Il 2 ottobre, a Genova, un incendio doloso ha colpito i cavi della fibra ottica in salita Bersezio, sotto il ponte San Giorgio, ricostruito dopo il tragico crollo del Morandi. Sul posto sono stati trovati alcuni inneschi, ma uno soltanto ha funzionato. La Procura ha aperto un fascicolo per danneggiamento seguito da incendio con finalità di terrorismo. Il danno ha provocato disservizi telefonici e non pochi problemi al 112. In città si sono viste scene di angoscia e di panico tra persone improvvisamente tagliate fuori dalla dimensione digitale.
Quanto accaduto impone una riflessione seria, sul nostro rapporto con i dispositivi, ormai parte integrante della quotidianità, e sui servizi essenziali online, che invadono sempre più la nostra esistenza. In questo immenso rimescolio di dati e di informazioni abbiamo smesso di chiederci se la realtà su cui poggiamo sia davvero così sicura e affidabile come ostinatamente vogliamo credere.
Prendiamo l’intelligenza artificiale, il nuovo paradigma di cui non potremo più fare a meno. Che cos’è, in termini pratici? Non è qualcosa di solido, è un’infinità di righe di codice che viaggiano via cavo e “abitano” in giganteschi centri di elaborazione dati sparsi per il mondo. I grandi data center di Google, Microsoft, Amazon e degli altri colossi tecnologici sono enormi complessi di server, collocati strategicamente vicino a grandi fonti di energia, a reti di fibra ottica e a climi freddi. Senza queste infrastrutture l’IA, le reti e i computer non funzionerebbero. Sono loro la parte fisica del sistema informatico.
I cavi sabotati a Genova servono abitualmente il levante genovese e il Basso Piemonte, non i grandi centri dell’IA. Ma l’episodio ci mostra in piccolo che cosa potrebbe accadere a tutto ciò che dipende dalla rete. È uno degli aspetti meno raccontati della rivoluzione tecnologica: più una società dipende dalle proprie infrastrutture digitali, più la loro sicurezza diventa una questione strategica. Genova ne è stata la prova.
E non si è trattato di un semplice atto vandalico. Secondo la ricostruzione del Secolo XIX, il punto colpito era la linea principale che porta le comunicazioni a mezza regione, e in quel tratto i cavi erano a portata di mano, senza protezioni, in una zona non segnata sulla mappa. Gli inquirenti non escludono una mano esperta e ritengono più probabile,, la pista anarchica. Le indagini sono ancora in corso e non c’è una rivendicazione, ma si ha la certezza che il bersaglio sia stato scelto con cura.
Sullo stesso giornale ne ha parlato Paolo Scotto di Castelbianco, esperto di sicurezza ed ex dirigente dell’intelligence italiana, già direttore della scuola di formazione del DIS, il dipartimento che coordina i servizi segreti nazionali. Intervistato da Marco Menduni, giornalista del Secolo XIX, ha spiegato che il sistema informatico appare invisibile, fatto di dati, ma si regge su strumenti fisici e quindi attaccabili. Una fragilità che riguarda anche linee elettriche, acquedotti e aziende strategiche.
Qui entra in gioco un concetto di cui si parla poco fuori dagli addetti ai lavori: lo human firewall, il firewall umano. Scotto lo descrive come un gruppo di dipendenti formati, una prima linea contro gli attacchi. Dall’intervista emerge che la tutela dell’intelligence italiana, con l’AISI, l’agenzia per la sicurezza interna, si regge su due livelli: uno contro gli attacchi informatici, macchine contro macchine, e l’altro che riguarda le persone. Genova ci ricorda che il secondo livello non si ferma davanti a uno schermo, riguarda anche chi presidia i cavi, le centrali, i nodi della rete. Perché la rete può avere le protezioni digitali più sofisticate, ma se un tratto resta alla portata di chiunque, il sistema è debole proprio dove nessuno guarda.
La riflessione riguarda quindi il futuro dell’intelligenza artificiale e dell’intero mondo digitale. Se affidiamo sempre più alla tecnologia comunicazioni, servizi pubblici, sistemi finanziari, trasporti, sanità e processi decisionali, la domanda non può essere soltanto quanto siano intelligenti le macchine, ma quanto siano sicure, accessibili e protette. Se un atto doloso basta ad interrompere una rete e a mettere in difficoltà un’intera città, quanto siamo davvero preparati a proteggere le infrastrutture da cui dipende la nostra società?
La domanda pesa ancora di più quando quelle infrastrutture sostengono sistemi di intelligenza artificiale sempre più presenti nella nostra vita. Dietro l’apparente immaterialità dell’IA esiste una realtà molto concreta fatta di cavi, server, energia, data center e reti. E dietro queste infrastrutture ci sono poteri, strategie e interessi economici che si intrecciano nella costruzione del futuro digitale. Chi le controlla, e chi le protegge, è una questione che riguarda la sovranità di una nazione, non solo la tecnica.
Il caso di Genova rende visibile una grande contraddizione: possiamo costruire sistemi sempre più sofisticati, ma se la rete che li collega può essere interrotta da un attacco fisico, la nostra presunta immaterialità torna improvvisamente tangibile. Con essa, le certezze si sgretolano e la sicurezza diventa un nervo, per non dire un cavo scoperto.
Stefania Angela Dagnino
Fonti
Genova24, Liguria Notizie, GenovaToday, Il Giornale d’Italia Liguria24, Il Secolo XIX.

