INTELLIGENZA ARTIFICIALE E SCUOLA: UN DILEMMA EDUCATIVO

Parliamoci chiaro perché almeno così non si fa peccato. Lo stato attuale dell’IA è del tutto insoddisfacente. Chiunque, collegatosi tramite una rete alla piattaforma di ChatGpt ha potuto constatare – superato il primo wow – che le risposte offerte dell’intelligenza artificiale sono maledettamente banali: scolastiche, accademiche, a tratti democristiane… una vera noia. Nelle righe offerte dal più grande prodotto tecnologico della nostra epoca non si riconosce un barlume di vera intelligenza. Questo farà saltare di gioia i detrattori del progresso tecnologico e i timorosi di ogni risma che in questi anni hanno sviluppato una peculiare visione pessimista rispetto al futuro: quella secondo il quale il futuro può essere solo dispotico e distopico. Certo, se prendiamo come esempio la lezione offerta dal film del 2003 “Paycheck”, tratto a sua volta dal racconto “Previdenza” del 1953 di Philip K. Dick, sappiamo benissimo che ogni scienza predittiva che si pone come scopo quello di agire per voler evitare un evento – recepito in maniera del tutto fatalista, diremo biblico – non farà altro che avverarlo: una guerra “preventiva” per evitarne altre, epidemie nate dalla vicinanza e mancanza di igiene di sospetti portatori concentrati in zone di sicurezza ecc… Insomma, dalla letteratura possiamo capire che il futuro sarà distopico non per un qualche evento escatologico, ma perché se così viene immaginato e predetto, così finirà per essere avverato.

Ha reso invece insoddisfatti quelli che credevano di sedersi di fronte ad una grande mente con cui disquisire sui massimi sistemi. La verità è che l’Intelligenza Artificiale non è mai stata così lontana dal rappresentare una “vera” mente umana, la quale – come dovremmo facilmente intuire – per funzionare ed elaborare i propri processi cognitivi ha a disposizione un patrimonio d’informazioni che non arrivano solo dell’istruzione ricevuta e dagli stimoli esterni, ma anche da un retaggio genetico – quelle “idee senza parole” per dirla come Heidegger, l’istinto per i profani – e soprattutto dalla conoscenza per esperienza diretta che ognuno di noi fa quotidianamente da quando è nato. Insomma, l’uomo è un unico plesso psico-somatico in cui si assommano millenni di retaggio mescolato a sempre nuove informazioni: pensiero sì, ma anche e soprattutto azione. Nel 1804 il medico e filosofo svizzero Ignaz Troxler si accorse di un peculiare ma esemplificativo fenomeno che si verifica nel nostro cervello: un’immagine può “sparire” lentamente se la si fissa con la giusta attenzione. Che vuol dire? Che il nostro cervello smette di prestare attenzione alle scene visive in situazioni d’immobilità. La capacità di abituarsi a una sensazione che persiste nel tempo è chiamata “adattamento neurale” e avviene di continuo, non solo con la vista: è il motivo per cui smettiamo di accorgerci del peso dei vestiti sul nostro corpo poco dopo averli indossati, o dell’odore del nostro profumo dopo la prima spruzzata. Il cervello è selettivo e risparmia risorse per gli stimoli statici, concentrandosi a registrare nuovi e più salienti stimoli dinamici recepiti come più importanti sulla scala della necessità.

C’è quindi almeno un grosso scoglio che si frappone ancora tra le IA e gli umani, ed è quello per certi versi più controverso, almeno ultimamente: il corpo. Spiega il filosofo Simone Regazzoni: “L’Intelligenza Artificiale, come è stato giustamente rilevato, è interamente logocentrica, figlia di un’idea linguistico-computazionale del pensiero, totalmente disincarnata, senza il reale del corpo”. Gli fa eco Adriano Scianca: “Un fenomeno degno della massima attenzione è il fatto che proprio tali acquisizioni teoriche e pratiche nel campo della robotica abbiano stimolato un ripensamento delle scienze cognitive. Scoprendo che il robot acquisisce più facilmente capacità intellettuali che abilità pratiche, gli studiosi hanno cominciato a comprendere un pezzo dell’evoluzione e della configurazione cognitiva umana che era sfuggita a un paradigma logocentrico e corticocentrico”. Insomma, secondo le riflessioni di Regazzoni e Scianca è proprio questo grosso “scoglio” ad offrirci un’occasione aprendo un nuovo orizzonte. Se per Regazzoni l’IA ci impone di superare il dogma logocentrico in favore di una “mente incarnata”, Scianca arriva a sostenere che questa nuova concezione possa superare quel dualismo cartesiano imperniato sulla centralità del cogito, ovvero “l’abissale separazione tra corpo e mente” per arrivare a quella embodied cognition che ci porta direttamente a Nietzsche: sia il solitario di Sils-Maria, sia i teorici della cognizione incarnata enfatizzano – di contro ai timorosi delle IA – la complessità del pensiero, in modo da dovervi reintegrare l’azione. Si tratta, tutto sommato, di rovesciare il programma pedagogico umanista.

Dobbiamo dircelo, sempre per amor del vero: ChatGpt assomiglia di più – per assurdo – ad uno dei tanti professori, esperti e tecnici che affollano aule di scuola, università, istituzioni: sono gli eredi di forme di pensiero che si muovono interamente nel campo logocentrico, così come il 99% della saggistica filosofica della “tradizione occidentale”: retorica e sofistica. Si tratta di uomini e donne con una cultura accademica e scolastica che rispondono sempre con la stessa formula nozionistica ma non hanno una conoscenza pratica ed effettiva della materia. Non saprebbero descrivere il lato sensoriale della conoscenza che loro mettono sul piatto dal solo lato teorico. Per questo sono l’ordine che più si sente minacciato dall’avanzata delle tecnologie della IA: perché sono quelli più perfettamente sostituibili. I docenti saranno sostituiti perché non offrono nulla di diverso dalle nozioni: hanno paura di essere scambiati con un “sè” identico, col solo vantaggio che una IA non corre il rischio d’iscriversi alla Cgil. Battute a parte, l’IA viene a scuotere i dolci sonni di professori, giornalisti, filosofi: i lavoratori del logos, i cultori della parola, gli operai della cultura umanistica che erano stati risparmiati dalle prime due rivoluzioni industriali perché ancora nessuna automazione era venuta a produrre in pochi secondi testi, immagini, filosofia. Chiosa Regazzoni, senza necessità di ulteriori aggiunte: “Gli intellettuali dovranno alzare il culo da sedie e divani e rimettere in gioco i corpi se vorranno produrre ancora qualcosa che abbia un valore specifico”. Si capisce quindi che nonostante la narrazione catastrofista che viene fatta riguardo alla IA – o alla tecnologia in generale – queste “macchine” non vengono a sostituire l’uomo in toto, ma alcune sue funzioni fino ad oggi ritenute indispensabili e privilegiate: ma se ci concentriamo per qualche secondo anche la cultura umanistica, il paragrafo e la lettera potrebbero “sparire” alla nostra vista come tutti gli oggetti immobili.

È quindi necessaria una profonda riflessione sui rischi delle IA, ma non tanto nell’oggetto – che rimane tale e quindi privo di qualità morali – quanto nel soggetto che lo sviluppa, o più semplicemente ne usufruisce. Chi si presenterà davanti allo specchio rappresentato dalla IA, un bambino pronto ad attraversarlo con la leggerezza di Alice o un grigio funzionario pauroso e rancoroso fissato sulla sua immagine? In questo processo ci potrebbe aiutare proprio una teoria psicologica imperniata sulla coppia azione-percezione: il campo gestaltico. La parola Gestalt, che dal tedesco significa letteralmente “forma”, fu usata per la prima volta in ambito tecnico dal fisico Ernst Mach – quello dell’omonimo principio che afferma che ogni particella presente nel cosmo ha influenza su ogni altra particella, echeggiando una nota formula eraclitea. La teoria del campo sostiene che la percezione di un’ambiente e degli stimoli che ci fornisce varia in base all’individuo, allo stato d’animo e alla situazione in quel determinato momento: altro non fa che dirci una cosa che sappiamo benissimo, ovvero che la natura – e potremmo estendere il ragionamento anche alle “cose” – non è “maligna”. Siamo noi a riempire il buio di paure archetipiche ed ancestrali: “c’è solo quello che ci portiamo”, per dirla con le parole di Cooper, il protagonista di Interstellar. Ed attenzione, non vuol dire che quel popolo che abita il buio non sia reale: la paura è potente e tangibile, ha la forza di paralizzarci e renderci inermi, di uccidere la mente ancora prima della morte.

È quindi necessario approcciarci all’IA come si approccia un ambiente e sviluppare la nostra coscienza insieme all’oggetto di studio: in altre parole migliorarci per non popolare dei mostri della ragione e della noia la nostra tecnologia. Per rimanere in tema cinematografico, potremmo affermare che l’IA di “2001: Odissea nello spazio” AL-9000 è proprio il prototipo di una tecnologia-mostro: nevrotica, paranoide, sociopatica, assassina. Bisogna ammetterlo: il rischio di sviluppare tali mostri è perfettamente alla nostra portata, soprattutto quando imbottiamo ed investiamo di moralità degli oggetti non-senzienti, quando gli demandiamo le nostre buone intenzioni e il “benessere dell’umanità”: riportando il paradosso di Paycheck,sarà proprio in nome di questo benessere che si perpetreranno le peggiori nefandezze. La vera domanda che dovremmo porci è quindi la seguente: qual è il tipo di uomo che può approcciarsi in maniera migliore alle IA – o al progresso tecnologico in generale – per non rimanerne sminuito ma anzi trarne maggiore forza? Il problema, come spesso accade, è squisitamente educativo ed antropologico.

La teoria del campo ci riporta ad un esempio calzante: la percezione di un campo di fiori d’estate varia in base all’individuo che lo osserva. Un passeggiatore domenicale si soffermerà ad osservare l’ambiente e a percepirne gli stimoli, gli odori e i colori; per un soldato invece il campo di fiori può diventare un teatro di guerra e se il suo unico obiettivo è quello di fuggire e di salvarsi, la percezione dello spazio si ridurrà ad un cespuglio dove potrà nascondersi. Stesso campo, due percezioni differenti in relazione allo stato d’animo, alla situazione ma soprattutto allo scopo. L’aspetto sensoriale ed emozionale – come vediamo – non va sottovalutato nel discorso sulle intelligenze, altrimenti ogni riflessione rischia di essere monca ed asettica. Qualcuno potrebbe spingersi ad affermare che il superamento della sfera emozionale potrebbe essere un grande passo per un’umanità più oggettiva, pragmatica e liberata da sentimentalismi di ogni risma che la intralciano nel cammino. In parte sicuramente è vero, ma per sfera emozionale qui non si intende “sole-cuore-amore”, quanto ciò che è sensuale: ovvero quelle potenze di cui l’uomo è antenna ricevente e trasmittente. Forze che lo attraversano e che possono dominarlo, o a loro volta essere dominate. Soprattutto se è attraverso questa danza psico-motoria che il nostro cervello e la nostra intelligenza procede, non possiamo che limitarci ad una considerazione che potrebbe scombussolare: ogni intelligenza è artificiale, perché si costruisce e prende forma in relazione all’esterno. Di più, proprio in questa artificialità trova la sua umanità e la sua scintilla divina.

È la condizione propria dell’uomo, per quanto si vogliano coltivare ideali di “buona natura”. Essere su questo mondo incompleti dalla nascita. Pensateci: ogni essere vivente su questo pianeta, animale o vegetale, è dotato di ciò che gli consente di sopravvivere e non fa altro che ripetere l’imperativo biologico della sua specie, di generazione in generazione: senza intelligenza (speculativa o astratta), senza memoria, senza storia. “Mai mi fu dato di vedere un animale in cordoglio di sè. Un uccelletto cadrà morto di gelo giù dal ramo senza aver provato mai pena per sé stesso”. Qualcuno potrebbe considerarla una condizione beata quella sugellata dai versi di Lawrence, altri un’esasperante limitatezza. Gli uomini sanno di non essere al mondo completamente autosufficienti: non hanno artigli, non hanno pelliccia, non hanno la capacità di volare o respirare sott’acqua. L’intelligenza umana si fonda su questa presa di coscienza terribile e tutto il suo divenire si sviluppa nella costruzione di sè in relazione al mondo. Tutto è uno strumento: cos’è il linguaggio, sia verbale sia non-verbale, che ci viene trasmesso dalla nostra cultura, in primis dai nostri genitori senza i quali non saremmo in grado di arrivare al primo anno di vita, se non il primo grande strumento di supremazia elaborato dalla mente umana? Non sono forse le parole, la grammatica e la sintassi uno squisito artificio che rende il suono un veicolo per le orecchie e i cuori dei nostri simili? Poi il rito, poi la scrittura, poi l’agricoltura, poi il fuoco… poi il tempo e lo spazio. Scrive Roberto Calasso ne “L’ardore”: “Così gli Dei scorticarono l’uomo. Se si vuole risalire alle origini, questo è dunque lo stato naturale dell’uomo: lo Scorticato, come negli atlanti cinquecenteschi di anatomia. Al contrario degli ingenui positivisti […] i ritualisti vedici lo vedevano non già come il tracotante sovrano della creazione, ma come l’essere più esposto, più facilmente vulnerabile dal mondo esterno. Per loro l’uomo non solo nascondeva una ferita, ma era una sola ferita”. Cos’era quindi il rito, la liturgia, il vestirsi e il costruire altari se non il tentativo audace dell’uomo di recuperare la sua “completezza” cercando di agire sull’invisibile e l’intangibile? Aggiunge Calasso: “Qui l’artificio è il segno della riconquista di una natura integra”. La “naturalezza” in quest’ottica è uno stato temporaneo che raggiungiamo, non da cui partiamo, ed è connesso a “una veste e a una certa sequenza di gesti (il rito)”. I nostri antenati – gli uomini delle origini – avevano una visione molto meno pessimista rispetto all’attività antropica, erano così audaci da credere che una sequenza ordinata di gesti, suoni e parole (un prototipo di algoritmo) potesse smuovere la sostanza subatomica del continuum: consci che fosse tale attività a caratterizzare l’uomo dal resto, l’abitarono come una realtà magica e divina che permetteva loro di reintegrarsi nella natura, non in contrapposizione ad essa. E se fosse proprio questo “rapporto animista con la macchina”, dove per macchina intendiamo ciò che l’intelligenza artificiale umana crea per la sua necessità attraversando il “campo di fiori d’estate”, a portare sui giusti binari il treno della IA?

Ve lo confesso: quello che a me personalmente spaventa rispetto all’uso delle IA è la qualità umana che dall’alto gli impartisce le informazioni necessarie al suo funzionamento. In questo caso l’analogia professore-studente è calzante: se va posto un problema, per le IA – letteralmente nuove menti – come per le nuove generazioni, è proprio il problema educativo che sta alla base delle odierne società occidentali, completamente imperniate dall’imperativo nozionistico di cui abbiamo parlato all’inizio. L’umanismo non può competere con una tecnologia che ridisegna gli schemi di ragione ed intelletto: a quanto pare il Dio ragione è replicabile in laboratorio, ed è anche più potente. Se pensare è solo calcolare, come qualcuno vorrebbe farci credere, sappiamo già che un’altra mente sarà in grado di farlo meglio di noi. “Possono regole o tutori educare il semidio da noi atteso? Egli dev’essere musicale, fremente, impressionale, conscio degli influssi gentili dei paesaggi e dei cieli, e tenero al tocco spirituale d’occhi di donna o uomo: ma al suo centro nativo rinsaldato, nel Futuro fonderà il Passato, e rimodellerà nel suo stampo i fluidi fati del mondo”. Sembra una profezia, ma è una poesia di Ralph W. Emerson e sembra bisbigliarci un monito: voi non avete paura dell’IA, ma di quell’intelligenza nuova – umana – che potrebbe emergere dalla rottura del dogma illuminista, cartesiano, agostiniano che conforma lo spirito occidentale da oltre duemila anni, ovvero il pensiero specializzato, parziale, una “manovra da catena di montaggio” che ha separato corpo e mente, terra e cielo. Voi non avete paura dell’atomica: se davanti a voi ci fosse un uomo armato di una selce scheggiata avreste paura lo stesso. L’avreste anche di fronte ad un branco di lupi. Voi siete uomini e la vostra paura è sempre e solo una: quella della morte. Secondo Enrst Junger è questa l’origine del “rancore” contro ogni idea di trascendenza, “li infatti – spiega – si cela il massimo pericolo: che l’uomo non abbia più paura”. Il che ci porta a quella che il filosofo tedesco identifica come seconda potenza fondamentale: “Eros anikate machan”, l’eros invincibile in battaglia (Sofocle), il quale “trionferà sempre, come vero messagero degli dèi, su tutte le creazioni titaniche”. Cos’è l’eros se non l’istinto, la passione, la pulsione, quella percezione del mondo che può allargare o restringere il nostro campo, che ci rende liberi ed eroi, il semidio da noi atteso?

Davanti a noi potrebbe ricomporsi l’occasione per una nuova paideia platonica, dove i giovani studenti che impareranno a conoscere attraverso una intelligenza incarnata, potranno disporre di un’altra mente, l’IA, per sgravarsi da ciò che non sarebbe più necessario e liberare così energie e forze per il superamento di sé, per ricevere in premio ai loro sforzi quella libertà che libera la creatività, l’arte, la scienza e la tecnica. Un’IA scudiera di una nuova cavalleria in grado di riflettere sul mondo uno spirito solare, non torvo e rassegnato. È un’occasione unica per svelare il superuomo nicciano: pensateci, tutto lo scibile a portata di mano e una mente libera, armoniosa e coraggiosa che possa disporne a piacimento come un Dio difronte all’argilla informe. Sono visioni ardite, certo: quello che al momento possiamo fare è sgomberare il campo dai detriti ideologici della secolarizzazione del cristianesimo ed adoperarci perché le scuole e le università diventino altro in nome di un nuovo principio educativo fondato su quell’emboided cognition di cui abbiamo parlato sopra.

Non mancano esempi positivi tratti da letteratura e fantascienza per un’Intelligenza Artificale “positiva”. Mi viene in mente – per esempio – il personaggio Cortana della fortunatissima serie videoludica Halo, dove l’IA declinata in un volto femminile, diviene la compagna di avventure del soldato Spartan che i giocatori sono chiamati a guidare: Cortana cresce insieme al suo umano (per quanto super soldato geneticamente modificato) ed imparerà a condividerne la missione, gli scopi, le emozioni durante l’arco narrativo della saga. Cortana non comanda mai al soldato, ma sa potenziare la sua volontà suggerendo e consigliando, offrendo un supporto tecnico e – non da sottovalutare – polemizzando con le scelte del super soldato. In Halo è più la IA ad imparare dal guerriero che il guerriero dalla IA, il che ci offre uno spunto sulla necessità – se non di avere super soldati – almeno di avere uomini centrati come spartani. Un altro esempio, che non sia per forza sempre l’IA distruttrice di mondi, ce lo offre la saga fantascientifica di Frank Herbert, Dune, in un modo però del tutto peculiare e specchiato: nell’universo di Dune infatti, secoli prima degli eventi narrati nel primo capitolo, l’umanità guida una vera e propria crociata contro le macchine – il che farà ingolosire molti – seguendo il dogma religioso del “non sfigurare la tua anima”. Herbert negli anni sessanta rovescia quella che era una narrazione già affermata: non fa ribellare le macchine contro l’uomo, ma gli uomini contro le macchine. Ma dopo quella che nel libro è chiamata “Jihad”, proprio per i suoi connotati fanatici, cosa succede? Nascono delle figure particolari che andranno man mano a sostituire le “macchine pensanti”: saranno i Mentat, calcolatori umani addestrati ad usare la logica al massimo livello; l’ordine Bene Gesserit, sofisticate eprofonde conoscitrici dell’animo umano, manipolatrici genetiche, “streghe” in grado di controllare ogni proprio pensiero e ogni muscolo del corpo, capaci di leggere attraverso i segnali somatici le emozioni delle persone e di comandarle tramite la Voce ovvero una modulazione del tono in grado di piegare la volontà altrui; infine, i così detti Navigatori della Gilda Spaziale che sostituiscono i computer per la navigazione assumendo il melange della spezia (una droga psicotropa), espandendo così la propria percezione di spazio e tempo. Insomma, Herbert ci racconta di un’umanità che non abbandona le macchine per tornare nelle caverne, ma sviluppa la sua mente all’ennesima potenza per rendersi più potente delle macchine. La negazione della macchina schiude l’umanità a forme nuove di potenza, a nuovi regni della coscienza e della conoscenza. È una visione rara nel panorama fantascientifico, ma soprattutto pone nei giusti termini quello che deve essere il confronto con le IA, seppur portandolo all’estremo: il miglioramento di sé, una jihad che se non fosse condotta contro i “pezzi di ferro”, dovrebbe comunque essere sempre portata avanti contro sé stessi. L’esistenza di una IA non giustifica noi a non fare nulla, a non pensare, a non accrescere il nostro spirito, vi pare? Tantomeno può impedircelo, se veramente lo vogliamo.

L’IA va quindi discussa. Va fatto cercando anche riferimenti fantascientifici positivi: se possono pesare sulle scelte dei governi quelli creati da James Cameron e Hollywood, perché non possono quelli dove l’Intelligenza Artificiale non vuole sterminare la razza umana? O tutti, o nessuno. L’IA deve entrare nella discussione prima che venga imposta dall’alto: prima che grigi funzionari la facciano diventare una super-mamma per i loro bagnati sogni di controllo. Dobbiamo tenere un approccio pagano: pensare all’IA come un Dio monoteistico è controproducente e si otterrebbe un mostro “biblico”. Se la pensassimo invece come ad una musa? Forse potremmo partorire una nuova stirpe d’eroi e di artisti. Sono possibilità, certo, scommesse con noi stessi. Non è un destino segnato su qualche libro da profeti scalzi. All’orizzonte può esserci Cortana quanto Skynet. La gestalt, la forma che prenderà questa tecnologia nel futuro, dipenderà dalla forma che prenderà l’uomo: tanto più sarà miserabile, tanto più le IA ci spingeranno in basso; tanto più sarà un uomo di volontà, tanto più le IA potenzieranno i suoi progetti. In fondo, come dicevamo, è uno specchio: chi saprà sostenere lo sguardo con sé stesso? È una domanda antica quanto il mondo.

La Redazione

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