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BANZAI! LA GRANDE LEZIONE DI IDENTITÀ E CIVILTÀ DELLA NAZIONALE DI CALCIO GIAPPONESE

Sicuramente questo mondiale verrà ricordato per generazioni dal popolo giapponese. Un sogno che ha infiammato i cuori di tutti gli appassionati di calcio e che, siamo sicuri, ha unito tutta la nazione tenendone il fiato sospeso.

Sconfiggere sia i pluricampioni tedeschi che i grandi favoriti spagnoli e passare da primi nel “girone di ferro” mondiale e fermarsi solo ai rigori contro i vice campioni del mondo croati, sfiorando lo storico passaggio ai quarti, è una di quelle imprese che segnano la storia sportiva di una nazione che fuori dal contesto asiatico è sempre stata considerata una cenerentola del calcio. Fino a ieri per il mondo il legame tra il Giappone e il calcio è stato solo quello dei cartoni animati di Holly e Benji, in cui si dava vita al sogno impossibile del popolo nipponico di poter competere alla pari con le grandi nazionali mondiali fino a batterle. Un sogno impossibile, appunto. Fino a Qatar 2022.

Ma al di là della lezione calcistica, che dimostra che grinta, disciplina tattica, volontà e spirito guerriero in campo valgano cento volte più di qualunque palleggio elegantemente sterile, quella che la squadra del Sol Levante ha dato ieri al mondo è stata una vera lezione di civiltà. E non stiamo certo parlando del fatto che i tifosi giapponesi abbiano pulito i seggiolini dello stadio prima di andare via.

La lezione vera data dai ventisei samurai in campo è che un popolo dà il meglio di sé quanto più è vicino al suo archetipo identitario. Chiunque abbia visto giocare la nazionale allenata dall’ormai leggendario Hajime Moriyasu non può non aver visto esprimersi l’identità giapponese in ogni aspetto della squadra. Disciplina quasi maniacale, mente occupata solo a compiere il proprio dovere e a fare al meglio il compito che il proprio comandante ha assegnato, grinta che ha trasformato ogni pallone conteso in un duello chambara, avventarsi sui punti deboli dell’avversario con furia kamikaze, soprattutto uno spirito di sacrificio quasi sovrumano che ha annullato qualunque limite tecnico e fisico, perché la squadra è tutto e non c’è fatica che possa essere d’ostacolo.

Si dice che il calcio sia lo specchio della società e delle culture, ebbene i giapponesi lo hanno dimostrato, facendo del loro mondiale qatariota l’espressione calcistica del Bushido.

Una lezione, dicevamo. Soprattutto per noi europei che questa identità la stiamo perdendo, nella cultura come nel calcio.

Se il Giappone è stata la grande sorpresa positiva del mondiale, non possiamo non citare le grandi sorprese negative: la Germania e il Belgio. Quest’ultimo da quasi dieci anni considerato la squadra più forte del mondo e da cinque inamovibile nel podio del ranking Fifa. Tre mondiali e due europei passati come i grandi favoriti. Per tre mondiali e due europei considerati come la più grande delusione del torneo. Incensati da tutta l’intellighenzia giornalistica, quella che parla di calcio senza conoscere come funziona il fuorigioco per intenderci, che per anni ci ha spiegato che sono i più forti perché squadra multietnica che prende i migliori dal resto del mondo. Eppure non ci hanno mai spiegato come mai i migliori siano sempre tra i peggiori. Semplice, il motivo è proprio quello che hanno sempre evidenziato: non basta fare un’accozzaglia multietnica di fenomeni per fare una nazionale. Il Belgio non ha mai avuto una sua identità in questi anni e si è sempre e solo sorretto sulle giocate dei singoli individui. Che però quando steccano fanno affondare la squadra intera.

La Germania ha invece subito la stessa sorte dell’Italia. Sia gli italiani nel 2006 che i tedeschi nel 2014 hanno commesso un peccato mortale: vincere un mondiale contro ogni pronostico e volontà politica. Entrambi eravamo troppo poco politicamente corretti. Noi tutti bianchi, tanto che Prodi e D’Alema si sperticarono in scuse e promesse che l’Italia avrebbe cominciato ad essere multietnica. Da allora è iniziato il calvario mediatico Balotelli, l’abominevole era Prandelli in cui lo scarsissimo allenatore, autoproclamatosi maestro del calcio, ha annunciato ai quattro venti che avrebbe reso la nazionale etnicamente, culturalmente e calcisticamente meno italiana, per finire con la politica di imbottire i vivai di stranieri con cittadinanza italiana da dare loro a diciotto anni. Risultato: su quattro mondiali successivi a quello vinto, due volte siamo usciti al primo turno (sempre facilissimo) e due volte non qualificati. Soprattutto, da allora mancano quelli che sono sempre stati i pilastri dell’identità calcistica italiana: portieri, difensori e centravanti. Negli ultimi anni solo un profluvio di mezze punte e centrocampisti talentuosi che non hanno mai saputo creare una spina dorsale nazionale. Fa eccezione l’europeo 2021, ma non è un caso che si sia vinto con l’ultima difesa di ferro che abbiamo potuto schierare in nazionale.

I tedeschi hanno ripetuto la nostra storia: un mondiale vinto con una formazione che, se letta ad alta voce, rischiava una denuncia per apologia di nazismo (e no, Boateng non era un immigrato simbolo dello ius soli, bensì il nipote di sangue di Helmut Rahn, l’eroico protagonista del miracolo di Berna, ovvero il primo mondiale vinto dalla nazionale tedesca) e poi l’espiazione con il riempimento della nazionale di immigrati da qualunque parte del mondo. Da quella storica vittoria in Brasile ha incassato solo risultati pessimi, paragonabili a quelli italiani. E da allora la Germania non ha mai giocato come ha sempre giocato la Germania, con quel calcio grintoso e compatto a tutto campo che demolisce l’avversario come una lenta avanzata di panzer. No, il solito gioco estroso e spumeggiante che tanto piace ai metrosessuali del calcio e che non porta mai a nulla.

Potremmo parlare anche della Francia, che dal 2000 è la nazionale più forte del mondo – e lei lo è veramente, non come il Belgio – ma che per 18 anni ha sempre raccolto solo delusioni proprio per la sua impossibilità di essere squadra, con tanto di faide etniche all’interno dello spogliatoio. Solo un grande allenatore come Deschamps e l’arrivo di quello che è attualmente il più forte giocatore del mondo le hanno regalato l’ultimo mondiale e la iscrivono come grande favorita del mondiale attuale.

Eppure, nonostante questo, nonostante sia chiaro a tutti che questa politica porti alla morte e alla sconfitta in tutti i campi, quello calcistico compreso, noi continuiamo a seguire questa strada. Troppo scorretto rivendicare la nostra identità. Soprattutto troppo pericoloso seguire l’esempio giapponese.

“I giocatori ci hanno mostrato il futuro del calcio giapponese, una nuova era. Se pensiamo di andare avanti invece di ristagnare, il futuro cambierà sicuramente”.

Queste le parole di commiato di Hajime Moriyasu. Parole di vittoria e spirito guerriero, elementi fondanti della cultura giapponese. Ma che lo sono anche di quella europea.

Chissà che questo sole che nasce ad est, quello vero, non possa tornare a illuminarci e farci riscoprire ciò che abbiamo perduto.

Carlomanno Adinolfi

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