NAZIONALISMO E EUROPA

FONTE: https://tiremminnanz1.wordpress.com/2024/03/26/nazionalismo-e-europa/

L’idea di nazione, fin dalla sua comparsa nel moto storico, ha rappresentato per molto tempo uno dei principali vettori mobilitanti sia dal punto di vista politico che culturale. Senza entrare troppo nello specifico dell’origine storica della categoria, l’affacciarsi di questo termine e della moltitudine di valori ad esso associati può essere identificato nel periodo dell’Europa post Rivoluzione francese. Durante la cosiddetta Restaurazione, il mito della nazione elaborato (tra le altre spinte) dalla cultura romantica come sintesi di valori di un popolo in antitesi ai valori di un altro servì per mobilitare intere classi contro il legittimismo nel quale si erano chiuse le forze conservatrici. In seguito, la nazione divenne il contenitore di determinati valori. Seguendo le parole di Adriano Romualdi, uno dei principali intellettuali rivoluzionari del secondo dopoguerra, la nazione divenne nell’800 quella forma con cui le classi istruite dei paesi occidentali indicarono la responsabilità da esse sentita verso i valori spirituali tramandati dal passato e che il materialismo, l’industrialismo e l’indifferenza delle masse minacciavano di distruggere.

Teoria nazionalista tra Corradini e Maulnier

Il movimento nazionalista, ai suoi inizi, ha trovato delle difficoltà nello sviluppo di una propria teorizzazione unitaria data la diversificazione di approcci e di visioni. Fin dalla prima circolazione nel lessico politico del termine nazione dalla fine del XVIII secolo, è sempre stata presente la necessità di chiarificazione e determinazione rigorosa di categorie politiche iscrivibili nell’alveo del nazionalismo. A cavallo tra XIX e XX fiorì un vasto ambiente culturale nel quale emersero dei primi approcci dottrinali.

In Francia queste lacune vennero colmate da Charles Maurras e Maurice Barrès, due intellettuali di punta che contribuirono con i propri spunti alla teoria culturale e politica dei nazionalisti in tutta Europa. In Italia invece l’opera di fissazione della dottrina nazionalista passò per la penna di Enrico Corradini, tra i fondatori nel 1910 dell’Associazione nazionalista italiana oltre che prolifico saggista e intellettuale. L’intera fatica culturale di Corradini ebbe come obbiettivo quello di dare alla penisola un solido corpus teorico nazionalista e un sistema dottrinale compiuto. Per questa impresa fondativa lo scrittore s’impegnò, in seguito ad un’intensa attività sulle pagine di alcune riviste dell’area nazionalista, alla stesura nel 1922 de L’unità e la potenza delle nazioni, una vera e propria summa del pensiero nazionalista.

Il saggio riprende e rielabora tematiche ricorrenti nelle riflessioni di Corradini donandogli una cornice unitaria dalle evidenti influenze nietzschiane. La nazione è considerata una “persona spirituale”, una comunità, appunto spirituale, di tutte le generazioni dal carattere immateriale, che in questo modo rigetta la concezione “presentista” e naturalista di nazione legata al materialismo. Lo stesso Rocco, altro principale intellettuale dell’“idea nazionale”, considerava la nazione come l’unità riassuntiva della serie indefinita delle generazioni. Il nazionalismo, di conseguenza, è conoscenza delle leggi di vita delle nazioni (viste come manifestazioni storiche della forma specifica della società umana). La visione conflittuale della storia di Corradini è incentrata su una lotta incessante originata dalla specie (concezione vitalista simile alla “volontà di potenza” del filosofo di Rocken) su tutti i piani della realtà materiale e immateriale, scontro che incarna a pieno la vita organica delle nazioni. Il nazionalismo, sempre per Corradini, è anche il ritorno alla comprensione spirituale di questa vita delle nazioni e dottrina degli istituti di unità organica e di potenza imperiale. Questo continuo richiamo all’unità e alla lotta nella natura intrinseca del concetto di nazione, vista come una società fisica, etnica, storica, spirituale e politica con un corpo, un territorio e una razza (storica), identifica poi lo Stato come volontà effettiva di unità e potenza che rappresenta la stessa nazione organica e attiva. All’interno di altri testi, Corradini identifica il fondamento della concezione nazionalistica sulla natura collettiva della vita, un individualismo unito al collettivismo che vede proprio nella nazione l’unità maggiore di vita collettiva e sociale. In questo senso la dottrina nazionalista considera gli individui come elementi immersi e permeati dalla vita della nazione, organi per il suo scopo superiore e non fine dell’organizzazione sociale. I fini nazionali acquistano così, attraverso la supremazia dello Stato, preminenza assoluta sui fini e i gruppi individuali. La visione di Corradini è sentimento, impulso e istinto naturale che si trasforma in volontà consapevole che agisce nel mondo attraverso la nazione: identità nazionale dimensione decisiva del nostro essere nel mondo.

Dopo poco più di quindici anni dal saggio di Corradini, Thierry Maulnier, intellettuale non conforme del variegato ambiente nazionalista francese tra le due guerre, scrive nel 1937 Au delà du nationalisme, un ricco testo di analisi e di teorizzazione della dottrina nazionalista a fronte delle molte influenze culturali e politiche del periodo. In particolare, Maulnier intendeva liberare il nazionalismo dalle ingerenze “borghesi” prefigurando una sintesi rivoluzionaria contro il marxismo e il grande capitale, riassestando l’idea nazionalista sui binari giusti della storia. L’importante lavoro dell’autore ha l’intento rivoluzionario di superare il nazionalismo ottocentesco, impregnato da contaminazioni borghesi e parlamentarismo democratico, e fondere così l’“idea nazionale” e il socialismo. La nazione è vista, similmente a Corradini, come una comunità organica e storica mentre il “vincolo nazionale” come sociale e comunitario, con una forte coscienza storica. Anche in questo caso l’eco di Nietzsche è presente nella concezione di una comunità nazionale storica e biologica vista come intrinsecamente pervasa da una energia vitale al di sopra degli antagonismi e da dinamismo interno attivo e vivente. Autodeterminazione, lingua e stirpe non sono per Maulnier definizioni esatte per la categoria nazionale. La nazione è così una forma di vita sociale radicata nella biologia e nella storia che nulla ha che fare con la visione individualista del pensiero contrattualista, un paradigma privatistico ed economicistico tipico del liberalismo e del marxismo. In questo scenario lo Stato assume la forma giuridica e politica della comunità nazionale intesa nella sua continuità storica, ovvero la società nella sua totalità. L’opera intellettuale di Thierry Maulnier è un tentativo di proiettare il nazionalismo, contro liberalismo e marxismo, oltre sé stesso affinché non rimanga ancorato ad atteggiamenti antistorici e passatisti. Una sintesi ideologica che molto a ha trovato nell’esperienza storica del fascismo in diversi Stati europei.

La crisi del nazionalismo e l’idea di Europa

Dopo aver affrontato alcuni degli aspetti principali relativi al pensiero nazionalista e ai suoi progressi ideologici più radicali e antisistema, viene ora il tempo di misurare il “termometro storico” di questa categoria, la sua forza mobilitante e agente nel mondo di oggi. Quello che emerge da un primo sguardo è il progressivo deterioramento della tematica del nazionalismo dopo il 1945 a causa della scomparsa della ragione storica delle piccole patrie. La vittoria nella “guerra delle idee” da parte dei miti internazionalisti come la democrazia e il capitalismo e la conquista del potere sulla scena politica di potenze continentali come Usa, Cina e Russia ha reso il nazionalismo tradizionale ormai vecchio e con poca funzionalità reale. I valori dell’“idea nazionale” erano basati sul presupposto ottocentesco che la storia ruotasse intorno alla nazione, una prospettiva di respiro breve e che, soprattutto, escludeva l’Europa come unità storica, culturale e biologica.

Con l’inizio del XXI secolo si assiste ora alla riorganizzazione del mondo per grandi spazi. La necessità deve essere ora quella di adeguarsi alle mutate dimensioni in una prospettiva continentale e non più solamente nazionale (svuotata del suo carattere ideale), una sintesi dei vari sentimenti europei. Prendendo come spunto sempre le parole di Adriano Romualdi, occorre avere “un’idea da contrapporre alle varie internazionali che svuotano dall’interno la vita delle nazioni”, “un’idea che dia il coraggio, l’autorità, la legittimità di combatterle, di metterle contro un muro”. E questa non può essere che l’Europa. Il nazionalismo piccolo-borghese ha perso la sua legittimità, ovvero non incarna più un’esigenza storica, la forza viva che si afferma su ciò che perisce. L’Europa-Nazione, o meglio la Nazione Europa, deve incarnare questa nuova legittimità storica della rinascita di una volontà politica sul continente. Volontà di potenza e d’indipendenza dagli imperialismi dell’est e dell’ovest. In questo senso Romualdi intende il nuovo nazionalismo come nazionalismo europeo, non astrattamente “alla maniera degli europeisti” con burocrati e tecnocrati ma come “problema d’iniziativa ideologica”. Solo i nazionalisti possono fare l’Europa, la volontà di potenza e d’indipendenza dell’Europa non può uscire da “una congrega di predicatori di democrazia e di rinuncia”. Solo un’Europa unita e un nazionalismo della Nazione Europa possono costituire una valida alternativa rivoluzionaria.

Di Andrea

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