1967-1968: Trento, Università negativa, Università critica

di Francesco Ingravalle

Come è noto, in Europa, l’Università nasce come associazione di studenti indipendente dai poteri feudali, secolari o ecclesiastici, dotata di privilegi specifici; soltanto con lo sviluppo dello Stato moderno e con il lungo processo di accentramento amministrativo e politico i sovrani (monarchici o poliarchici che essi siano) hanno iniziato a esercitare, tramite la loro burocrazia,  un controllo diretto sulle Università; tra il secolo XVIII e il secolo XIX l’Università diviene un ramo della pubblica amministrazione: quel ramo che doveva  formare la classe dirigente, quindi i funzionari pubblici, i tecnici, i medici, i giuristi, gli ingegneri. La funzione strategica dell’Università nello Stato moderno è, dunque, decisiva. E relativamente pronta è stata l’iclinazione degli Stati moderni a inserire le nuove discipline scientifiche nei programmi di formazione della classe dirigente.

A partire dal XVIII secolo la struttura di classe degli Stati moderni europei cambia: diminuisce il peso della proprietà fondiaria e della produzione manifatturiera e si fa strada la forza dell’industria e del settore, a essa vitalmente connesso, del credito. L’antagonismo sociale non avviene più all’interno dei corpi sociali (a es. all’interno delle corporazioni: il conflitto fra garzoni e maestri della corporazione) che l’industrializzazione, progressivamente, elimina, ma attraverso organizzazioni di lavoratori contrapposti alle organizzazioni dei proprietari dei mezzi di produzione. Le organizzazioni dei primi tendono a obliterare quasi del tutto le specialità tecniche, così come il prevalere del settore del credito tende a obliterare quasi del tutto le specialità delle attività dei capitani d’industria. Via via che gli Stati ravvisano nei settori della produzione industriale e del credito la fonte della ricchezza della nazioni e delle loro possibilità proiettive verso l’esterno (imperialismo), l’Universit diviene, direttamente o indirettamente, funzione dell’industria e del credito. Se, oggi si riconoscce che «la scienza è libera» e che «libero ne è l’insegnamento», le Universit sono, pur sempre configurate come enti pubblici particolari, finanziate anche dallo Stato; anche: perché la ricerca scientifica, nell’ultimo trentennio, almeno, è sempre di più stata vincolata a investimenti privati che andavano a saldarsi con gli investimenti pubblici.

Guardiamo all’Italia, dopo il 1945: un Paese che ha perduto la guerra, semidistrutto nelle proprie infrastrutture produttive, occupato dalle potenze vincitrici e che verrà rimesso in piedi dai vincitori nell’ottica di un rafforzamento anti-russo (o «strategia di contenimento»[1]) con i finanziamenti dell’E.R.P. secondo la formula «lavoro italiano+capitale statunitense». Come parte della pubblica amministrazione, l’Università italiana disponeva di una funzionalità di creativa obbedienza alle direttive dei vincitori e del mondo produttivo che non poteva non appoggiarsi a essi; il partito fiduciario dei vincitori era la Democrazia Cristiana, cui si aggiunse, con primo Centro-Sinistra «organico» il Partito Socialista Italiano.

[1] Se ne veda la teorizzazione in X [=George Frost Kennan], The Sources of Soviet Conduct, in «Foreign Affairs», vol. 25, n. 4,  1947.

Ed è proprio dalla creativa obbedienza democristiana che nasce, nel 1962, a opera dell’onorevole Flaminio Piccoli (1915-2000) l’Istituto Superiore di Studi Sociali. Tutt’altro che sconosciuta tra fine dell’Ottocento e Fascismo[1], la sociologia, soprattutto nella sua versione funzionalistica (in particolare Talcott Parsons(1902-1979) e Robert K. Merton (1910-2003)) nord-americana sembrava particolarmente adatta alla gestione (se non all’addomesticamento) dei conflitti sociali. L’Istituto avrebbe dovuto formare degli «ingegneri sociali» o «medici sociali», cioè personale tecnico in grado di gestire  gli effetti sociali dell’industrializzazione italiana in via di nuovo sviluppo e di completamento.

Alla fine del 1965 viene presentato un DDL che declassa la laurea in Sociologia  a «laurea in Scienze Politiche a indirizzo sociologico». Il 21 gennaio 1966 l’Assemblea Generale degli studenti decide l’occupazione della Facoltà che si concluderà il 10 febbraio 1966. Ma dal 12 al 18 marzo 1967 si svolgono assemblee sulla guerra del Vietnam con iniziative di solidarietà con il popolo vietnamita: si decreta lo «sciopero attivo».

A questa fase della lotta studentesca risale il primo documento ristampato nel volume Università negativa. Trento 1967-1968 (Oaks Editrice, Milano, 2025, a cura di Giorgio Barberis e di Francesco Ingravalle, con prefazione di Renato Curcio), scritto da Renato Curcio, allora studente di Sociologia, Manifesto per una università negativa. Con Mauro Rostagno (1942-1988) organizza un gruppo di studi che rilegge i testi ignorati dai corsi ufficiali di laurea e che redige scritti originali. Il gruppo confluisce nella redazione del periodico «Lavoro Politico», diretto da Walter Peruzzi (1937-2014), pubblicista e docente di Filosofia e Storia nei Licei. «Lavoro Politico» si configurerà come «organo marxista-leninista», ma cesserà le pbblicazioni per effetto della spaccatura che travolgerà il Partito Comunista d’Italia marxista-leninista, la spaccatura fra la «linea rossa» e la «linea nera».

All’1-17 dicembre 1968 risale il Foglio di lavoro politico che costituisce la seconda parte del volume. Se il Manifesto era la teoria dell’Università negativa, nel momento in cui la contestazione studentesca ha dato luogo a un nuovo soggetto politico: il Movimento Studentesco Antiautoritario. Il Movimento si propone di democratizzare l’Università per democratizzare la società espellendone l’autoritarismo, cioè l’autorità usata non per attuare il libero sviluppo di tutti e per il bene collettivo, ma soltanto il libero sviluppo di pochi e il bene di pochi. Il Movimento Studentesco Antiautoritario, dunque, è anti-oligarchico.

Il Manifesto esplora i problemi della democratizzazione possibile dell’Università, della scuola e della società, dei rapporti sociali di produzione, come realizzazione concreta dei diritti dell’uomo. La democratizzazione non può avvenire dei vertici della società, oligarchicamente configurati ma soltanto con una «spinta organizzata dal basso», conferendo «corpo politico» alla Eclissi della ragione di Max Horkheimer (1947, seconda edizione 1969) e a La fine dell’utopia di Herbert Marcuse (1967) e sostituendo alle autorità irrazionali con autorità che promuovano la vita nella libertà e nelle uguali opportunità. Non si tratta, come si vede, di un generico «antiautoritarismo» (già criticato da Friedrich Engels, nel 1873, nel breve testo Dell’autorità), ma, come chiarisce Guido Viale in un saggio pubblicato in Università: l’ipotesi rivoluzionaria (Marsilio, Padova, 1968) di una critica dell’autorità portatrice di morte (come nel Vietnam) e ostile a quella che Marx, in La questione ebraica (1844) aveva configurato come «democrazia sostanziale» o «democrazia concreta.»

L’attuale formazione economico-sociale punta ad assorbire ogni potenzialità in grado di portare a un mutamento qualitativo del sistema, a eliminare le forze antagonistiche al sistema stesso, ad abbandonare la razionalità come realizzazione delle potenzialità sociali dell’essere umano per formalizzarsi in un appiattimento del contrasto fra «dato» e «possibile» a tutto vantaggio di chi detiene il potere. Di questa formazione economico-sociale l’Università è un momento strategicamente decisivo. Gli obiettivi oligarchici sono realizzati con strumenti tecnici che sostituiscono, finché è possibile, l’uso della forza impiegato per domare le forze sociali centrifughe[2]. Il presupposto del dominio tecnologico è che soltanto il lavoro alienato sia produttivo di plus-valore; questo presupposto è la base della razionalità manageriale, ignara delle esigenze puramente umane, che, in una società classista ha i connotati del dominio con vocazione totalitaria a vantaggio di pochi.

L’Università fornisce gli strumenti aggiornati per mettere a punto il dominio di una minoranza tecno-economica: essa condiziona gli studenti a diventare mercenari pagati con voti di prestigio per abituarli a obbedire senza discutere sul mercato del lavoro. A operare in una logica individualistica che vede nell’altro soltanto un concorrente da sgominare, sia pure secondo le «regole» convenute. L’Università, quindi, è lo strumento aggiornato del dominio di classe, della lotta di ciascuno contro tutti a vantaggio di un pugno di oligopolisti. Essa propaganda la visione borghese della scienza, una visione funzionale allo sviluppo del capitalismo che realizza libertà e uguaglianza soltanto per pochi. Questa è una razionalità «senza ragione», per usare una espressione di Charles Wright-Mills[3], posto che l’obiettivo della ragione è rendere l’essere umano signore di sé stesso come specie, non già rendere la maggioranza degli esseri umani strumento di pochi. Se gli strumenti tecnologici di condizionamento non bastano, si usa la repressione poliziesca.

L’Università può avere, invece, una funzione critico-negativa per attuare quello che, per Hegel, era lo scopo della filosofia: realizzare la libertà umana attraverso istituzioni rivolte al bene collettivo (quello che Hegel denomina «eticità realizzata» e quello che in Genesi e struttura della società di Giovanni Gentile è lo «Stato del lavoro»[4]).

Nella versione pubblicata in «Lavoro Politico» (2 novembre 1967), l’intero apparato teorico individua nel marxismo-leninismo interpretato da Mao-Tze-Tung  lo strumento concreto di attuazione dell’ «Università Negativa». Nulla di più che uno strumento, come si evince, indirettamente, leggendo la prefazione scritta da Renato Curcio per questa ristampa, analogamente al giocatore di scacchi meccanico al cui interno è nascosto un nano che ne guida le mosse, di cui scrive Walter Benjamin[5]. Il nano è depositario della finalità dell’agire, l’agire è affidato all’automa.

Il Foglio di lavoro politico segna il tentativo di costruire la democrazia nell’Università cambiando la didattica, sostituendo la figura dello studente passivo con la figura dello studente attivo e in grado di  cogestire l’Università stessa per contribuire a democratizzare la società. Cioè per realizzare la promessa politica formulata nel 1945. Tuttavia, il nuovo strumento, l’Assemblea, presenta criticità: c’è una metodologia assembleare che reprime la costruzione di un soggetto collettivo cosciente (ricreando la dualità fra gruppo oligarchico che dirige e masse che seguono, che obbediscono[6]).

Occorre che la militanza si nutra di riflessione nella militanza stessa, dato che il modo di produzione tardo-capitalistico riproduce di continuo, al proprio interno, contraddizioni sempre più estese e sempre più intense. La crisi del tempo dei documenti di cui parliamo è soltanto parziale, anche se estensibile, ma la situazione non è rivoluzionaria, nonostante l’internazionalizzazione della crisi studentesca stessa,. L’autoritarismo accademico non insegna a penetrare criticamente la realtà, ma a «obbedire oggi per poter efficacemente comandare domani». È da questa consapevolezza che nasce il Movimento Studentesco fondato sul rifiuto di ogni delega (come si scrisse sui muri a Parigi, nel 1968: «Non liberarmi, grazie! Ci penso io!»). La repressione spinge a non partecipare, spinge a rassegnarsi, spinge a delegare; l’Università negativa o Università critica è una organizzazione di radicalizzazione rivoluzionaria: essa si struttura in un nucleo attivo, un campo antiautoritario, un popolo, attraverso istituti, commissioni, gruppi di base. Lo scopo è far passare gli studenti dalla passività e, con essi, l’intera società, all’attività di reitegrazione dell’essere umano nell’umanità, cioè nella autentica razionalità sociale. Questo è il rovesciamento della tradizionale funzione dell’Università: da fabbrica di laureati «pavloviani» a fabbrica di militanti, di futuri cittadini liberi. Sia il Sindacato, sia il Partito Comunista Italiano ostacolano questo processo di rovesciamento.

Oggi che il dominio tecnologico delle oligarchie è ben più avanzato che non nel 1967-1968 e siamo all’apogeo della razionale irrazionalità, la società digitale è basata su quello che Curcio ha definito «sovraimplicazione»: «Mentre noi facciamo qualche cosa […] qualcun altro, non necessariamente umano, in modo surrettizio, s’intromette e fa a sua volta qualcosa su quello che stiamo facendo.[7]» Così l’individualità è stata tolta di mano agli individui, come ha scritto una volta Theodor Wiesengrund Adorno. Il vecchio piano dell’autoritarismo al servizio delle oligarchie capitalistiche si sta sviluppando pienamente. Ma va incontro alla dialettica negativa: distruggendo il vissuto sociale favorisce lo sviluppo di patologie mentali in numero crescente fra gli aolescenti e non solo; suscita vasti movimenti di ripulsa determinati dagli squilibri nella distribuzione delle opportunità sociali e nella gestione dei beni pubblici (scuola, salute); distruggendo la biosfera, crea le premesse per un mondo fisiologicamente invivibile. La tecnologia viene piegata all’istinto di morte. Che questa dialettica negativa non metta capo a una distruzione della specie, dipende dalla specie stessa, a questo punto, e dalla capacità che avrà di trasformare la coscienza critica in prassi critica. In condizioni molto più pesanti di quanto non fossero le condizioni dell’Italia nel 1967-1968.

[1] Basti pensare, per fare soltanto pochi esempi, a Cesare Lombroso (1835-1909), ad Alfredo Niceforo (1876-1960), pur se non sociologi in senso stretto, a Scipio Sighele (1868-1913),a Vilfredo Pareto (1848-1923), a Roberto Michels (1876-1936), a Carlo Francesco Ferraris (1850-1924), a Camillo Pellizzi (1896-1979). Cfr. Pietro Rossi, La sociologia in Italia. Strutture universitarie e organizzazione della ricerca in «Quaderni di Sociologia» 1973, in journals.openedition.org; Filippo Barbano, La sociologia in Italia. Storia, temi e problemi (1945-1960), Carocci, Roma, 1998.

[2] Cfr. G. Barberis, R. Curcio, F. Ingravalle, M. Rostagno, Univeristà negativa, cit., p. 61: «Il Terrore viene in soccorso alla Ragione quando questa non basta, il Terrore del manganello, della denuncia, del mandato di cattura è maritato alla Ragione della carota, della pazienza, della terra promessa.»

[3] Di cui si veda La elite del potere (1956), tr. It. di P. Facchi,  Oaks Editrice, Sesto San Giovanni (MI), 2025.

[4] Cfr. Giuseppe Scalici, Francesco Ingravalle, Quel filosofo deve morire. Giovanni Gentile: la damnatio memoriae e l’eredità spirituale, Idrovolante Edizioni, 2026.

[5] Cfr. W. Benjamin, Tesi di filosofia della storia, I tesi, Mimesis Editrice, Sesto San Giovanni, 2012.

[6] Cfr. Robert Michels, Democrazia e oligarchia (1910), Edizioni di Ar, Padova, 2012.

[7] Cfr. R. Curcio, Sovraimplicazioni. Interferenze del capitalismo nelle pratiche di vita quotidiana, Sensibili alle foglie, Roma, 2024.

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