ECONOMIA E LAVORO

LO SPETTRO DELLA STAGFLAZIONE GLOBALE SU DI NOI

Nel terzo e quarto trimestre 2022 le economie mondiali hanno mostrato evidenti segnali di rallentamento. Stanno venendo al pettine parecchi nodi insoluti degli anni passati e nuove difficoltà impediscono lo sviluppo delle economie a ritmi accettabili. Stiamo per cadere, collettivamente, in una fase di stagflazione.

Con questo vecchio neologismo si descrive una congiuntura economica di recessione abbinata ad una crescita dei prezzi ben al di sopra delle possibilità di gestione da parte del pubblico.

Di questa doppia disgrazia non se ne sentiva parlare dai lontani anni ’70 quando il mondo vi fu gettato all’improvviso dal brutale rialzo dei prezzi del petrolio da parte delle nazioni arabe come ritorsione per la guerra del Kippur. Da allora i tassi di interesse hanno avuto una tendenza secolare di riduzione durato molti decenni e venuto a terminare proprio in tempi recentissimi. Basti pensare che nel 2021 oltre 20.000 miliardi di titoli di stato dei paesi occidentali mostravano rendimenti reali negativi. In altre parole, il povero risparmiatore o fondo o banca che ha acquistato questi titoli per la loro sicurezza aveva come garanzia matematica quella di perdere soldi dall’investimento.

Pensate quale effetto negativo una cosa del genere può avere sulle disponibilità finanziarie dei risparmiatori e, come corollario, sulla attrattività del capitale per scopi produttivi. Oltre al rallentamento dell’inflazione e dei tassi di interesse, abbiamo assistito anche ad una parallela riduzione dei tassi di crescita economica.

L’Italia in questo detiene ogni record, visto che l’economia nazionale è sostanzialmente ferma dagli anni ’90 con conseguenze devastanti sull’occupazione giovanile, sulla produttività, sulla crescita del reddito disponibile. Tutte le altre economie occidentali sono cresciute poco, ma comunque un po’ di più.

Ora purtroppo stiamo entrando in una fase in cui l’inflazione è passata bruscamente dal 1% a circa il 10% in Europa (circa 8% in USA) e tutti gli organismi economici internazionali, privati e pubblici, prevedono una recessione ad iniziare dal 2023. Negli Usa la recessione è stata già registrata con i primi due semestri del 2022 cresciuti a tassi negativi. Le previsioni di crescita per gli Usa sono di un 2022 che chiuderà circa a zero e divergono per il 2023, dove alcuni prevedono una ripresa intorno al 2%, ed altri invece ritengono inevitabile una crescita negativa.

Per l’Europa quasi tutti gli Istituti sono concordi nel prevedere una congiuntura recessiva nel 2023, dal momento che le economie sono colpite contemporaneamente dallo straordinario rialzo del prezzo del gas naturale, dalle conseguenze economiche dei lockdown decisi dai governi e da politiche monetarie fortemente restrittive. Inoltre, nel 2022 sono venuti generalmente meno gli effetti di sostegno artificiale varati dai governi per tentare di compensare gli effetti profondamente recessivi delle decisioni relative al Covid nel 2020.

Ad es. in Italia abbiamo avuto nel 2020 un crollo del PIL del 10%, un rimbalzo “drogato” del 8% nel 2021 ed ora un 2022 che finirà probabilmente con un saggio di crescita limitata, nonostante l’ammontare straordinario di fondi europei del PNRR che stanno raggiungendo il nostro paese.

Tutte le recessioni dell’ultimo mezzo secolo sono state precedute, causate o accompagnate da rialzi dei prezzi dell’energia (si veda grafico sottostante, dove le recessioni sono le aree celesti), in particolare del petrolio, per cui anche attualmente sembra questa una delle cause della congiuntura recessiva che i mercati finanziari stanno ampiamente prevedendo e scontando nelle quotazioni. 

Prezzi del petrolio in forte rialzo sono prodromici di recessione economica

Ci sono naturalmente anche altri aspetti che giustificano una congiuntura negativa: l’erosione del potere d’acquisto della moneta, salari che rimangono indietro rispetto alla crescita dei prezzi, la debolezza dell’euro, le difficoltà nella catena degli approvvigionamenti esteri. 

Su questo si innesta l’incredibile impennata del prezzo del gas naturale derivante dall’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, che ha sostanzialmente chiuso i rubinetti. Poiché alcuni paesi europei come Italia e Germania importano quote consistenti del loro fabbisogno energetico dalla Russia questa situazione non può non generare importanti effetti recessivi sulle nostre economie. Soprattutto considerando che i prezzi dell’energia penetrano in tutti i settori economici, elevandone i costi, dall’ alimentazione, ai fertilizzanti, alle costruzioni, all’immobiliare, la chimica, l’industria, eccetera.

Una ragione ulteriore di questa dinamica è da individuarsi nella velleitaria e ideologica crociata contro l’utilizzo dei combustibili fossili contro i quali i governi per essere “green” hanno scatenato una guerra economica senza quartiere in nome della transizione ecologica. Tutti desideriamo passare ad un’economia a minor impatto ambientale, ma occorre realismo e non furore messianico, e tener conto che questa transizione non è cosa che realizza in un anno.

Passare a fonti come eolico, idrogeno, solare, nucleare, richiederà molto tempo per sostituire un mondo costruito in maniera diversa: la narrativa che si possa fare spingendo un bottone è fuorviante. Di conseguenza le grandi aziende petrolifere hanno drasticamente ridotto le ricerche e trivellazioni, per non incorrere nelle ire dei governi e degli azionisti più ecologisti ed attivisti. Chi scrive è facile profeta nel predire che il risultato di una domanda crescente di energia, accoppiata a minori investimenti nelle fonti abituali, manterrà i prezzi del gas e del petrolio a livelli molto elevati per lungo tempo, guerra o non guerra. Il che sarà un problema per tutti i cittadini. 

Il rialzo dell’inflazione menzionato, mentre era assolutamente prevedibile, è straordinario in termini di velocità e dimensione. Il grafico sottostante, che riporta a 100 il livello del 1982, fornisce una visione chiara della drammaticità del fenomeno che stiamo vivendo. 

Il balzo della crescita dell’inflazione non ha paragoni fino agli anni ‘80

E’ importante sottolineare come l’inflazione sia una tassa occulta particolarmente odiosa perché colpisce in maniera più forte le fasce di popolazione più deboli ed esposte, riducendo in maniera subdola il potere d’acquisto delle famiglie e di alcune categorie di imprese (quelle che non dispongono della capacità traslativa degli aumenti dei prezzi dalla produzione sui consumatori). 

Le radici di questa stagflazione, di cui come detto non si vedevano le tracce dagli anni ’80, vanno ricercate nelle irresponsabili politiche fiscali e monetarie dei governi a partire dalla crisi finanziaria del 2008. I governi hanno aumentato in maniera notevole le spesa statale, e con essa la dimensione della presenza dello stato nell’economia, finanziando spesa corrente e progetti a ritorni negativi per importi del tutto superiori alla capacità di copertura da parte dei risparmiatori, risultando in esplosioni senza precedenza dei debiti pubblici.

Il rapporto debito/Pil, ed il suo alimentatore, il rapporto deficit/PIL di quasi tutti i paesi occidentali è salito ben oltre i livelli di sostenibilità e queste spese sono state possibili soltanto attraverso maggior debito e la conseguente sottoscrizione dei titoli di stato emessi dai governi da parte delle banche centrali, le quali hanno gonfiato a dismisura i loro bilanci. Ad esempio, la Federal Reserve americana è passata da un bilancio 4000 miliardi di attivo nel 2019 a 9000 miliardi di attivo nel 2021. Accoppiata a questa espansione del debito mai vista nella storia dell’umanità, le banche centrali hanno tenuto i tassi a livelli artificialmente bassi per oltre un decennio, svilendo la remunerazione del risparmio e generando bolle speculative che stiamo iniziando a pagare.

Questo mix di politiche, favorito dalle élite che controllano i governi ed il sistema finanziario, ha generato da un lato enormi guadagni ai possessori di attività finanziaria (azioni, obbligazioni, immobili, valute) e dall’altro ha generato bolle speculative senza alcun senso economico (criptovalute, NFT, venture capital, spacs, ipos, quotazioni insostenibili di aziende che generano solo perdite, aziende zombi non in grado di pagare neppure gli interessi e che però non falliscono).

Il contraltare di questa scelta di “quantitative easing” è naturalmente l’insostenibilità dei debiti pubblici accumulati, il trasferimento di enormi quantità di debito alle generazioni future, la distruzione del risparmio delle famiglie, la crescita distrofica di amministrazioni e burocrazie pubbliche che si auto-alimentano, e quindi l’inevitabile rallentamento economico.

Il tasso dell’interesse è un prezzo come tutti gli altri, che si forma su un mercato: è il prezzo del denaro. Quando esso viene artificialmente manipolato dai governi e dalle banche centrali che per così tanto tempo lo hanno represso a zero, distorcendone il valore, è inevitabile che le forze economiche riemergano in altro modo, ed ecco che oggi paghiamo allo stesso tempo con alta inflazione e recessione economica il prezzo di queste scelte da cicala degli ultimi decenni. Le bolle prima o poi scoppiano e la deflazione che ne segue, di nuovo, penalizza principalmente le classi medie e produttrici.

La recessione economica è prevista anche dagli indicatori di mercato stessi, come ad esempio l’inclinazione della curva dei rendimenti dei titoli di stato. Al momento la curva è disposta in maniera invertita, con i titoli a lungo termini che offrono rendimenti minori di quelli a breve termine, cosa che è innaturale ed è statisticamente prodromica e predittiva di una recessione economica a seguire (vedi grafico sottostante per gli USA). 

Una curva dei rendimenti invertita è sempre stato un segnale di sfiducia 

La verità è che viviamo oggi in una congiuntura radicalmente diversa di quella deli ultimi 15 anni: ci siamo abituati, come un drogato in dipendenza, ad ottenere dosi sempre maggiori di iniezione monetaria per risolvere qualsiasi difficoltà. Con i tassi tenuti a zero, la quantità di indebitamento possibile è teoricamente infinita.

La realtà è ben diversa ed è che la recessione morde anche e soprattutto per i problemi di supply chain derivanti dal blocco economico del lockdown, ed ora i governi non hanno più la possibilità di emettere nuovo debito a tassi ridicoli. Il mercato (non gli accademici) ha girato le spalle all’insostenibilità della “modern monetary theory” (la più grande stupidaggine che la teoria economica poteva produrre, ovviamente frutto di economisti d’élite schierati a sinistra e ben difesi dai loro PhD e dai loro stipendi sicuri). 

The “Modern Monetary Theory”

 Pertanto, oggi su una economia non in salute stanno cumulandosi le addizionali difficoltà dei forti rialzi dei tassi da parte delle banche centrali di tutto il mondo. La Federal Reserve ha già alzato i tassi da 0 % al 4.25% e con certezza continuerà ad incrementare il costo del denaro almeno fino al 4.5% o 5%.  Allo stesso tempo sta riducendo il proprio bilancio lasciando scadere 95 miliardi di titoli di stato detenuti al mese, nel tentativo di scendere dimensionalmente dai livelli insostenibili menzionati sopra.

Questa politica è esattamente l’opposto di quella perseguita fino ad ora ed è infatti definita un “quantitative tightening”, ossia restrizione monetaria. Tutte le altre banche centrali del mondo sono avviate sullo stesso identico cammino. La Bank of England sta rialzando i tassi velocemente anche perché incalzata dal crollo della sterlina e l’economia inglese è già in recessione.

La Banca centrale Europea, pur molto cauta finora, non ha scelta che effettuare rialzi molto consistenti dei tassi di riferimento, incalzata dagli esponenti della Bundesbank che la reclamano visto che l’inflazione in Germania è superiore al 10% e non accenna a scendere. La BCE è tra l’altro anche molto indietro nel processo di rialzo dei tassi, “behind the curve” come si dice, in quanto la distanza fra i tassi attuali e ‘inflazione è maggiore che in altre aree economiche e quindi l’inasprimento necessario è maggiore.

Altre banche centrali stanno restringendo le politiche monetarie allo stesso modo: Svizzera, Norvegia, Svezia, perfino il Giappone sta intervenendo sul mercato dei cambi a difesa dello yen. La velocità e dimensione di questi rialzi dei tassi non ha precedenti nella storia ed avrà necessariamente profondi effetti recessivi. 

La velocità di incremento dei tassi da parte della Federal Reserve non ha precedenti 

Con queste ricette comuni la domanda di credito verrà razionata, i tassi sui mutui stanno volando in alto rendendo più difficile gli acquisti di case, la domanda viene compressa, la spesa aggregata limitata, la disoccupazione non può che salire.

Come scritto più volte, la creazione artificiale di moneta da parte delle banche centrali non ha generato alcuna crescita del potere d’acquisto delle famiglie; al contrario lo ha sensibilmente ridotto, come dimostra incontrovertibilmente il seguente grafico della Federal Reserve di Saint Louis, che evidenzia la correlazione negativa fra crescita dell’aggregato M2 ed il potere d’acquisto dei consumatori. 

Senza ancoraggio all’oro, l’aumento della base monetaria per “favorire” l’economia genera invece erosione del potere d’acquisto delle famiglie 

Un altro effetto molto grave, mai menzionato dalle élite che controllano i media e le università, è che tutta questa massa monetaria scollegata dalla crescita reale, ha aumentato a dismisura tutti gli indicatori di diseguaglianza reddituale della società.

Dal 2008 a oggi mentre i salari e gli stipendi sono rimasti sostanzialmente stagnanti, la ricchezza finanziaria è aumentata di svariate migliaia di miliardi di dollari.

Queste politiche ufficialmente varate per sostenere le classi lavoratrici hanno, come è ovvio, avuto invece un non casuale effetto opposto, di esplosione dei prezzi delle attività finanziarie (azioni, obbligazioni, fondi, ecc.) che ovviamente sono detenute solo dalla fascia più alta della popolazione. È stato calcolato che se l’1% della popolazione più ricca negli USA perdesse il 99% della propria ricchezza finanziaria, sarebbe cionondimeno più ricca di almeno 3.5 miliardi di persone.

Tutti questi “esperti” banchieri centrali sono, a parere di chi scrive, colpevoli di non aver capito la natura inflazionistica delle misure di quantitative easing che hanno perseguito ciecamente negli ultimi anni e si sono trovati spiazzati dalle dinamiche negative congiunte della economia in recessione e dell’inflazione fuori controllo.

Il potere d’acquisto dei nostri risparmi si erode oggi al ritmo del 10% l’anno, l’euro è quasi ai minimi storici contro dollaro e le prospettive per il 2023 sono negative da parte di tutti i centri di ricerca. L’apprezzamento del dollaro contro ogni altra valuta ha raggiunti livelli mai visti in una generazione ed è un modo per esportare ulteriore inflazione dagli USA agli altri paesi.

Dollaro mai così forte contro tutte le altre valute del mondo negli ultimi 20 anni

Le banche centrali, dopo aver fatto “too little too late”, ora sono sono passate ad una situazione di “too much too long” nel loro disperato tentativo di recuperare la loro perduta credibilità nei confronti dei mercati finanziari e degli operatori economici. Con i rialzi dei tassi menzionati sopra, esse non faranno altro che affossare ulteriormente le economie, restringendo il credito e la liquidità al momento sbagliato. Tanto va detto sui super-esperti, burocrati con PhD che non hanno mai fatto un giorno di lavoro nell’economia reale, ma che ritengono di poter indirizzare le variabili economiche (1).

Una restrizione monetaria così sincronizzata in tutto il mondo occidentale è un evento nuovo e che non potrà non portare effetti recessivi.  Persino l’economia cinese è in frenata brusca, come conseguenza delle autoritarie politiche sui lockdown del governo comunista e dell’iniziato riposizionamento delle manifatture internazionali verso altri paesi.

Per il nostro paese, il nuovo governo uscito dalle urne deve fronteggiare una situazione di estrema gravità congiunturale, descritta sopra, accoppiata alle ataviche debolezze del nostro sistema economico: un debito pubblico al 150% del PIL, una crescita media dello zero virgola, un’amministrazione pubblica che distrugge valore, bassi livelli di produttività multi-fattoriale, fuga di cervelli, livelli bassissimi di investimenti in attività capaci di generare valore futuro. La stessa Nota di Aggiornamento emessa dal governo Draghi ad inizio di ottobre pronosticava per il 2023 almeno due trimestri di PIL in contrazione.

Andando controcorrente, chi scrive ritiene che le economie moderne siano intrecci talmente complessi ed inter-correlati, che non sia possibile governarle efficacemente solo dal centro. La storia, per chi vuole veramente leggerla senza pregiudizi, mostra che l’intervento pubblico e dirigista nell’economia ha di frequente effetti collaterali pesanti su larghe fasce di cittadini ed alla fine rende tutti più collettivamente poveri. In particolare, sono più poveri i cittadini e le categorie produttrici, in nome dei quali gli interventi vengono realizzati da parte di una casta di burocrati che si autogiustifica e sottrae risorse vive alla crescita economica collettiva. Questo non significa che la mano pubblica non debba avere un ruolo nella regolazione dell’economia. Al contrario (non ci si dia del neoliberista).

È una questione di dimensione, di efficacia, di convenienza, di libertà, di buon senso e infine di Hubris.

Vittorio de Pedys

(1) Si confronti l’arroganza concettuale degli economisti, banchieri  ed accademici attuali, che ritengono di “governare” l’economia con la seguente affermazione di un vero premio Nobel: 

“In the present state of our knowledge [of monetary policy and the economy] we cannot hope to use monetary policy as a precision instrument…The attempt to do so is likely merely to introduce additional instability into the economy, to make the economy less rather than more stable.”
Milton Friedman, 1959

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