ECONOMIA E LAVORO

EMPLOYABILITY, OCCUPABILITÀ

Il termine inglese “employability” tradotto con l’orribile neologismo occupabilità o in alcuni casi impiegabilità non è una fugace apparizione in questo concitato periodo storico che tra pandemia, guerra, crisi energetica è riuscito a sfornare vocaboli come lockdown, green pass, resilienza. 

In effetti di “employability” se ne parla per lo meno dall’inizio del terzo millennio e ha trovato, anche in Italia, il suo momento di gloria, con il GOL che, senza alcun collegamento con i mondiali di calcio in Qatar, è l’acronimo del programma di Garanzia Occupabilità dei Lavoratori adottato con Decreto del Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali di concerto con il Ministro dell’Economia e della Finanza il 5 novembre 2021 ed è un’azione di Riforma prevista dal Piano Nazionale di Ripresa e Resilianza. Dispone di 4,4 miliardi di euro ed è la punta di diamante delle previste Politiche attive per il lavoro per il periodo 2022 2025. 

L’aver utilizzato il termine occupabilità non è cosa da poco e rappresenta un cambiamento radicale dello stesso paradigma, che in passato verteva sul binomio occupazione-lavoratori. Infatti se scorriamo alcune formule utilizzate per la definizione stessa di occupabilità o impiegabilità che dir si voglia, si evidenziano pregiudizi classici di tutta la teoria neoliberista e la coniugazione del concetto in chiave esclusivamente capitalista imprenditoriale, nel senso più becero del termine. Infatti si legge che “l’impiegabilità è il valore di una persona sul mercato del lavoro…Questo valore dipende da…età, sesso, condizioni di salute, condizione familiare (ad esempio molti datori preferiscono donne senza figli piccoli), luogo di residenza (ad esempio i datori di lavoro preferiscono normalmente persone che abitano vicino)…Flessibilità della persona: a seconda del tipo di impiego può trattarsi di disponibilità a fare straordinari, a lavorare in ore serali, a lavorare nei festivi, a fare trasferte, a svolgere anche mansioni diverse, etc” .

Già queste affermazioni potrebbero bastare, ma c’è di più. Se poniamo la domanda “quale è il motivo della diffusione del concetto di occupabilità o impiegabilità?”, la risposta è ancora più chiarificante. “Se ogni 6-12 mesi bisogna trovare un nuovo lavoro l’attenzione e il miglioramento continuo del proprio valore sul mercato (cioè la manutenzione della propria impiegabilità) diventano allora un elemento fondamentale per non ritrovarsi disoccupati”, che non saprei se intenderlo come un consiglio o una palese minaccia. Si tratta comunque di una prospettiva in cui la precarietà del lavoro diventa la regola principe e l’elemento stesso di regolazione del “mercato del lavoro”, termine già di per sé caratterizzante una valutazione del lavoro come elemento subalterno al Capitale e ben lontano dal concetto di “Lavoro come soggetto dell’Economia”, chiave di volta dei principi del Sindacalismo Rivoluzionario e Nazionale ed elemento trainante dei processi di Partecipazione, Cogestione e Socializzazione, in un ottica di collaborazione paritaria tra Capitale e lavoro.

In buona fine si stravolge lo stesso concetto di disoccupazione non colpevole, cercandone le cause nel basso indice di “occupabilità” del lavoratore. Infatti viene ripetutamente evidenziato “che le situazioni di carenza occupazionale (per es. disoccupazione, sottoccupazione o lavoro sommerso) emergono prevalentemente in conseguenza di carenze qualitative di offerta, di una scarsa corrispondenza fra percorsi formativi e fabbisogni del sistema economico, o di un costo lordo di manodopera eccessivo rispetto al suo contributo in termini di produttività”. 

Certo che quando leggiamo “l’occupabilità diventa… un costrutto multidimensionale nel quale confluiscono sia variabili interne all’individuo sia fattori esterni legati al contesto di vita e al mercato del lavoro” sembrerebbe qualcosa di interessante e positivo, ma siamo ormai troppo abituati ad una elite politico finanziaria che asservisce al meglio costruzioni lessicali per trasformare azioni a tutela di propri interessi tattico strategici, in iniziative atte al bene dell’Umanità.

Quindi, come soleva dire qualcuno, a pensar male si farà anche peccato ma spesso ci si azzecca.   

Ettore Rivabella

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