Distinzione tra alimentazione, nutrizione e nutrimento
Il cibo pur rappresentando una necessità biologica per l’uomo, non può restare relegato a mero bisogno
primario. Sia la parola nutrizione, che la parola nutrimento appartengono alla stessa famiglia lessicale che
deriva dal latino nutrix cioè nutrice, colei che allatta, nutre e fa crescere. Ma è importante fare un’ulteriore
distinzione tra nutrizione ed alimentazione. L’alimentazione riguarda ciò che introduciamo nell’organismo,
quindi, gli alimenti. La nutrizione, invece, riguarda il processo attraverso cui l’organismo elabora e
trasforma ciò che assumiamo; assorbe e utilizza i nutrienti di cui ha bisogno per mantenere un equilibrio
omeostatico dinamico.
Esiste anche un altro termine che descrive il nostro rapporto con il cibo con un’accezione più ampia: è il
concetto di nutrimento. Questo termine comprende qualcosa che va oltre gli alimenti. È un varco che si
apre nelle profondità dell’essere, dove l’uomo non è relegato a mera macchina biologica, fine a sé stessa,
ma si rivela molto di più.
Da questa prospettiva, si potrebbe affermare che l’uomo sia al tempo stesso significante e significato, e che
il nutrimento sia tutto ciò che dà senso e profondità alla vita.
Nutrirsi significa percepire memorie antiche, sentire che l’essere non è solo materia. Il cibo si fa simbolo di
un contatto più profondo con il mondo, di un dialogo continuo tra fisico ed eterico, tra bisogno e
consapevolezza. In un mio scritto in cui tratto la piccola filosofia dei nutrimenti, esploro approfonditamente
ciò che, visibile o invisibile, sostiene la nostra presenza nel mondo.
Dalla dieta come modus vivendi al conteggio delle calorie
La parola dieta deriva dal greco antico δίαιτα – dìaita, il cui significato rimanda al modo di vivere, alla
condotta e al regime di vita. Nella sua accezione originaria, la dieta non è qualcosa che si aggiunge alla vita,
ma è il modo stesso in cui essa viene regolata. Il modo di vivere, quindi, comprende l’alimentazione, ma
anche il movimento, il riposo, la respirazione, l’esposizione alla luce solare e, aggiungerei, l’ecologia del
pensiero.
Questa concezione trova un riferimento importante nella medicina di Galeno di Pergamo, vissuto nel II
secolo d.C.
Dopo aver esercitato nella sua città natale, come medico dei gladiatori, Galeno si trasferì a Roma, dove
entrò nell’ambiente imperiale e fu medico di Marco Aurelio e successivamente di suo figlio Commodo.
Galeno considerava l’alimentazione parte integrante della cura. Il cibo, quindi, non era un elemento isolato,
ma una componente di un modo di vivere, inseparabile dal resto.
Tra la prima metà dell’Ottocento e la seconda metà del Novecento, si sviluppa un lungo processo che va
dalla misurazione del calore e degli scambi energetici al conteggio delle calorie, come strumento per
pianificare l’alimentazione e controllare il peso corporeo. La caloria è diventata così uno strumento
fondamentale per quantificare l’apporto energetico e studiare il rapporto tra alimentazione e
funzionamento del corpo. Parallelamente, si è consolidata una concezione della dieta sempre più legata alla
composizione degli alimenti, alle quantità assunte e al controllo dell’energia introdotta. È qui che avviene il
passaggio tra regolare il modo di vivere e misurare ciò che introduciamo con l’alimentazione. Oggi quando
si parla di dieta, si pensa subito a contare calorie e a rinunciare a qualche alimento . In realtà si dovrebbe
pensare alla dieta intesa come cura del modo di vivere, non solo come modo di alimentarsi.
Dal “cibo evento” allo quotidianità del consumo
Il nostro rapporto con il cibo è cambiato nel tempo; questo è accaduto a seguito delle condizioni
economiche, sociali e culturali. Ciò che mangiamo, la frequenza con cui lo facciamo ed il significato che
attribuiamo ai pasti, non dipende solo da bisogni fisiologici, ma anche dalla disponibilità degli alimenti e
dalle abitudini che una società costruisce nel corso della propria storia.
In Italia, fino a non molti decenni fa, alcuni alimenti si consumavano solo in occasione di feste. La carne, per
esempio, poteva essere associata al pranzo della domenica o delle festività, assumendo un valore che
andava oltre quello meramente nutrizionale. L’ alimento era simbolo comunitario e culturale.
Nella società contemporanea, il cibo conserva le sue naturali dimensioni – biologica e sociale – ma rischia
sempre più spesso di essere relegato a una parentesi funzionale, subordinata ai ritmi e alle esigenze della
produttività.
L’abbondanza rappresenta certamente una conquista rispetto alle condizioni di scarsità alimentare che
hanno segnato la storia di molte famiglie. Tuttavia, la
sovra-disponibilità introduce anche nuove insidie. in questo modo, cambiano non soltanto le quantità, ma
anche le occasioni, i ritmi e le motivazioni che accompagnano “il mangiare”.
Il delivery e la società dell’immediatezza
A proposito di ritmi, negli ultimi anni, in particolare dal periodo emergenziale in poi, le modalità con cui si
acquista e si consuma il cibo si sono ulteriormente trasformate. La diffusione delle piattaforme digitali e dei
servizi di consegna a domicilio, ha reso possibile ricevere pasti già preparati direttamente a casa o sul luogo
di lavoro, riducendo o azzerando il tempo necessario per organizzare un pasto. Questa possibilità ha
contribuito a modificare le abitudini alimentari. La preparazione del pasto e la convivialità del pranzo in
famiglia, sono diventate immagini sfocate, che sembrano già appartenere ad un’altra epoca.
Ci troviamo in piena era dell’immediatezza, dove persino il pasto rischia di essere percepito come
un’interruzione. Preparare qualcosa da mangiare può essere percepito come tempo sottratto ad altri
impegni. Il cibo diventa così un qualcosa da consumare nel minor tempo possibile, anziché essere
un’attività da integrare consapevolmente nella giornata e, soprattutto, nel corpo, attraverso gli alimenti
corretti.
In questo scenario, il tempo assume un significato particolare. Mangiare richiede tempo, ma spesso è la
prestazione ad avere la precedenza. Quando queste esigenze entrano in conflitto, il rischio non è
necessariamente quello di nutrirsi male in ogni occasione, ma di perdere attenzione verso il processo stesso
del nutrirsi.
Se ogni necessità deve essere soddisfatta nell’immediato, anche il nutrimento finisce per adeguarsi alla
logica della prestazione. Il corpo è quindi concepito soprattutto in funzione di ciò che deve sostenere, ed il
tempo dedicato alla sua cura, viene sempre più percepito come tempo sottratto alla produttività.
È qui che la riflessione sulla nutrizione ritorna ad incontrare il concetto di dieta, inteso come modo di
vivere. Non basta conoscere quali nutrienti siano necessari all’organismo: dobbiamo anche interrogarci
sulle condizioni quotidiane che rendono possibile prendersene cura. L’abbondanza materiale, da sola, non
garantisce un rapporto equilibrato con il cibo.
Il cibo come memoria e identità
Abbiamo visto che Il cibo non è mai soltanto una sostanza da assumere, ma è un elemento attraverso cui la
società conserva le proprie tradizioni e le risorse del territorio.
La cucina italiana, nella sua pluralità regionale, rappresenta un esempio significativo di questo processo.
Preparare un piatto tramandato significa mantenere un legame con le proprie radici e riconoscersi in una
storia che non è un eterno presente. Il cibo diventa così una forma concreta di memoria culturale, anche
per le generazioni a venire.
In una società attraversata dalla globalizzazione, i rischi che si corrono sono l’omologazione e la perdita di
continuità con le nostre origini ed il loro significato.
L’identità culturale non si conserva omologandosi al mondo, ma integrandosi ad esso mantenendo la
propria identità.
Conservare una cultura alimentare collettiva e individuale significa mantenere la possibilità di scegliere,
senza confondere l’apertura al nuovo con la cancellazione di ciò che già possediamo.
La quotidianità edifica l’essere
In conclusione, invito il lettore alla seguente riflessione: il cibo è un mezzo o è parte integrante del senso
del vivere? Si vive per mangiare o si mangia per vivere?
La mia risposta è: si mangia per essere.
La nutrizione ci riporta alla dimensione biologica dell’essere umano, ma il nutrimento apre una prospettiva
più ampia. Ciò che assumiamo non riguarda soltanto il funzionamento dell’organismo. L’esistenza umana si
costruisce anche attraverso altri aspetti: la cultura, il linguaggio, la memoria, i valori e le scelte.
Mangiare per essere significa riconoscere che le nostre scelte quotidiane, come ad esempio ciò di cui ci
nutriamo, influenzano ciò che siamo.
Stefania Angela Dagnino
Fonti:
Heidegger, Martin, Essere e tempo, trad. di Pietro Chiodi, nuova edizione italiana a cura di Franco Volpi,
Longanesi, Milano, 2005
Stefania Dagnino, Sibaritica – piccola filosofia dei nutrimenti
Brillat-Savarin, Jean-Anthelme, Fisiologia del gusto, 1825
Pellegrino Artusi, La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene. Firenze, 1891

