KULTURA

ROMA O MORTE: MARCIARE SIGNIFICA ANDARE OLTRE

Appena finito di leggere Roma o Morte di Carlomanno Adinolfi (Edizioni Altaforte – 2022). Un libro pregevole perché denso ma scorrevole, costruito con una razionale descrizione dello sviluppo cronologico di quelle complesse dinamiche che sovvertirono lo status quo, tramite l’azione di minoranze attive in procinto di portare una accelerazione storica del tutto inedita. Era l’Italia che si vergognava di aver fatto e vinto la guerra, l’Italia consumata da un sistema politico vecchio e agonizzante e dalla prospettiva della sovietizzazione a suon di ricatti e violenze. Un’Italia in cui però, erano anche presenti quattro tipologie umane, tutte e quattro incarnate dai personaggi del romanzo.

Leonardo torna dalla guerra ed in Emilia si ritrova disorientato dall’impatto feroce che la società italiana riversa sugli eroi del Grappa, una società in buona parte indifferente quando non apertamente ostile che già delineava dei tipi umani in fase di inquadramento. Massimo attraversa a Milano con acume e tensione rivoluzionaria la temperie culturale del partito socialista italiano e del sindacalismo, tra strategia e idealità soffocate nella paralisi tra le istanze riformiste parlamentari di Turati e quelle massimaliste ma parolaie di Serrati, in vista della scissione livornese dei bigotti del Comintern, gli storici servi dello straniero. Arno si ritrova in Toscana agitandosi come un fantasma rimasto col cuore e la testa in quegli arditi assalti col pugnale tra i denti, in attesa di qualcosa che gli permettesse di ritrovare se stesso. Bruno invece si trova a Roma e da parlamentare liberale, muovendosi in un continuo confronto dialettico di alta politica, riflette e matura la consapevolezza di un cambio epocale alle porte. 

Tutti e quattro interventisti e proiettati in qualcosa che ancora non c’è.

Il figlio del fabbro aveva lanciato il patto di pacificazione coi socialisti, riuscendo così e con un colpo solo ad irreggimentare lo squadrismo fino a quel momento poco controllabile, a scavalcare il governo come unico uomo capace di frenare la guerra civile, a disorientare i socialisti già in fase di declino e a spaccare del tutto il fronte rosso che tramite qualche lega e i comunisti continuò ancora ad agitarsi fornendo – a quel punto – una chiara legittimazione della violenza fascista davanti alla pubblica opinione. Quello mussoliniano fu un mix strategico di minacciosi ricatti illegali e di sottili accordi multipli in apparenza contraddittori, di lusinghe istituzionali e di minaccia armata, che confusero totalmente le gerarchie politiche dell’Italia di allora. Oggi si parlerebbe di smart power.

Due politici lucidi ed acuti, stregati entrambi proprio dalla capacità politica del figlio del fabbro, Massimo e Bruno che vivono con assai differente origine una lenta quanto incredibile convergenza segnata dal destino, il primo ripetendo il percorso ideologico di Benito Mussolini e il secondo provocando ed abbracciando con sempre maggior chiarezza la direzione filo-fascista del partito liberale verso l’edificazione di una Patria nuova. 

Due impolitici reduci dal fronte che diverranno squadristi ma partiti con uno stile diverso: più borghese e “bravo ragazzo” Leonardo trasfigurato dalla conoscenza di Italo Balbo, più selvaggio e barbarico Arno rigenerato dal bagno elettrico di Fiume e rinnovato dalla conoscenza di Dino Perrone, un lucido e appassionato militante il primo, una sorta di Rambo con inclinazioni mistiche il secondo.

Sullo sfondo i quattro anni vissuti come una lunga marcia che da Vittorio Veneto giunse a Roma, dopo che il partito-milizia aveva già conquistato l’Italia esautorando del tutto ogni velleità sindacale e militare dei social-comunisti e davanti ad uno Stato sempre più evanescente ed in procinto di arrendersi a Mussolini. 

Più che la trama di un romanzo storico, questa molto ben scritta da Carlomanno Adinolfi è una storia romanzata, appassionante perché romanzata ma istruttiva perché storia. La trama del romanzo è infatti la storia stessa che si dipana attraverso le inquietudini e le azioni dei quattro protagonisti, in una climax crescente che raggiunge il culmine nell’Ottobre Nero, con l’ingresso trionfale nella Città Eterna.

Culmine che però – e lo sanno bene i quattro giovani – è soltanto l’aprirsi di una porta, un ponte, un passaggio verso un nuovo inizio da costruire.

Come non vi fu mai un ritorno dal fronte per quegli uomini, non vi sarebbe mai stato neanche un arrivo, perché quella Marcia fu un andare avanti. 

Marciare significa andare oltre.

Pietro Ferrari

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