IL NUOVO DISORDINE SOCIALE

È sfuggita di mano, nel giro di poche ore, a Milano, il 17 ottobre  la protesta nata contro il carovita, il costo della benzina e la pressione fiscale.

La manifestazione, organizzata via social da Italia in Piazza., ha avuto luogo anche in altre città: Torino, Bologna e Bergamo. Stessa protesta e stesso copione.

A Milano centinaia di giovanissimi assediano piazza Duomo costringendo la polizia ad arretrare sotto il lancio di bombe carta, transenne e bottiglie, fino ad occupare la piazza, simbolo economico e sociale della città. 

Le proteste, nate da un disagio reale che milioni di italiani realmente condividono, si sono trasformate nel giro di un sabato pomeriggio in guerriglia urbana. Nel solo centro della città i danni stimati da Confcommercio sono di oltre mezzo milione di euro. Lo stesso schema si è ripetuta nelle altre città citate. Esprimere il proprio dissenso è un diritto, ma devastare una città non lo è, ed è bene dirlo. Che cosa accomuna questi ragazzi, italiani e stranieri, oltre alla mancanza  di denaro o di prospettive materiali? 

A questi giovani manca un’identità condivisa in cui riconoscersi, una tradizione da portare avanti, un senso di appartenenza che un multiculturalismo non  opportunamente gestito e integrato, oltre ad una scuola inadeguata,  hanno smesso da tempo di trasmettere. Finché la risposta a queste giornate si limiterà a invocare più redistribuzione della ricchezza e nuove misure di sostegno, senza restituire centralità alla famiglia, all’autorità educativa e a un’identità nazionale condivisa, basata su fondamenti imprescindibili, come la responsabilità, la lingua, la continuità culturale e il rispetto delle istituzioni, si continuerà ad affrontare le conseguenze senza interrogarsi sulle cause più profonde della crisi. Il copione, sabato dopo sabato, rischia di ripetersi, in questo autunno 2026, che vede le città italiane già messe a dura prova dal fitto calendario di scioperi del trasporto pubblico,  segno di un sempre più crescente disagio sociale. Gli avvenimenti del 17 ottobre, mostrano il sintomo di un vuoto profondo, che attraversa un’intera generazione, cresciuta in Italia, formatasi nelle scuole delle periferie, composta da giovani italiani e stranieri che, pur condividendo gli stessi spazi, non sempre hanno potuto trovare riferimenti educativi solidi, un reale senso di appartenenza ed un orizzonte comune di valori. Tutto questo, nella società dove sono cresciuti. Un vuoto che non si colma con la sola redistribuzione economica, ma richiede di restituire centralità alla famiglia, autorevolezza alla funzione educativa e significato all’identità, fondata sulla responsabilità, sul rispetto delle regole e sulla condivisione di un patrimonio culturale inestimabile. 

È il disagio sociale che parla con il linguaggio della violenza.

Un preciso modello di società che ha contribuito a produrre queste condizioni. Basato sulla competitività permanente, segnato da una stagnazione strutturale, povero di prospettive ideali e comunitarie, dove il valore dell’individuo è misurato in base alla sua produttività ed alla sua capacità di consumo. Una società che usa le divisioni politiche e ideologiche per semplificare una realtà complessa.

Il rischio che si corre è che il problema assuma dimensioni sempre più gravi, come hanno già dimostrano le difficoltà di integrazione e le tensioni sociali presenti in altre nazioni europee. Il paradosso è tanto evidente, quanto drammatico. Nel tentativo di evitare la separazione sociale e l’odio, si finisce per creare le condizioni che li alimentano.

Comprendere quanto accaduto significa interrogarsi sulle dinamiche culturali, economiche ed educative che portano al disagio, prima che la protesta degeneri e il conflitto diventi parte della vita quotidiana. Perché il pericolo più grande non è soltanto assistere alla crisi di una società, ma abituarsi ad essa, fino a considerarla come componente inevitabile della normalità.

Stefania Angela Dagnino

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