EXTRA-PROFITTI: TOGLIERE AI RICCHI PER DARE AI POVERI?

Lo scorso 7 agosto il governo Meloni ha dato alla luce il decreto legge “Asset e investimenti” o come lo hanno soprannominato alcuni il decreto “Robin Hood”.

Riassumendo all’osso quanto contenuto nel suddetto decreto, costituito da svariati articoli che vertono su taxi, voli aerei, incendi e altro ancora, il punto più discusso e dibattuto riguarda la tassazione degli “extra-profitti” per gli intermediari finanziari. Riducendo brutalmente quanto già riassunto: più tasse alle banche per dare i soldi in aiuto a chi ne ha più bisogno. 

Fantastico no? Si tolgono i soldi alle “cattive banche speculatrici” per aiutare famiglie e imprese in difficoltà: c’è chi saluterebbe questa manovra come un’importante mossa sociale che ci si aspetterebbe da un partito di destra sociale.

A questo punto dell’articolo, se siete compiaciuti e non volete rovinarvi la giornata, potete finire qui la lettura. Per chi invece è interessato ad un’analisi più approfondita e “critica” di un fenomeno così complesso come quello sinora semplificato e banalizzato può rimanere e sorbirsi le mie tediose riflessioni.

Premetto che tra i componenti del governo ci sono diverse personalità più o meno competenti in ambito economico e più o meno orientate in diversi approcci all’economia come la corrente più “liberale”, quindi indirizzata verso un minor intervento statale per lasciare più spazio al “libero mercato” e al contrario la corrente più “interventista” o, per quelli che preferiscono il termine, più “sociale” che incoraggia l’intervento dello Stato nel mercato con il tentativo di regolarne e governarne i fenomeni a proprio vantaggio.

Se da una parte il governo si è recentemente mosso con alcune riforme più di stampo “liberale” (come per esempio il taglio al reddito di cittadinanza) l’ultimo decreto è invece chiaramente ispirato al principio dell’intervento dello Stato nell’economia nazionale, e che intervento!

Ora, chi segue la rubrica “New Economy” su Radio Kulturaeuropa o chi mi conosce, sa perfettamente quale sia il mio personalissimo pensiero sul settore bancario e sul ruolo che le banche hanno nell’economia: lungi da me essere difensore anche solo lontanamente delle banche che nel tempo hanno fatto il bello e il cattivo tempo in Italia, in Europa e nel mondo; eppure in questo caso mi ritrovo quantomeno a “criticare” la scelta del governo proprio in questo specifico frangente.

Parafrasando una personalità ben più nota e importante del sottoscritto: “ogni volta che sento la parola extra-profitti (termine tra l’altro utilizzato smodatamente nel vocabolario marxista) metto mano alla pistola”. Così come avvenuto nel 2022 per le imprese produttrici di energia elettrica, nel 2023 continua la caccia ai settori più preformanti del mercato per permettere allo Stato di fare cassa ed elargire mancette e bonus ai propri sudditi come abbiamo visto fare in passato, talvolta in maniera più mirata, talvolta in modo assolutamente illogico e ingiustificato. Se da una parte l’intento (e la buona fede?) può essere giusto, la modalità è a dir poco maldestra e pasticciata. 

Si tratta di andare a tassare retroattivamente un intero settore dell’economia solo perché “ha fatto i soldi” per circostanze più o meno fortuite, quindi se è stato fatto l’anno scorso per i produttori di energia, se viene fatto quest’anno per le banche, a chi toccherà l’anno prossimo? Per via dei frequenti incendi e del cambiamento climatico sono ben posizionati i produttori di estintori e sistemi antincendio e gli installatori di condizionatori… Sarà una bella sfida, vedremo chi si aggiudicherà il premio come settore più tassato del 2024.

Provocazioni a parte, per raccogliere i 3 miliardi stimati dal governo, oggi (8 agosto) i titoli bancari hanno perso capitalizzazione in borsa per 10 miliardi, ma tanto “hanno fatto i soldi”, quindi in fondo va bene così a noi che ce ne importa. Salvo poi vedersi calare il proprio libretto di risparmio e il proprio fondo pensione che si basano anche sui titoli delle maggiori banche italiane.

Il discorso sarebbe stato differente se fosse nato un dibattito sul differenziare l’aliquota IRES per alcuni settori, magari rendendola in alcuni casi progressiva come avviene per l’IRPEF, o se si fosse intervenuti per regolamentare o aumentare ulteriormente la competizione tra le banche in modo da mettere in condivisione gli “extra-profitti” in maggiori vantaggi per i clienti; e invece no, è nata una riforma che non ha nulla da invidiare al Venezuela di Chavez (o quasi).

Poi non lamentiamoci quando le banche non ci lasceranno fare il mutuo anche se abbiamo l’indeterminato, o quando la nostra banca ci avviserà che sono aumentate le commissioni su conti correnti o sulle operazioni bancarie, infatti gli effetti negativi di questo decreto “Robin Hood” si riverseranno su di noi.

In conclusione: risolvere problemi complessi con soluzioni semplici funziona nel breve termine, ma nel lungo termine il problema si ripresenterà più grave e complesso di prima.

Marco Massarini

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