ESTERI E GEOPOLITICA

UCRAINA: LA NAZIONE INATTESA

“Una nazione inattesa”, questo è il titolo (in originale: The Ukrainians: unexpected nation), piuttosto eloquente, di un importante saggio storico di Andrew Wilson sulla storia dell’Ucraina, ancora non tradotto in italiano nonostante sia passato quasi un quarto di secolo dalla sua prima edizione nel 2000. 

La guerra iniziata il 24 febbraio dell’anno corrente con l’invasione russa dell’Ucraina ha proiettato questo paese, fino a pochi anni fa quasi del tutto sconosciuto se non come patria di migliaia di badanti o paese di transito dei gasdotti che porta(va)no il gas russo all’Europa, al centro delle cronache internazionali e dei dibattiti politici di tutto il mondo e soprattutto del Vecchio Continente, alle prese, per la prima volta dal 1945, con una guerra su vasta scala sul proprio territorio (qui inteso come Spazio europeo e non come Unione Europea). 

Nel dibattito interno italiano, così incline alla polarizzazione, l’Ucraina viene presentata ora come piccola nazione eroica che combatte per difendere sé stessa e, soprattutto, i valori costitutivi dell’Occidente come liberal-democrazia e diritti umani contro un Impero neo-sovietico, neo-zarista e oscurantista, e ora come semplice pedina dell’Imperialismo “euro-atlantico-occidentale”, quando non piuttosto assurdamente come l’incarnazione stessa della way of life occidentale, che negli anni avrebbe provocato Mosca con il suo nazionalismo russofobo a solo vantaggio delle centrali imperialiste occidentali. 

In molte di queste prese di posizione manca quello che dovrebbe essere il protagonista principale: l’Ucraina con la sua storia, le sue caratteristiche culturali e la sua identità nazionale.

Spesso si sente dire che l’identità ucraina sarebbe “debole”, quando non semplicemente “inventata”, e che il Paese slavo sarebbe stato parte della Russia “da sempre”, affermazioni queste piuttosto rischiose politicamente anche per il nostro Paese, che ha ancora un sentimento nazionale spesso carente, come testimoniano persistenti regionalismi che in un passato recente diedero vita anche a spinte secessioniste incruente ma nondimeno politicamente visibili, e che due secoli fa veniva definito dal Metternich come una mera “espressione geografica”. Si può aprire un discorso circa la coerenza delle varie narrazioni nazionali ma l’artificialità dell’Ucraina come Nazione-Stato non è maggiore di quella di una consistente parte degli Stati dell’Europa centro-orientale e sud-orientale nati nei secoli XIX e XX dalle ceneri degli imperi multinazionali Russo(-Sovietico), Austro- Ungarico e Turco-Ottomano. 

Fra i topoi più diffusi, non solo nella propaganda russa ma anche nel senso comune, sulla Storia ucraina ci sono quelli che vorrebbero il Paese slavo essere “da sempre” parte della Russia e che, quasi a fondamento della prima affermazione, che tale appartenenza si fondi sul fatto che la Russia attuale sia nata a Kiev, la “madre di tutte le città Russe”; la stretta parentela linguistica fra russo e ucraino (e bielorusso), tutte lingue del ramo slavo orientale, sembra dare forza alle tesi russe sul Popolo Russo “Tri-uno”. 

Il problema di questa visione storico-politica, in realtà non del tutto illegittima e fantasiosa, sta nel fatto di voler proiettare all’indietro le attuali formazioni nazional-statali, un’operazione di per sé legittima e comune a tutte le narrazioni nazionali ma che, per chi vuole comprendere meglio dall’esterno le dinamiche del conflitto russo-ucraino, va tenuta in considerazione e non data per scontata. 

La formazione statale slavo orientale che nacque a Kiev nel IX sec. d.C. e che assunse il nome di Rus’, dalla denominazione delle aristocrazie normanne che formarono lo Stato, fu un tipico Stato medievale, non centralizzato e soprattutto non “nazionale” nel senso moderno del termine, ragion per cui sarebbe difficile vedere in tale compagine statale un’antesignana diretta dei moderni Stati russi, ucraini o bielorussi.

La Rus’ di Kiev era una vasta compagine statale il cui centro era situato nell’area dell’attuale Ucraina centro-settentrionale (Kiev, Chernihyv e Pereyaslav) e che si estendeva nei territori dell’attuale Bielorussia e della Russia occidentale, con il territorio di Mosca come estrema periferia nordorientale.
La Rus’ si presentava come una confederazione di Principati retti da signori della dinastia Rjurikide, a volte saldamente tenuti insieme dal Gran Principe di Kiev e a volte in conflitto fra loro per la supremazia, una frammentazione che sicuramente facilitò il collasso del grande stato slavo sotto i colpi delle orde mongoliche, che nel 1240 assediarono e conquistarono Kiev ponendo fine alla Rus’ come prima esperienza storica di spazio slavo orientale unificato. 

Nel periodo della Pax Mongolica si svilupparono ai margini dello spazio della Rus’ due Principati che, nelle rispettive narrazioni nazionali russe e ucraine, costituiranno la base delle odierne identità nazional-statali russa e ucraina, il Principato di Vladimir-Suzdal, che diede origine al Granducato di Mosca, vassallo fino al XV secolo dei Mongoli e poi dei Tatari, e a ovest il Principato di Galizia e Volinia, che sotto il Re Danilo (1238-1364) si avvicinò in chiave anti-mongola all’Occidente, allora rappresentato dai Regni cattolici di Polonia e Ungheria e dalla Chiesa di Roma, che fece incoronare Danilo Re da un legato pontificio. Iniziava così l’orientamento verso ovest dei Rus’ d’occidente, i futuri Ucraini (e Bielorussi).  

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Il Regno di Galizia, che per un periodo controllò oltre al nucleo ucraino cento-occidentale anche l’attuale Moldavia, perse entro la fine del XIV secolo la sua indipendenza, a motivo dell’estinzione della casa regnante, e venne integrato nello spazio del Regno di Polonia e del Granducato di Lituania, che nel 1569 si unirono per formare la Confederazione Polacco-Lituana, fino alle grandi spartizioni della Polonia di fine XVIII secolo, lo stato più vasto e influente dell’Europa orientale, esteso dal Mar Baltico al Mar Nero. 

All’interno della Confederazione si sviluppò a partire dalle élites nobiliari e religiose della vecchia Rus’, integrate nello stato polacco-lituano, una particolare cultura slavo orientale ortodossa distinta tanto da quella “latina” dei Polacchi che da quella della nascente potenza orientale della Moscovia, slavo-ortodossa ma influenzata dalle pratiche politiche e dalla cultura statuale mongolica. 

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Si creò così un’identità “rutena”, dal nome latino Ruthenia che in epoca medievale indicava la Rus’, che può essere considerata alla base delle odierne identità nazionali ucraine e bielorusse. 

La genesi della moderna nazione ucraina può essere fatta risalire all’epoca della Ruthenia polacco- lituana, quando attorno all’aristocrazia rutena e soprattutto ai Cosacchi del Dnepr, popolazioni slave orientali che costituivano comunità politico-militari libere ed autonome stanziate agli estremi confini sudorientali della Confederazione, si consolidò una nuova identità nazionale e territoriale che si identificava sempre più con il nome geografico di quelle terre: Ukraïna, traducibile in italiano pressappoco come “Territorio di Confine”. L’elemento cosacco, ad un tempo guerriero e fiero della propria libertà, sia da vincoli esterni che da modelli politici rigidamente monarchici, fu all’origine della prima entità statuale ucraina moderna, l’ “Hetmanato” (dal nome della più alta carica politico militare cosacca, l’Hetman) cosacco, formatosi all’indomani della grande rivolta antipolacca del 1648 guidata dall’ Hetman Bohdan Chmel’nyc’kyi. 

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Sotto l’Hetmanato, resosi indipendente dopo la rivolta del 1648, si consolidò ulteriormente quella peculiare civiltà slavo-orientale caratterizzata da una fusione di caratteri culturali “bizantini” e “latini”, come testimonia lo stile delle icone ucraine, così diverse nello stile dalla fissità orientale russa, e il peculiare stile architettonico del “barocco ucraino” fiorito negli anni dell’Hetmanato. Sotto l’Hetmanato la chiesa ortodossa d’Ucraina istituì seminari e università dove accanto al greco e allo slavo ecclesiastico si insegnava anche il latino, lo scopo dell’introduzione del latino era certamente quello di contrastare l’azione di penetrazione religiosa dei Gesuiti nelle terre della Rus’, ma ciò diede comunque all’ortodossia ucraina un carattere più “europeo” e più legato alle correnti culturali che attraversavano anche il mondo dell’Ortodossia greca, in contrasto con l’isolamento spirituale e politico della Chiesa moscovita. 

Fu proprio Bohdan Chmel’nyc’kyi nel 1654 a siglare, con l’emergente potenza slavo orientale e ortodossa moscovita, un patto di alleanza, il Trattato di Perejaslav, che se nell’ottica del capo cosacco doveva essere un’alleanza, eventualmente revocabile, con lo Zar agli occhi di quest’ultimo costituiva un’autentica, e perenne, sottomissione dei Cosacchi alla Moscovia/Russia; nasceva così il mito della “riunificazione” dell’Ucraina, la “Piccola Russia” come venne chiamata nella cultura ufficiale russa, alla Russia, mito divenuto parte della storiografia ufficiale russa e sovietica. 

Fu per commemorare i 300 anni di questa “riunificazione” che nel 1954 il leader sovietico Chruščëv, egli stesso un ucraino russificato, “regalò” la penisola di Crimea alla Repubblica Socialista Sovietica Ucraina, uno spostamento interno ai confini amministrativi sovietici che avrebbe gettato le basi del conflitto russo-ucraino scoppiato nel 2014. L’assorbimento dell’Hetmanato all’interno dei confini dell’Impero, che dal 1701 per opera dello Zar Pietro I “Il Grande” iniziò ufficialmente a chiamarsi Russo e non più Moscovita, non fu assolutamente un processo lineare di “riunificazione” di due parti temporaneamente separate di un’unica “Patria”, ma una lunga e lenta opera di svuotamento dell’autonomia dell’Hetmanato, originariamente prevista dal Trattato di Perejaslav, che sarebbe terminata nel 1764 con l’abolizione definitiva della carica di Hetman e con la trasformazione dell’Ucraina in una semplice provincia dell’Impero.

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Negli anni successivi a Perejaslav alcuni dei successori di Chmel’nyc’kyi cercarono di restaurare l’indipenenza dell’Hetmanato appoggiandosi di volta in volta agli avversari regionali di Mosca come la Confederazione Polacco-Lituana, l’Impero Ottomano o addirittura la più lontana Svezia. Fu agli svedesi che si volle alleare l’ultimo Hetman indipendente, il celebre Ivan Mazepa, cantato in Occidente anche da Lord Byron e Victor Hugo. 

La sconfitta di Mazepa e del suo alleato, il Re di Svezia Carlo XII a Poltava nel 1709, segnò la fine definitiva dell’indipendenza dell’Ucraina cosacca e Mazepa, anatemizzato e scomunicato dalla Chiesa Ortodossa moscovita, divenne per i Russi l’archetipo dell’Ucraino traditore, distruttore dell’unità dei discendenti della Rus’ e, soprattutto, connivente con i nemici che da Occidente marciano contro la Russia. 

Senza voler scadere nel determinismo storico o nell’affannosa ricerca di “costanti storiche” possiamo comunque notare come alcuni elementi politici e culturali dell’attuale conflitto russo- ucraino fossero in qualche modo già presenti fra il XVII e XVIII secolo: la volontà di Mosca di ricondurre all’unità sotto la sua egida lo spazio slavo-orientale, la ricerca da parte delle leadership antimoscovite ucraine di alleati politico-militari fra i nemici occidentali della Russia e l’accusa di “tradimento” mossa da Mosca ai leader ucraini “separatisti”, odiati non come semplici nemici ma come dei “traditori” di una supposta unità delle “tre Russie”: la Grande, la Piccola e la Bianca (Bielorussia). 

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Quando, meno di un secolo dopo l’abolizione dell’Hetmanato e durante l’epoca dei risorgimenti nazionali del XIX secolo, rifiorì un movimento nazionale ucraino, detto “ucrainofilo”, analoghe furono le reazioni dell’establishment politico-culturale russo, che accusò gli intellettuali ucrainofili di cospirare con i ribelli polacchi e le potenze ostili alla Russia, in primis l’Austria, contro l’unità della Russia. 

Il Movimento ucrainofilo ebbe una sua prima espressione politica nella “Confreternita Cirillo e Metodio”, fondata nel 1846 e che prendeva il nome dai due Santi evangelizzatori dei popoli slavi e si proponeva, come obiettivo politico, non tanto e non solo la costituzione di un’Ucraina indipendente ma una confederazione pan-slava, di ispirazione cristiana e populista, di Popoli che avrebbe dovuto comprendere anche una Russia libera dalla servitù della gleba e dal dispotismo moscovita. 

Della Confraternita facevano parte i più importanti nomi della cultura ucraina dell’800, come lo storico Mykola Kostomarov e lo scrittore e critico letterario Pantaleimon Kulish, mentre il “bardo nazionale” ucraino Taras Shevchenko, pur non facendo parte direttamente della società, ne condivideva le finalità tanto da essere arrestato dalla polizia politica zarista assieme ai membri della Confraternita nel 1847. 

Uno dei miti più diffusi dall’allora discorso ufficiale russo, e ancor oggi duro a morire come attestano anche recenti dichiarazioni di esponenti della Russia ufficiale (vedasi lo scritto storico sull’Ucraina pubblicato dallo stesso Putin nel luglio del 20211), è quello del Movimento nazionale ucraino come “creazione” dell’Austria Ungheria che, interessata a indebolire dall’interno il rivale Impero Russo, avrebbe effettuato un vero e proprio indottrinamento dei propri sudditi di lingua ucraina, abitanti nella provincia della Galizia, ad un’ideologia nazionalista artificialmente antirussa per poi diffondere tale nazionalismo “galiziano” all’Ucraina russa durante il Primo Conflitto mondiale. 

Tale ricostruzione è suggestiva e parte dalla constatazione del fatto che il nazionalismo ucraino contemporaneo ha attecchito nella Galizia asburgica, ma scambia le cause con gli effetti, non tenendo conto che se la provincia austriaca divenne un “santuario” dell’ucrainismo ciò fu soprattutto a causa dell’afflusso di intellettuali ed esuli politici dell’Ucraina russa che per sfuggire alla repressione zarista del movimento ucrainofilo (nel 1863 la “Circolere Valuev” e nel 1876 l’ “Editto di Ems” avevano di fatto proibito qualsiasi pubblicazione letteraria e scientifica in lingua ucraina, che non fossero libri di filastrocche popolari o per bambini) ivi si stabilirono. Con tutta probabilità, senza repressioni zariste ed emigrazione ucrainofila, la provincia austriaca sarebbe rimasta ai margini dello sviluppo del nazionalismo ucraino e difficilmente la dirigenza asburgica avrebbe potuto “creare” ex nihilo un movimento nazionalista in una provincia rimasta fino ad allora piuttosto arretrata e tradizionalista; cionondimeno permane anche a livello giornalistico il luogo comune della Galizia “nazionalista”. 

Fra gli esponenti ucrainofili dell’Ucraina “russa” esiliati da Mosca e accolti nella Galizia asburgica vi fu lo storico Mykhailo Hruschevsky, che fra il 1895 e il 1933, poco prima della sua misteriosa (ma sospetta) morte in Unione Sovietica, scrisse i 10 volumi della monumentale “Storia dell’Ucraina-Rus’”, un’opera bandita nell’Impero Russo, e poi in Unione Sovietica, ma che costituisce l’inizio della storiografia nazionale dell’Ucraina. 

La Rivoluzione russa del 1917, anzi le rivoluzioni, quella repubblicana democratico-liberale di febbraio e quella bolscevica di novembre (Ottobre nel vecchio calendario russo), portarono alla nascita di una prima compagine statale indipendente ucraina, la Repubblica Popolare Ucraina, nata sulla base dei movimenti ucrainofili di ispirazione socialista e populista ma che non riuscì a consolidarsi durante gli anni di fuoco della Prima Guerra Mondiale e della Guerra Civile russa, schiacciata fra Russi bianchi antibolscevici, aiutati dalle potenze dell’Intesa (Francia, Gran Bretagna e alleati), Bolscevichi e dalle forze della rinata Polonia indipendente, che consideravano la Galizia parte integrante del nuovo stato polacco. 

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L’unica Ucraina che sopravvisse alla fine della guerra civile russa fu la Repubblica Socialista Sovietica Ucraina istituita dai Bolscevichi all’indomani della Rivoluzione d’Ottobre in contrapposizione alla Repubblica Popolare Ucraina di Kiev nelle regioni orientali ucraine, già allora le più russificate e le più integrate all’economia moscovita, e integratasi nel 1922 nell’Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche, l’immenso stato di fatto erede, anche se nella forma diversa e inedita di federazione socialista, del vecchio Impero Zarista. 

I bolscevichi, all’indomani della Rivoluzione del 1917, non negarono in toto l’esistenza di un’identità ucraina separata da quella russa, giungendo persino ad accogliere Hruschevsky e a nominarlo presidente dell’Accademia delle Scienze d’Ucraina, la più importante istituzione culturale e accademica d’Ucraina, ma col tempo, e specialmente con l’ascesa al potere di Stalin, le ragioni della ricentralizzazione statale ed economica dell’URSS si fusero con quelle della ripresa della russificazione, particolarmente pesante nelle Repubbliche slave di Ucraina e Bielorussia. 

Il culmine della de-ucrainizzazione, sostanziale anche se non formale, dell’Ucraina sovietica venne raggiunto negli anni fra il 1932 e il 1934, quando una carestia artificiale, chiamata in ucraino “Holodomor” (morte per fame), provocò la morte di svariati milioni di contadini ucraini restii alla collettivizzazione delle terre. L’uso della fame per piegare popolazioni contadine non fu specifico solamente dell’Ucraina, simili stermini avvennero anche nella Russia meridionale, ma il caso ucraino è particolare perché all’ “Holodomor” si aggiunse una purga che decapitò l’intera classe dirigente del Partito Comunista ucraino, accusato di “nazionalismo” e, in una costante delle accuse moscovite agli Ucraini, di collaborazione con Polonia e Germania per minare l’unità dell’URSS. Durante la Seconda Guerra mondiale infatti, come noto, una parte del nazionalismo ucraino, quello che faceva parte dell’Organizzazione dei Nazionalisti Ucraini (L’OUN fondata nel 1928 ma che nel 1940 si era spaccata in due tronconi, quello più moderato di Andry Melnik e quello radicale del celebre Stepan Bandera), cercò di collaborare con i tedeschi nella speranza di replicare quanto nell’aprile del 1941 era stato concesso in Croazia ai nazionalisti Ustaša di Ante Pavelic, messi a capo dello Stato Indipendente di Croazia. 

A dispetto delle speranze dei nazionalisti ucraini i piani espansionistici tedeschi non prevedevano la creazione di uno stato ucraino, nonostante l’opera di persuasione presso Adolf Hitler fatta da Alfred Rosenberg, il solo esponente del Nazionalsocialismo realmente favorevole ad un’Ucraina indipendente, e così la collaborazione degli ucraini rimase dal punto di vista politico tutto sommato episodica e infruttuosa, mentre più ampia sarà a livello militare, con la costituzione di battaglioni di Polizia ausiliaria e di una divisione della Waffen-SS, la celebre Divisione “Galizien”. 

Si costituì invece nel 1942 un Esercito Insurrezionale Ucraino (UPA) clandestino, patrocinato dalla fazione Bandera dell’OUN, un vero e proprio esercito partigiano che, nelle regioni centro occidentali del Paese combatté contro tedeschi, polacchi e soprattutto contro i sovietici dopo l’avanzata dell’Armata Rossa in Ucraina nel 1943-1944; alcuni nuclei dell’UPA resistettero fino ai primi anni ‘50, una delle ultime sanguinose code del Secondo Conflitto mondiale. 

Nell’Unione Sovietica, fino alla sua caduta, l’Ucraina si trovò nella paradossale situazione di essere una delle Repubbliche costitutive dell’URSS, la seconda per popolazione e potenziale industriale, con il riconoscimento di una sua specificità nazionale che però veniva sempre più svuotata dal centro moscovita, che di fatto censurava come espressione di “nazionalismo” qualsiasi accentuazione di tali specificità. La storia nazionale veniva insegnata ma solamente in una versione mutila di tutti quegli elementi, invero assai numerosi, che potevano confliggere con la visione ufficiale sovietica, fondata sulla retorica dell’ “amicizia fra popoli”, con il sottointeso che tale amicizia doveva avere come conseguenza logica l’avvicinamento di tutte le nazionalità, prime fra tutte quelle slave, al nucleo russo (o quantomeno russificato) dello Stato. 

L’Ucraina sovietica diede all’Unione due leader, di origine solo parzialmente ucraina invero, come Leonid Brezhnev e Nikita Khruschev, e non pochi ucraini scalarono le gerarchie dello Stato-Partito, 

ma, come nel caso di esponenti di altre nazionalità (dopo Stalin ancora più rari a onor del vero), si trattava di individui culturalmente e linguisticamente russificati, rappresentanti più dell’homo sovieticus che della loro nazionalità.
Come nell’Occidente la lingua e la cultura “internazionali” sono ancora di fatto quella anglo- americana così nell’Impero sovietico l’internazionalismo doveva coincidere con l’acquisizione della lingua e della cultura russe; le lingue e le culture nelle nazionalità sovietiche non erano ufficialmente bandite ma venivano in un qualche modo retrocesse ad elementi puramente locali e “folkloristici”, e tale marginalizzazione dell’elemento nazionale era più evidente nelle repubbliche slave di Ucraina e Bielorussia, dove la comune radice linguistica poteva far riemergere, sotto le mentite spoglie della sovietizzazione, la teoria zarista della nazione russa “triuna” con Ucraini e Bielorussi ridotti a mere varianti regionali dell’unico blocco linguistico-culturale panrusso. 

Negli anni ‘60 e ‘70 vennero così epurati personaggi ucraini di provata fede comunista e sovietica come il capo del Partito ucraino Petro Šelest, già sostenitore dell’invasione della Cecoslovacchia del 1968 ma “reo” di aver troppo esaltato l’identità nazionale ucraina in alcune sue pubblicazioni, o il professore di lettere Ivan Dzjuba, scomparso di recente (il 23 febbraio 2022 alla vigilia dell’attacco russo!), arrestato per un pamphlet dove criticava, da una prospettiva strettamente marxista-leninista, le politiche di russificazione aperta e strisciante intraprese dal centro moscovita. Il non aver avuto uno stato indipendente fino al 1991 ha fatto in modo che, soprattutto in Italia, la storia dell’Ucraina, uno stato più vasto della Germania e più popoloso della Polonia, non venisse conosciuta se non come storia locale e secondaria di una delle tante provincie di quello che fu l’Impero russo e poi sovietico. Ci siamo abituati a considerare lo spazio occupato da quegli enormi Imperi come se fosse uno spazio sic et simpliciter “russo”, senza distinguere in tale spazio ciò che era russo per lingua e nazionalità da ciò che era (ed in parte ancora è) russo per successive acquisizioni territoriali e annessioni ma non per questo russificato. 

La stessa dissidenza sovietica ucraina degli anni della Guerra Fredda non venne popolarizzata in Italia, a differenza di Paesi come Stati Uniti, Canada e Germania dove, con le varie ondate dell’emigrazione politica, si erano stabilite solide comunità ucraine con le loro élites intellettuali; fu quindi totalmente assente dal dibattito intellettuale e politico italiano la stessa questione ucraina, che forse rimase viva solamente in alcuni ambienti cattolici attenti alla persecuzione della Chiesa Greco-Cattolica (Uniate) nella Galizia ex austriaca. Sintomatico di questo disinteresse generale, è il fatto che il famoso saggio del già citato dissidente ucraino sovietico Ivan Dzjuba, “Internazionalismo o Russificazione?”, venisse tradotto e pubblicato in italiano (con il titolo di “L’oppressione delle nazionalità in URSS”) nel 1971 dalla casa editrice marxista-leninista “Nuova Sinistra – Samonà e Savelli” molto interessata, come una buona parte della sinistra radicale maoista di allora, a criticare “da sinistra” l’Unione Sovietica e le sue derive centraliste e “scioviniste russe” ma ben poco evidentemente a sostenere la causa ucraina in quanto tale. 

Nemmeno la destra italiana, più o meno radicale, diede segni di grande interesse nei confronti della questione ucraina, e più in generale delle nazionalità in URSS, tendendo, come per gli ambienti politici liberal-democratici di allora, a pensare all’impero dei Soviet come ad un blocco unitario russo. 

Segno evidente di questa ignoranza (nel senso più autentico e non derogatorio del termine!) storica è che fino all’autunno del 2020, a sei anni dall’inizio della Guerra in Donbass, non era ancora apparsa in lingua italiana un saggio monografico sulla storia dell’Ucraina, lacuna riempita dall’opera “Storia dell’Ucraina” di Massimo Vassallo (Mimesis, 2020) a cui ha fatto seguito, da pochi mesi, la traduzione in italiano di “Le Porte d’Europa” di Serhii Plokhy (Mondadori, 2022), un altro saggio fondamentale sulla storia del Paese slavo orientale, anche se negli anni sono comunque uscite in italiano opere di notevole spessore su aspetti come la letteratura ucraina, la monumentale “Civiltà letteraria ucraina” di Oxana Pachlovska (Carocci, 1998), e il movimento 

nazionale dell’800, “Le due nazionalità della Rus’“ di Andrea Franco (Aracne, 2016).
Del dissidente sovietico Dzjuba, oltre al già citato volume del suo periodo dissidenza, è stato recentemente pubblicato in italiano (nel Luglio 2021 ad opera delle Edizioni Aracne) il suo “La Russificazione in Ucraina”, un’opera scritta nel 2011 durante l’ultimo governo russofilo dell’Ucraina che descrive le strategie di russificazione e di penetrazione culturale russa nel periodo zarista, in quello sovietico e in quello dell’Ucraina post indipendenza.
Tristemente possiamo dire che ci è voluta una crisi internazionale e poi l’inizio della guerra ancora in corso (fine del 2022) per far nascere in Italia un interesse verso una nazione europea più grande della Francia e più popolosa della Polonia o della Romania (prima della guerra perlomeno). 

Andrea Forti 

(Le cartine di questo articolo sono tratte da: Eugene Tiutko, “Atlas of Ukrainian History”, Selfreliance Ukrainian Federal Credit Union, Chicago 1995) 

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