra un costellarsi di immagini e tendenze che dal particolare tendono all’universale e alla concordanza tra le parti. Un impero è tale solo se rispetta le classi sociali, le particolarità territoriali e le nazioni che lo compongono. Ed è dall’amore di Patria che si può amare veramente l’universalità. L’ecumene imperiale romana non livellò e non fece dell’uguaglianza il cardine della sua azione. Dovunque invece si confonda centralità e centralismo, dovunque si sovverta l’universalità delle gerarchie con il cosmopolitismo, dovunque il principio della comunanza tra patrie che combattono per un medesimo ideale sia trasformato nell’omologazione globale, a concretizzarsi è l’imperialismo, di marca esclusivamente antieuropea e tramite cui le principali potenze allo stato attuale sottomettono l’Europa, tenendo sopite le sue spinte rivoluzionarie. Perché l’Europa rinasca deve riscoprire il legame con le sue radici più antiche e deve far propri i principi di polis e imperium, di particolare e universale. È da tali prerogative che vien rigenerata la potenza europea.

FERDINANDO VIOLA

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