MAFIA E ANTIFASCISMO, DUO INDISSOLUBILE

Se si parla di mafia, la quasi totalità delle persone, sicuramente, inorridisce, pensando a Toto Riina, a Spatuzza o a qualche altro incallito omicida. Abituati dal moralismo odierno a considerare soltanto l’omicidio come azione criminale ed esecrabile, in molti dimenticano che la natura depravata, corrotta e sovversiva della mafia va ben oltre ciò che i media fanno vedere per creare riprovazione sociale, che anzi è semplicemente la punta dell’iceberg.

La Mafia infatti è in primo luogo un sistema di potere fondato certamente sulla becera violenza ma, ancor di più, sulla sopraffazione psicologica, sulla tribalità nel senso più degenere, sull’antisocialità e sul compromesso. Il pizzo, ad esempio, è un emblema. Un esercente è obbligato a pagare il pizzo, a sottomettersi ai boss, se vuole vivere e lavorare.

Le attività su cui prospera il crimine organizzato sono usura, spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione e via dicendo. Se si guarda per un momento al sistema economico e culturale del mondo contemporaneo, in tutta onestà, si può affermare che tali attività non siano parte integrante anche dell’economia “legale”? In tanti oggi denunciano il fatto che la finanza incida eccessivamente nell’economia degli stati e abbia più potere della politica, per poi non rendersi conto che un siffatto sistema evidentemente serva a far apparire le logiche dell’usura normali e accettabili agli occhi della morale borghese, senza che la sostanza di fondo muti. I principi economici imperanti dal 1945, sia quando erano declinati nel capitalismo e nel comunismo, sia oggi in cui vige un unico polo che ha integrato gli aspetti peggiori dei due precedenti, partono dall’idea che i fini dell’economia siano la vendita e l’accumulo di capitali.

Il tutto è perfettamente corrispondente alla mentalità usuraia, se andiamo a rileggere una massima medievale che riassumeva quanto affermava Aristotele: “Nummus nummum parere non potest” .Il denaro non può generare denaro. Non stupisce di conseguenza che nell’etica delle società tradizionali il mercantilismo e l’usura fossero guardati con sospetto, diffidenza e disprezzo. Diversamente, laddove siano non solo ampiamente diffusi ma addirittura elogiati, costituendo la suprema aspirazione per l’individuo medio, non si può ipocritamente illudersi che le mafie non se ne avvantaggino. La sovversione genera sovversione. D’altra parte è la storia a dimostrarlo.

Quando Cosa Nostra viene energicamente combattuta dalle politiche del fascismo, molti appartenenti alle cosche, i quali saranno poi quelli con cui gli USA tratteranno per sbarcare in Sicilia nel ’43, emigrando appunto negli Stati Uniti, riescono proprio lì a garantirsi dei veri e propri imperi economici, raggiungendo vette di potere mai viste prima. La Mafia russa che è tra le piu potenti al mondo incomincia a prosperare dai tempi dell’URSS, facendo tra l’altro affari miliardari con la mafia italiana. Con la “repubblica nata dalla resistenza” il crimine organizzato troverà nuovi modi per espandersi, con la complicità della stessa classe politica che aveva redatto la costituzione, da sempre utilizzata come fosse un dogma intoccabile dal potere antifascista. Chi poi adduce che comunque vi erano uomini delle istituzioni che mai si abbassarono a patteggiare con i mafiosi non è nel torto, esattamente come pure negli USA vi era e vi è chi con intransigenza e profondo rispetto della “legalità ” da sempre osteggia ogni forma di delinquenza, compresa quella mafiosa.

Il problema di fondo sta proprio nel credere che la linea di demarcazione tra le persone oneste e quelle dedite al malaffare sia soltanto una questione di rispetto della legge. Come infatti il contesto sociale americano, fondato sul capitalismo e sui consumi più sfrenati, già da molto prima dell’Europa, ha inevitabilmente favorito, come accennato prima, la mafia, ugualmente fece il sistema dell’antifascismo italiano, al quale poi si possono attribuire linee culturali forti comuni a quelle con cui in Sicilia, in Calabria e in tante altre parti del Sud i boss riuscivano e riescono a controllare il territorio. In primis la partitocrazia e le consorterie. La scelta delle forze politiche principali della prima repubblica, Democrazia Cristiana, Partito comunista e Partito Socialista di spartirsi l’Italia, imponendo a gran parte del popolo la logica dell’essere affiliato a qualcuno per lavorare, cos’è se non la prassi estrema del compromesso? Imporre a chi lavora tasse esose, cosa ancora oggi diffusa, e applicando in ambito fiscale l’inversione dell’onore della prova è una forma subdola di pizzo.

Un sistema come quello comunista, ovviamente favorito e coperto da molteplici altri settori dello stato, in che modalità ha cavalcato l’antifascismo militante? Come infatti i mafiosi sanno cosa fare a chi decide eroicamente di non piegarsi ai loro abusi, li si iniziava con l’opera di giornalisti e intellettuali di regime. Schedature, minacce, insulti e campagne di odio, che poi condussero i più degeneri a uccidere tanti giovani che non piegarono la testa all’antifascismo, alla sua propaganda, al suo modus operandi e alla sua mistificazione storica. E le stesse modalità degli omicidi in effetti, da Sergio Ramelli, ai fratelli Mattei e a Paolo di Nella sono praticamente speculari a quelle utilizzate dai picciotti per entrare nelle grazie del boss.

Il prode Sandro Pertini, il quale, va riconosciuto, ha illustrato l’Italia con grandi meriti, quali la fucilazione di una donna in stato di gravidanza inoltrata, Piazzale Loreto, l’omaggio a Tito e agli infoibatori, giocando a fare l’eterna vittima di Mussolini e del fascismo, (nonostante lui fosse vivo, mentre molti giovani di destra  dai suoi seguaci furono uccisi) dopo aver schedato coloro i quali militavano negli ambienti giovanili missini, dichiarò senza mezzi termini che il fascismo non doveva essere considerato un’opinione ma un crimine. Tale frase oggi viene ripetuta dagli antifa dei social, e questo non è l’effetto più grave che ha avuto. In verità, essa è servita ai boia comunisti degli anni di piombo per sentirsi legittimati. Ancora oggi, gli antifa, pur non praticando più gli omicidi, sono convinti che in nome dell’antifascismo militante tutto sia concesso e che per i fascisti o ritenuti tali non valgano le leggi dello stato.

Chi è più mafioso di chi da una parte predica il rispetto delle istituzioni e poi favorisce pratiche clandestine e criminose per liberarsi dei propri nemici? Quando si parla, quindi, di mafia antifascista non si è per nulla iperbolici, e, se pur con metodi diversi, i meccanismi descritti sono tutt’ora vivi, non soltanto nell’estrema sinistra. Dai comuni che richiedono le dichiarazioni di patente antifascista per avere spazi pubblici, (addirittura un sindaco del PD qualche anno fa aveva inserito tale clausola come condizione per avere i buoni pasto del comune) alla sinistra parlamentare che quotidianamente chiede agli esponenti di Fratelli d’italia di dichiararsi antifascisti, fino ad arrivare al richiedere le dimissioni di professori, ambasciatori e chiunque ricopra incarichi pubblici non per demeriti professionali ma in virtù delle idee che vengono professate. Non è quindi un’iperbole paragonare l’antifascismo alla mafia.

Tra l’altro, visto che i partiti di sinistra fanno finta di non sapere che a reggere il fenomeno dell’immigrazione di massa siano i trafficanti di uomini, visto che si fan vedere indulgenti e compassionevoli per tutti quei fenomeni che rendono le città italiane invivibili, baby gang, furti, rapine e violenze di vario tipo, soprattutto se sono coinvolti immigrati, e, visto che hanno intrapreso la battaglia per la banalizzazione, l’accettazione e la legalizzazione della droga, asserendo che “se non ci pensa lo stato, ci pensa la mafia”, il che significa che secondo la loro “etica” lo stato e la mafia devono essere rivali in affari, anche quelli aspetti che all’apparenza rendevano taluni partiti totalmente differenti agli occhi dell’opinione pubblica dal crimine organizzato son venuti meno, ergo, non constatare quanto fin qui esposto non può che dipendere dalla volontà di non farlo.

Tutti i moralisti prima di scandalizzarsi, rispondano a due semplici domande: da chi ricevettero le armi i boia rossi negli anni di piombo e quali strutture erano capaci di convertire in lire i fiumi di rubli che giungevano da Mosca? Pura illazione dedurre che in qualche modo il crimine organizzato sia coinvolto in tali operazioni?

Evidentemente no, e, se vivessimo in un mondo normale, nemmeno ci sarebbe da discutere.

Ferdinando Viola

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