Partiamo dall’analisi della parola scuola, che in greco
– scholè – significa tempo libero dal lavoro, tempo consacrato alla formazione di sé.
Storicamente la scuola rappresentava il primo passaggio dalla famiglia alla società civile, il luogo in cui si
formavano cittadini responsabili, capaci di pensiero critico e consapevoli della propria posizione nel
mondo.
Un passaggio tanto importante, quanto delicato.
Le tre parole chiave per raccontare la scuola sembrano indicare movimenti differenti, quasi opposti, ma in
realtà complementari tra loro.
Educazione
Iniziamo dalla parola Educazione. Deriva dal latino educere – tirare fuori , condurre fuori – significa far
emergere qualcosa che è già dentro alla persona, il suo potenziale. Lo stesso verbo si trova nei testi latini
agricoli per descrivere il gesto del pastore che conduce il gregge fuori dal recinto verso il pascolo. Educare,
metaforicamente è “portare fuori qualcosa che è già presente”.
Istruzione
La parola Istruzione deriva dal latino instructio che significa costruire, accatastare, disporre in ordine – dalla
stessa radice derivano anche struttura e costruzione.
Letteralmente, quindi, istruire significa disporre ordinatamente qualcosa all’interno di una persona, proprio
come si accatastano mattoni per costruire un edificio. Chi è istruito è colui che è stato equipaggiato, fornito
di nozioni e di strumenti.
Il contrasto tra educare ed istruire è strutturale, non solo di significato, ma proprio nella direzione
grammaticale del movimento. Educare descrive un movimento che dall’interno si muove verso l’esterno,
esprimendo qualcosa che già c’è. Istruire, al contrario, descrive un movimento che dall’esterno va verso
l’interno, portando qualcosa che prima non c’era.
Formazione
Proseguiamo l’analisi introducendo un altro concetto fondamentale tra le funzioni che la scuola dovrebbe
assolvere: la formazione. Questa parola deriva dal latino fōrmare, che significa dare forma.
La Paideia, dal greco pais – bambino, fanciullo – indicava originariamente l’educazione dei giovani. Nel IV
secolo a.C., con Platone, il concetto si arricchì ulteriormente, estendendosi alla cultura, alla formazione
morale e alla capacità di partecipare consapevolmente alla vita politica.
Naturalmente, ai tempi di Platone, la politica non era intesa come la si intende oggi, ossia mero esercizio
del potere, competizione tra partiti e amministrazione dello Stato. Per Platone la politica era
partecipazione alla vita della polis e ricerca del bene comune, strettamente legata alla giustizia ed alla
formazione morale dei cittadini. L’ideale della paideia trovò poi un corrispettivo latino nell’Humanitas,
soprattutto con Cicerone (II-I secolo a.C.), il quale valorizzava sia la cultura che l’educazione morale.
Formare e istruire sono parole usate anche in gergo militare.
In campo scolastico, metaforicamente la formazione rappresenta lo stampo attraverso cui una materia
grezza prende una struttura definita.
In sintesi: educare significa tirare fuori qualcosa che è già dentro; istruire significa costruire dentro,
accumulando nozioni; formare significa dare una struttura, un ordine, una coerenza a qualcosa che
altrimenti resterebbe informe.
La materia grezza necessita di uno stampo, di una organizzazione di significato che le dia forma, di
conseguenza la scuola non può essere considerata come semplice spazio di crescita libera, senza direzione
né forma.
Questo non significa che formare un individuo equivalga ad imporgli un modello rigido e preconfezionato,
ma riconosce la necessità di fornirgli gli strumenti ed i riferimenti necessari per orientarsi nel mondo.
I latini la chiamavano formatio mentis, la formazione della mente.
Un aspetto trascurato nella concezione di scuola è che la mente, come il corpo, va allenata. Nel
Medioevo,la formazione dell’individuo si strutturava intorno alle Sette Arti Liberali, divise in due gruppi: il
Trivio, con le arti del discorso – grammatica, logica e retorica – ed il Quadrivio, con le arti del numero –
aritmetica, geometria, musica e astronomia.
Un buon modello scolastico, quindi , dovrebbe essere in grado di integrare queste tre discipline:
educazione, istruzione e formazione, che a loro volta hanno bisogno di metodo e di costanza per essere
attuate. Perché, in definitiva, formare una persona non significa soltanto trasmetterle conoscenze, ma
fornirle una struttura intellettuale, morale e culturale attraverso cui possa sviluppare autonomia di giudizio,
assumendosi la responsabilità delle proprie scelte.
L’Italia, culla della cultura e dell’arte, sta lentamente perdendo la propria identità, uniformandosi sempre
più al cambiamento globale che impone la nascita di una società nuova, senza passato e con un futuro
troppo incerto per le giovani generazioni italiane.
La scuola contemporanea
Tra la fine degli anni Novanta e i primi anni Duemila si delineano alcune trasformazioni significative nel
sistema educativo italiano. La legge n. 59 del 1997 e il DPR n. 275 del 1999 introducono e disciplinano
l’autonomia scolastica, attribuendo alle istituzioni maggiore autonomia organizzativa e didattica.
Pur mantenendo come finalità lo sviluppo della persona umana, questo processo si accompagna a una
crescente attenzione all’efficienza e all’efficacia dell’azione educativa; alla valutazione dei risultati e al
rapporto tra istruzione e mondo del lavoro.
Si dà maggiore spazio alle competenze tecniche ed all’esigenza di rendere la formazione coerente con le
richieste del contesto professionale. Anche gli orientamenti dell’OCSE sono indirizzati verso lo sviluppo
delle competenze e alla loro spendibilità nella vita sociale ed economica.
Da questi dati si può riconoscere un cambiamento nel linguaggio e nelle priorità delle politiche educative. Il
rischio emerge quando la formazione è valutata prevalentemente in funzione dei risultati misurabili e
dell’utilità professionale, mentre passa in secondo piano la costruzione di una personalità autonoma,
dotata di strumenti critici e capace di orientarsi consapevolmente nella realtà.
Oggi la scuola ha scelto di riempire le teste delle giovani generazioni di informazioni, per lo più superficiali.
Il minimo sindacale per uscire da un percorso che si completa solo sulla carta, mentre il programma reale fa
acqua da tutte le parti.
Si è smesso di tirare fuori qualcosa da quelle stesse teste, di mettere in risalto idee, forza, direzione. La
scuola ha smesso di formare persone per diventare una fabbrica di soggetti conformi, di competenze
spendibili, ritrovandosi svuotata di autorevolezza e di senso critico.
Assistiamo alla sostituzione di materie umanistiche fondanti con materie che, invece di rafforzare i ragazzi,
li abituano a pensarsi bisognosi di tutela più che di sfida. Il soggetto che questa pedagogia produce è il
resiliente, parola tornata di gran moda durante l’emergenza sanitaria: colui che impara ad adattarsi
passivamente alle difficoltà, invece di imparare ad affrontarle e superarle con pensiero critico. Una scuola
che insegna la fragilità come valore, invece dello sforzo, dell’impegno nell’apprendere, sta disarmando una
generazione intera.
Educare il corpo
L’educazione motoria rappresenta una componente essenziale della formazione della persona, eppure nella
scuola lo spazio dedicato al movimento rimane limitato, spesso circoscritto a due ore settimanali. Una
marginalità che riflette una concezione dell’apprendimento ancora troppo sbilanciata a favore dello
sviluppo intellettuale, a scapito di quello corporeo.
Educare attraverso il movimento significa promuovere la salute, sviluppare la coordinazione e
l’autocontrollo, confrontarsi con gli altri e prendere coscienza del proprio corpo. L’attività fisica, inoltre,
favorisce le funzioni cognitive e contribuisce alla conoscenza di sé tramite l’esperienza corporea. Attraverso
il movimento si apprendono la disciplina, la gestione della frustrazione e la consapevolezza dei propri limiti,
sviluppando al contempo le proprie potenzialità.
Il rapporto con il corpo influisce anche sullo stile di vita. In una società sempre più sedentaria, esposta agli
schermi e a ritmi frammentati, restituire centralità all’educazione motoria significa promuovere uno stile di
vita sano. Movimento e attenzione, inoltre, sono profondamente connessi. Per questo motivo, la scuola
non può relegare il corpo ai margini del percorso educativo.
Il voto scolastico
Il numero da raggiungere per sentirsi qualcuno. Il voto scolastico è diventato un falso alibi per troppi
genitori: se il figlio va bene a scuola, ci si sente assolti, senza accorgersi che un ragazzo possa avere una lista
di valutazioni perfette e, allo stesso tempo, nessuna passione, nessuna opinione da difendere, come
dovrebbe essere naturale a quell’età.
Inoltre, il voto scolastico, da solo, non garantisce che uno studente abbia sviluppato la capacità di
comprendere e di interpretare ciò che legge. Il rischio reale è che la valutazione scolastica finisca per
certificare il superamento di una prova, senza verificare la reale capacità dello studente di comprendere,
rielaborare ed applicare le conoscenze acquisite. Oppure rischia di trasformarsi in un adempimento
burocratico, funzionale al rispetto delle scadenze del programma, perdendo il suo significato formativo. È
proprio in questa distanza tra il risultato e la padronanza del sapere che si inserisce una reale problematica
sociale. Secondo l’indagine OCSE PIAAC 2023, pubblicata nel 2024, in Italia il 35% degli adulti tra i 16 e i 65
anni presenta competenze alfabetiche basse, contro una media OCSE del 26%. È il cosiddetto
analfabetismo funzionale: saper leggere e scrivere, ma incontrare difficoltà nel comprendere e utilizzare le
informazioni nella vita quotidiana. La scuola non dovrebbe limitarsi a valutare ciò che uno studente sa
ripetere, ma verificare se ha imparato a comprendere, ragionare e formulare giudizi autonomi.
Cervelli in fuga
Per tornare alla domanda iniziale: la scuola serve per trovare un lavoro o per formare l’individuo?
Le due funzioni non sono incompatibili, ma una società che riduce l’istruzione alla preparazione
professionale rischia di perdere di vista il significato più ampio della formazione. Allo stesso tempo, non
può dirsi soddisfatta di aver formato persone competenti se poi non è in grado di offrire loro condizioni
adeguate per mettere a frutto ciò che hanno appreso.
I dati AlmaLaurea mostrano che i laureati italiani che lavorano all’estero ottengono retribuzioni
sensibilmente superiori e incontrano opportunità professionali più interessanti. Il problema, dunque, non
riguarda soltanto la scuola, ma anche la capacità del sistema economico e produttivo di valorizzare la
persona formata. Formare un individuo significa anche metterlo nelle condizioni di partecipare alla vita
collettiva, contribuire allo sviluppo del proprio Paese, oltre che del proprio benessere, senza essere
costretto a cercare altrove ciò che il proprio Paese non riesce ad offrirgli.
Intelligenza Artificiale: un rischio per la scuola?
Nel mio prossimo libro, dedicato all’intelligenza artificiale, affronterò questa nuova realtà da diverse
prospettive, analizzandone approfonditamente le implicazioni antropologiche, culturali e sociali. Tra i temi
trattati ci sarà, naturalmente, anche la scuola, luogo in cui il rapporto tra sapere e formazione della persona
anche attraverso la tecnologia, pone interrogativi che non possiamo più ignorare.
Oggi uno studente può ottenere in pochi secondi una risposta, un riassunto o persino un tema già
strutturato. Ma che cosa rimane del processo di apprendimento? L’intelligenza artificiale può essere una
risorsa straordinaria, sia per i docenti che per gli studenti, a condizione che non sostituisca lo sforzo di
comprendere, collegare e valutare le informazioni. A differenza di pochi decenni fa, quando per condurre
una ricerca era necessario recarsi in biblioteca, oggi abbiamo accesso a milioni di informazioni in pochi
secondi, comodamente seduti sul divano. Questo rappresenta un bene, oppure un male? Dipende.
La questione non è demonizzare la tecnologia, né accoglierla senza riserve, ma imparare ad utilizzarla con
consapevolezza, mantenendo al centro il giudizio umano. Un individuo formato possiede tutti gli strumenti
per mantenere un equilibrio e sfruttare sapientemente ciò che la tecnologia mette a disposizione.
L’invito, quindi, è saper distinguere tra l’uso di uno strumento e la rinuncia a pensare attraverso quello
strumento.
La scuola come luogo di formazione della cittadinanza
Nel saggio Cittadinanza come partecipazione politica. La sfida europea per una scuola sociale e identitaria,
Ferdinando Viola e Sergio Filacchioni riflettono sul ruolo della scuola nella formazione del cittadino.
L’istruzione non dovrebbe limitarsi alla trasmissione di competenze tecniche, ma contribuire a sviluppare
senso di responsabilità, partecipazione e consapevolezza del patrimonio storico e culturale comune. I
giovani devono capire il senso di una storia
millenaria che senza interruzione ci lega direttamente alle origini della nostra civiltà. Gli autori attribuiscono
inoltre allo sport una funzione educativa centrale, per la sua capacità di promuovere disciplina,
collaborazione, costanza e carattere. La scuola, in questa prospettiva, non è soltanto il luogo in cui si
apprendono nozioni, ma uno spazio in cui si forma la persona e si costruisce il rapporto con la comunità.
Conclusioni
La vera sfida sarà conservare l’humanitas, ciò che ci rende umani, nella capacità di pensare, discernere,
sentire e attribuire significato alla realtà, senza perdere di vista il valore dell’essere umano nella propria
integralità – sòma , nùs, pnèuma – di fronte a qualsiasi progresso tecnologico. Tornare nella storia e
immaginare un progetto futuro. Comprendere la realtà, sviluppare un pensiero autonomo e partecipare
consapevolmente alla vita della comunità. Una scuola che rinuncia alla funzione fondamentale cui è
chiamata, fatica ad assolvere il proprio compito. Le famiglie, inoltre, dal canto loro, dovrebbero delegare
meno la propria responsabilità educativa ai programmi scolastici, riconoscendo che la formazione di una
persona richiede una continuità tra ciò che si apprende a scuola e ciò che si vive in famiglia.
La scuola non è un contenitore da riempire, ma un luogo in cui una persona possa essere accompagnata
nella propria unicità, verso la scoperta di ciò che già porta dentro di sé, imparando a riconoscerlo,
svilupparlo e metterlo in relazione con il mondo, attraverso un pensiero autonomo.
In sintesi, la scuola non deve soltanto fornire strumenti per acquisire competenze , ma formare la capacità
di comprendere ciò che si fa e il mondo in cui si agisce, perché la più grande arma di massa è un popolo che
ha dimenticato come pensare.
STEFANIA ANGELA DAGNINO
NOTE A MARGINE
L’OCSE è l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. In inglese è chiamata OECD
(Organisation for Economic Co-operation and Development).
È un’organizzazione internazionale, con sede a Parigi, che riunisce numerosi Paesi e studia le politiche
pubbliche in ambiti quali economia, istruzione, occupazione e sviluppo sociale.
Nel campo dell’istruzione, l’OCSE è conosciuta soprattutto per il programma PISA, che valuta le competenze
degli studenti quindicenni in lettura, matematica e scienze.
L’organizzazione elabora inoltre rapporti e raccomandazioni sulle politiche educative, promuovendo lo
sviluppo delle competenze necessarie per affrontare la vita sociale e professionale.
Consorzio Interuniversitario AlmaLaurea, XXVII Indagine. Rapporto 2025 sulla condizione occupazionale dei
laureati, Bologna, 2025, sezione 9.3 – Lavoro all’estero – pp. 155 ss.
Umberto Eco, Storia della civiltà europea, Milano, Corriere della Sera, 2007-2008
Platone, La Repubblica, trad. it. di Mario Vegetti, Rizzoli, Milano, 2007
Treccani, Enciclopedia online
Ferdinando Viola e Sergio Filacchioni, Cittadinanza come partecipazione politica. La sfida europea per una
scuola sociale e identitaria
Stefania Dagnino, PHÁRMAKON – antropologia dell’homo technologicus, Amazon

