EGEMONIA E TRASMISSIONE CULTURALE

FONTE: https://tiremminnanz1.wordpress.com/2024/03/12/egemonia-e-trasmissione-culturale/

La cultura, con tutte le sue molteplici definizioni, è da sempre un terreno di scontro tra diverse visioni. L’assoluta importanza di questo concetto ha fatto sì che la storia sia piena di tentativi, in special modo intellettuali e politici, atti a comprenderne la reale natura e, conseguentemente, a governarne gli effetti sulla società e sull’uomo. In questo ambito di analisi, la categoria di egemonia culturale ha ricoperto, dall’inizio del XX secolo fino ai giorni nostri, un ruolo di assoluta centralità per quanto riguarda l’indagine politica e intellettuale. 

Il termine egemonia nasce con la formulazione di Antonio Gramsci all’interno della sua personale analisi sulla teoria rivoluzionaria di Karl Marx, schematicamente riassumibile in quel processo o meccanismo attraverso il quale i dominanti (nell’ottica marxista la classe al potere) fanno percepire i propri valori ai dominati (il proletariato) come naturali e non politici. L’idea di egemonia di Gramsci (la quale ha avuto parecchia fortuna soprattutto nella politica pratica del Pci nel secondo dopoguerra) s’instaura nella distinzione teorizzata da Marx tra struttura e sovrastruttura, ovvero economia e conseguenze politiche reali. A differenza dell’ortodossia marxista, secondo Gramsci per attuare una rivoluzione comunista vincente è necessario porre la conquista della cultura, e degli ambiti della sovrastruttura dove questa si forma, come obbiettivo principale. Una sostituzione di visione del mondo con un’altra. 

Questa base teorica ha posizionato la sinistra sempre un passo e più avanti nella lotta tra visioni del mondo rispetto ad altre parti politiche. La destra, d’altro canto, ha storicamente sopravvalutato (a parte poche eccezioni) una vera e propria teorizzazione di conquista culturale. Molto spesso, la visione di egemonia è stata erroneamente intesa solamente come occupazione di spazi, come mero collocamento e sostituzione di personalità in posizioni di rilievo. 

Esistono comunque tentativi teorici di riprendere il concetto di egemonia culturale di Gramsci, in quello che è stato notoriamente inteso come “gramscismo di destra”: ovvero l’idea (espressa proprio dall’intellettuale nato ad Ales) che per prendere il potere politico occorresse prima conquistare la società civile vincendo la “battaglia delle idee”. Espressione principale di questo atteggiamento fu quella corrente definita dalla stampa come Nuovelle Droite (Nuova Destra) che tra gli anni ’70 e ’80 animò il dibattito politico e culturale europeo dalla Francia. Motore di questa spinta innovativa fu il Grece, all’interno del quale spiccò Alain De Benoist.

L’idea di egemonia che sviluppò la ND differiva dalla formulazione di Gramsci per l’estromissione dei rapporti di forza tra classe dominante e classe dominata, focalizzando l’attenzione solamente su una “guerra d’idee”. Così facendo, la categoria di egemonia perdeva la relazione diretta con l’elemento politico. 

D’altra parte, la scelta teorica di non passare per la via politica (quella più presidiata) in questo scontro di visioni del mondo contribuì in gran parte allo sviluppo della concezione di metapolitica come risposta attiva all’egemonia e che avrà parecchia fortuna negli anni a venire. Questa categoria, come affermato da Jan-Claude Valla (storico esponente del Grece), rappresenta “quell’insieme di valori che non rientrano nel campo della politica nel senso tradizionale del termine, ma che hanno un’incidenza diretta sulla stabilità del consenso sociale gestito dalla politica”. 

La strategia di rilettura di Gramsci da destra, demarxistizzato e ridotto alla sua originalità strategica del ruolo della cultura nella società, ha così solamente funzione metodologica.

L’utilizzo che la ND fa del termine egemonia ha però un vizio di fondo che mina la sua validità. Questa concezione sembra affermare che la diffusione di idee e la loro “vittoria nella battaglia tra visioni del mondo” avvenga in base alla loro qualità. L’evidenza empirica ci mostra come, in realtà, la trasmissione e la diffusione di idee segue meccanismi più complessi che poco hanno a che fare con il loro contenuto.

Trasmissione culturale e teoria dei memi

La relazione tra egemonia culturale e trasmissione della cultura stessa è strettamente collegata. L’affermazione di determinate idee o visioni del mondo e il loro conseguente successo, soprattutto nel nostro tempo, non dipende dalla qualità delle idee stesse. Come si spiegherebbe altrimenti la conquista del dibattito culturale da parte di teorizzazioni legate al neofemminismo o al mondo dei gender studies, ovvero concezioni errate e addirittura tra loro contraddittorie? La trasmissione di idee può essere legata al conformismo o semplicemente alla pigrizia di chi non ha la capacità o la voglia di intraprendere un’analisi intellettuale. Una teoria che ha avuto notevole fortuna nel mondo accademico, con utilizzi anche nell’ambito della comunicazione politica, è quella del “meme”. Sviluppata dal biologo inglese Richard Dawkins all’interno del suo saggio Il gene egoista del 1976, la teoria si fonda su un’analogia tra trasmissione culturale e trasmissione genetica identificando appunto il meme come unità di trasmissione culturale di base: la stessa funzione di replicatore che avrebbe il gene all’interno del nostro DNA. 

Dawkins intende la trasmissione culturale nel senso che, sebbene conservativa, possa dare origine a forme di evoluzione per mezzo dell’imitazione. Tralasciando il discorso sulla non unicità del gene all’interno delle idee sull’evoluzione di stampo darwiniano, questa analogia apre a sentieri interessanti. Al posto del brodo primordiale abbiamo ora quello della cultura umana e proprio come i geni si propagano nel pool genico di corpo in corpo tramite spermatozoi, così i memi (idee, frasi, melodie, modi di fare etc.)  si propagano di cervello in cervello tramite l’imitazione. Se l’idea fa presa si diffonde. 

Ogni volta che si verificheranno le condizioni favorevoli per un meme di fare copie di sé stesso, lo stesso tenderà a iniziare un nuovo tipo di evoluzione.

Non tutti i memi sopravvivono, alcuni hanno più successo di altri: il “valore di sopravvivenza” è dato dalla longevità, fecondità e fedeltà di copiatura dei replicatori. Secondo la teoria di Dawkins i memi, proprio come i geni, non sono agenti consci che agiscono con uno scopo (la selezione naturale è un evento cieco) ma noi vediamo gli effetti sul mondo di quei memi che hanno aumentato il loro numero nei pool “memici” futuri. In questo caso la selezione favorisce i memi che sfruttano a proprio vantaggio l’ambiente culturale. 

La visione di Dawkins affrontata qui in maniera accennata e schematica, oltre a includere un eccessivo potere del meme (visto come “egoista” e competitivo solo per la propria replicazione) nella trasmissione ed evoluzione culturale, riduce l’uomo a mera “macchina di trasmissione di geni”. 

Il rigido materialismo determinista e riduzionista dell’approccio genetico al fenomeno della trasmissione della cultura estromette sicuramente aspetti importanti, ma la categoria del meme e i suoi attributi possono essere utili ad una comprensione più strutturata del fenomeno oltre che aiutare nel compito di concepire una corretta formulazione del concetto di egemonia culturale.

Il ruolo dell’intellettuale

Dopo aver affrontato la questione legata alla trasmissione culturale, per affrontare in maniera conclusiva l’idea di egemonia è necessario analizzare il ruolo dell’intellettuale all’interno del dibattito culturale. Lo stesso Gramsci evidenziava il ruolo fondamentale degli intellettuali per la conquista rivoluzionaria della cultura. Il filosofo intendeva per la classe intellettuale il ruolo di portatori e “cantori” dei valori rivoluzionari, organici ad una determina classe sociale: il proletariato. Il compito di questi individui è quindi quello di elevare la legittimità della propria visione del mondo, emettere norme in modo che siano condivisibili e ritenute vere attivamente (diversamente dal consenso, ovvero l’accettazione passiva). 

Una profonda analisi sulla natura dell’intellettuale si ritrova nelle parole di Pierre Drieu La Rochelle, scrittore francese dal pensiero controcorrente, il quale afferma la necessità di “non coltivare tanto il senso della realtà quotidiana quanto quello delle lunghe scadenze” e del valore dell’utopia come “proiezione che si ingrandisce e illumina per merito dell’arte la direzione di un’epoca”. Rifiuto di ogni dogmatismo, lotta contro l’astrazione crescente della nostra civiltà e bisogno di seguire la particolarità europea “di trovare una via di mezzo”. 

Dall’opera dell’intellettuale, sempre secondo La Rochelle, nasce una profonda spinta politica, l’impegno nell’azione è mosso dalla passione. 

Sulle pagine de L’Universale, rivista culturale della prima metà degli anni ’30, Berto Ricci (uno dei massimi pensatori italiani del periodo) definiva l’intelligenza rivoluzionaria come assolutamente altro rispetto la cultura neutrale e apolitica. L’intellettuale deve sentirsi portatore e responsabile di una visione del mondo, di una missione per la “trasformazione graduale dello spirito del popolo”.

 La cultura deve essere temprata e legittimata attraverso il sacrificio, con l’azione e lontana da ogni ingerenza economica. L’obbiettivo non può essere altro che il totale dell’uomo.

Ideas into action quindi, seguendo una famosa tesi di Ezra Pound. Secondo il poeta americano la funzione sociale dell’artista, scrittore o intellettuale è la sua prerogativa principale. La sua è una figura fondatrice che compie un’opera di civiltà all’origine della polis. Pound afferma che “la letteratura ha una funzione nello stato, nella comunità, nella repubblica, nella res publica, che dovrebbe significare l’agio di tutti”, e di conseguenza, “gli scrittori come tali esercitano una precisa funzione sociale”. Questa idea di cultura profondamente politica è indissociabile dall’intervento del mondo ed ostile ad ogni neutralità.

“Se la letteratura di una nazione declina, la nazione si atrofizza e decade”.

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