“REPRESSIONE È CIVILTÀ”

Su La Stampa del 27 dicembre, un articolo della giornalista Anna Zafesova, ci racconta dell’odissea di Navalny nel sistema carcerario russo.

Dopo venti giorni di sparizione, in cui molti suoi seguaci avevano temuto il peggio, il capo dell’opposizione russa è stato trovato dagli avvocati nella sua nuova prigione, la colonia correttiva IK-3 del distretto Yamalo-Nenetsky.

Il penitenziario porta il nome in codice di “Lupo polare”, ed è forse il carcere più remoto e duro della Russia, che si trova oltre il circolo Polare, nei ghiacci eterni della Siberia. Un luogo dove lasciare ogni speranza, situato nel villaggio Kharp, un puntino in mezzo al nulla sulla mappa, a due mila chilometri da Mosca.

La condanna di Navalny – 19 anni per aver fondato una “organizzazione estremista”, dopo essere già stato condannato per “truffa” – prevede infatti la reclusione in un carcere di massima sicurezza, senza la possibilità di vedere altri detenuti e di comunicare con il mondo.

Il carcere non è collegato alla rete postale carceraria “Fsin-pismo”, e le uniche lettere che vi arrivano sono quelle cartacee, che già nella prigione precedente di Navalny, a Vladimir, vengono regolarmente bruciate dalla censura. 

Per raggiungere Kharp da Mosca ci vogliono circa tre giorni di viaggio, e le visite degli avvocati e dei familiari nel regime speciale sono molto limitate.

Conosciamo i metodi repressivi di Putin e moltI suoi ammiratori nostrani dovrebbero ricordare e capire che anche chi condivide la nostra Weltanschauung in Russia subisce questa repressione di marca staliniana.

Anche se le condizioni del sistema carcerario russo e di quello italiano non sono paragonabili, il nostro comunque non è sicuramente degno di un paese europeo e le nuove prese di posizione del governo non promettono niente di buono.

Duole sottolineare il costante problema del sovraffollamento: a fine novembre, risultavano 60.116 detenuti a fronte di 51.272 posti regolamentari. 

Da un anno all’altro, sotto il governo Meloni, si registrano 4 mila detenuti in più. La spiegazione di questo trend è banale. Non c’entrano i nuovi reati, perché le celle non si sono affatto saturate di organizzatori di rave o di scafisti inseguiti lungo l’orbe terracqueo. C’entra piuttosto la misconosciuta sospensione della corsia preferenziale verso i benefici carcerari (che permettevano discreti periodi fuori dal penitenziario) istituita con il Covid.

 Il Covid, per paradosso, aveva permesso anche alcune novità positive: più telefonate e più videochiamate a casa. Sembra poca cosa, per chi è fuori. È tantissimo per chi è dentro. 

Ma questo ritorno all’indietro ha comportato anche un forte contraccolpo psicologico. Chi frequenta il carcere racconta che si è irrigidita la vita interna e puntualmente sono aumentate le tensioni.

Se da una parte peggiorano le già pessime condizioni del sistema carcerario, invece di puntare al miglioramento di queste, si istituiscono nuovi reati, in previsione di possibili rivolte, che viste le condizioni dei detenuti, sono prevedibili. Oltre alle rivolte però, vengono anche criminalizzate quelle forme di resistenza passiva, come prevede il nuovo disegno di legge all’ art. 415 bis del codice penale. 

Domani, se verrà approvato il nuovo disegno di legge, i pacifici “rivoltosi” verranno puniti con la reclusione da uno a cinque anni e, se promotori o organizzatori, con la reclusione da due a otto anni.

La citazione che da il titolo al presente articolo, ovvero il famoso comizio di Gian Maria Volonté, nei panni del “Dottore” nel film Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, ci sembra oggi una triste realtà, triste soprattutto perché viene appoggiata da molti che si considerano rivoluzionari, ma non sono altro che reazionari.

Matteo Cantù 

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