PSEUDOPATRIARCHI

In merito alla terribile morte della giovanissima Giulia Cecchettin, assistiamo da giorni ad un triste spettacolo, volto ad individuare, in modo dogmatico, ridondante, acritico e senza ombra di dubbio alcuno, la causa del delitto. Il criminale, reo confesso, avrebbe agito, secondo il pensiero mainstream, in quanto espressione di una sottocultura “patriarcale”.

Tale narrazione tende di fatto, in primo luogo, ad assolvere l’omicida. La deduzione è piuttosto semplice: il vero colpevole non è Filippo Turetta, anch’egli, in fondo, vittima di un arcaico retaggio: il “patriarcato”. 

Ma c’è, a ben guardare, dell’altro: argomentazioni del genere sembrano indicare un possibile punto di aggregazione per masse disorientate e prive di riferimenti nella attuale “società liquida”, in vista di una lotta senza quartiere contro la famiglia tradizionale, la figura del “padre-padrone”, il sessismo maschilista prevaricatore. È del tutto evidente che ogni tipo di violenza sulle donne sia qualcosa di incivile e di infame: qualcosa che deve essere prevenuto e punito col massimo rigore. Tuttavia, il clima che si sta respirando in questi ultimi giorni sembra individuare un nemico presunto, fantasmatico. Vista l’inconcludenza dell’anti-fascismo, si cerca di veicolare l’anti-patriarcato in una lotta contro l’attuale establishment politico che, peraltro, non perde occasione per avallare le posizioni, o le immaginazioni dell’avversario, in una sorta di sudditanza psicologica. 

Insomma, e sono fenomeni già visti negli ultimi anni, è il momento in cui il “maschio” in quanto tale, indipendentemente da qualsiasi riflessione sulle responsabilità personali, deve pronunciare abiure, scusarsi di esistere, inginocchiarsi. 

Eppure i crimini contro le donne ci fanno pensare ad un maschio deresponsabilizzato, legato alla sua natura involuta di homo, semplice animale vivente, del tutto privo di verticalità, di spiritualità e di qualsiasi “forma” interiore in grado di trasmutarlo in Vir, dotato di ordine, capacità di autogoverno, di autocontrollo e di senso del limite. Quindi, se è necessario generalizzare, è proprio una società americanoide come quella attuale, permissiva, superficiale, nichilista e del tutto priva di una visione superiore, ad aver creato una generazione di maschi confusi, eterni adolescenti incapaci di reagire alle frustrazioni in modo costruttivo. Un “maschio”, insomma che non esita a distruggere chi gli sta di fronte, se non ottiene subito quello che il suo ego malato gli fa volere.

Siamo d’accordo con quanto il filosofo Massimo Cacciari ha avuto modo di affermare recentemente, di fronte ad un’attonita Gruber, durante la trasmissione Otto e mezzo de La7:

«La famiglia patriarcale non esiste più da duecento anni. È venuto sempre meno, con drammatica rapidità nell’ultimo periodo, il ruolo della figura maschile all’interno della famiglia. Io ritengo che queste tragedie siano il frutto del venir meno, nelle personalità più deboli e più fragili, di questa loro centralità e di questa loro figura di riferimento, di questo loro esercizio del potere, ma anche di legittimità valoriale.» 

REDAZIONE KULTURAEUROPA

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