PENSIERI CORSARI

MEMORIE E CONSIDERAZIONI DI UN SINDACALISTA NAZIONALE

Le mie idee politiche si forgiano nell’infanzia vissuta in un quartiere popolare genovese, abitando in un palazzo che possedeva già un appellativo particolare, “palazzo dei poveri”, elemento che oggi potrebbe apparire fortemente ghettizzante ma che per me era motivo di orgoglio e di identità.

Da quando ho potuto dichiararmi appartenente a quel manipolo di allora giovani nazionalrivoluzionari? Forse da sempre… 

Formazione di un’aristocrazia operaia, cogestione, superamento della lotta di classe, militanza, rappresentanza delle categorie produttive, erano i temi portanti di un progetto che aveva caratterizzato il sindacalismo rivoluzionario e si contestualizzava nel sindacalismo nazionale. 

Negli anni della conflittualità permanente e della presunta superiorità delle tesi marxiane come irreversibile sviluppo della società, proporre valori antitetici alla soluzione “socialista” era certamente difficile e veniva personalmente pagato in termini di vivibilità ambientale sui posti di lavoro, di prospettive di carriera, di tranquillità familiare. I quadri sindacali dell’allora CISNaL vivevano una discriminazione quotidiana, ghettizzati nelle mense aziendali, ove esisteva un’area riservata ai “fascisti”, e in molte occasioni assediati all’interno della fabbrica o dell’officina, ingiuriati e vilipesi al momento di sinistri cortei che li ponevano al centro di veri e propri processi pseudopopolari.

La scelta del sindacato come ambito dell’attività di militanza era per certi aspetti più coinvolgente e psicologicamente impegnativa, rispetto a quella dell’azione politica classica. Da un lato si aveva infatti l’individuazione nell’ambiente di lavoro da parte dell’avversario politico sindacale, che vedeva nel dirigente del sindacato nazionale la prova provata della falsità delle tesi interpretative, di stampo gramsciano, del fenomeno fascista quale estremo elemento di autodifesa della borghesia e del capitalismo, dall’altra non esistevano soluzioni di continuità alla militanza, perché l’azione si esplicava nel contesto lavorativo ove si traeva sostentamento e risorse economiche. 

A distanza di 50 anni le cose sono cambiate notevolmente: gli equilibri che caratterizzavano la I Repubblica sono crollati e abbiamo ormai calpestato le ceneri della II.

Gli scenari internazionali, seppur ancora determinati dalle conseguenze dell’immane tragedia della II guerra mondiale, sono stati caratterizzati dalla fine impietosa del comunismo internazionale, con il crollo dell’Unione Sovietica e la trasformazione ipercapitalisca della Cina. La crisi finanziaria che ha attraversato l’economia mondiale dal 2008, ha suggellato la fine del capitalismo imprenditoriale ed evidenziato i tremendi rischi di un capitalismo finanziario senza controllo. Le tesi egualitarie sono miseramente fallite di fronte ad un mondo rappresentato da poveri sempre più poveri e ricchi sempre più ricchi. La globalizzazione, auspicata come portatrice di grandi e positive novità per l’umanità, ha rivelato il suo vero volto portando sradicamento culturale, tentativi di omologazione e conflitti religiosi, sfruttamento ed emarginazione. L’assurda gestione della pandemia ha messo alla berlina un Occidente prono agli interessi particolari di elites autoreferenziali e nel contempo schiavo di una deriva repressiva, che acquisisce e sviluppa forme di controllo simili all’alienante sistema cinese dei crediti sociali. 

Infine, l’aggressione dell’Ucraina da parte di una Russia pervasa da nostalgie post-comuniste e piegata alle esigenze di una leadership che punta ad auto perpetuarsi attraverso un rinnovato espansionismo territoriale, ha confermato che solo un’Europa politicamente, economicamente e militarmente unita, può emanciparsi dagli Stati Uniti, senza essere subalterna del nuovo impero eurasiatico a trazione moscovita. 

Se tutto è cambiato, le proposte dell’area nazionalsindacalista si confermano invece di estrema attualità. 

La proposta partecipativa e cogestiva è elemento portante di un’alternativa alla deriva iperliberista del capitalismo finanziario e alla inconsistenza delle formule sostitutive del conflitto e della lotta di classe degli epigoni del marxismo. La crisi dei partiti politici apre a nuove forme di rappresentanza che confermano la genialità della proposta corporativa e della rappresentanza degli interessi generali e collettivi ormai non più canalizzati da un sistema partitico sempre più involuto verso il personalismo e la rappresentanza di interessi particolari o addirittura illeciti. La classe dirigente politica, manageriale ed economica dà prova del proprio basso profilo e conferma quanto affermato sulla diffusione della corruzione e della incompetenza in tutti i settori della società per un sistema che non riconosce il merito, ma la clientela. 

Quindi, se lo slogan “il domani appartiene a noi” è rimasto tale, se l’area politica a cui facevamo riferimento in quegli anni si è dimostrata ben peggiore della peggiore dirigenza cattocomunista, se i valori che allora dichiarava sono stati annichiliti appena solcata la soglia del “potere”, le idee si mantengono attuali ed attuabili. E anzi il fallimento delle soluzioni proposte dai vincitori della II guerra mondiale è evidente, e l’incapacità di elaborare soluzioni alternative si estrinseca nella stagnante situazione del presente e nelle improbabili o improponibili soluzioni delle concomitanti crisi politiche, economiche, sociali, militari e morali che coinvolgono il mondo intero. 

Per concludere, comprendendo che dobbiamo uscire dalla dicotomia post-bellica che non chiarisce le peculiarità delle nostre posizioni, troppo trasversali e libere per la costrizione a cui destra e sinistra obbligano, possiamo con ottimismo affrontare il domani, consci che al momento non esiste un’area politica che abbia il coraggio di una rivoluzione copernicana, ma al contempo certi che il nostro messaggio possa essere recepito proprio per questo con maggiore facilità dalle nuove generazioni, coscienti degli errori del passato, della difficoltà del presente, sicuri che il futuro possa dare a loro nuova speranza e nuove opportunità.

Salvaguardando la nostra identità e peculiarità e rimanendo fedeli agli ideali di quanti hanno combattuto, lottato, sofferto, restando sempre e comunque idealmente al nostro fianco. 

Ettore Rivabella 

  1. Simona Saccone

    Come sempre Rivabella una penna eccelsa

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