Quando la tecnologia incontra il potere

Il nuovo ordine tecnocratico

Per comprendere ciò che sta accadendo oggi intorno all’intelligenza artificiale, dobbiamo partire da una domanda che è prima di tutto culturale, e solo in seguito politica:

Come è cambiato il rapporto tra tecnologia, individuo e potere?

Nell’ultimo periodo, la tecnologia ha modificato profondamente il modo in cui ci relazioniamo con gli altri e con le istituzioni. In questa direzione è cambiato anche il modo in cui pensiamo la libertà, l’autonomia e il ruolo dell’individuo nella società.

È in questo nuovo scenario che emerge un fenomeno particolarmente interessante. Una parte importante dell’innovazione tecnologica contemporanea ha progressivamente trovato un terreno comune con correnti politiche e culturali che, fino a non molto tempo fa, sembravano appartenere a un’altra epoca.

Da questo incontro nasce un nuovo rapporto tra tecnologia, libertà individuale e politica, particolarmente evidente in alcune correnti della nuova destra americana.

La destra è stata storicamente associata soprattutto alla difesa dell’ordine esistente, alla continuità e a una certa cautela di fronte alle trasformazioni. Temi come il cambiamento, la rottura con il passato e la liberazione dai vecchi schemi sembravano invece appartenere ad una cultura progressista, di sinistra.

L’imporsi dell’innovazione tecnologica ha oggi trasformato radicalmente questi equilibri. Per comprenderne le ragioni, è necessario partire dalla profonda trasformazione che ha attraversato gli Stati Uniti negli ultimi decenni. Il graduale declino dell’America industriale, la crisi della Rust Belt e, parallelamente, l’ascesa della Silicon Valley come nuovo centro economico e culturale del Paese,  hanno segnato il passaggio da un modello fondato sulla produzione industriale a un’economia sempre più dominata dalla tecnologia, dall’innovazione e dal capitale digitale.

Innovazione e politica 

Quello appena descritto è il terreno ideale in cui prende forma una parte della cultura hacker. L’idea che il singolo, attraverso la conoscenza e la tecnologia, possa mettere in discussione i poteri costituiti e conquistare un’autonomia prima impensabile spinge a ridefinire il rapporto tra individuo, tecnologia e potere.

Negli anni Novanta, l’aumento della fiducia nella tecnologia, intesa come strumento di autonomia e di libera circolazione delle informazioni, combina elementi che appartenevano storicamente a culture politiche differenti. Tuttavia, non è ancora destra nel senso tradizionale del termine.

La crescita delle grandi piattaforme tecnologiche e l’enorme potere economico accumulato dai loro fondatori contribuiranno a rafforzare il rapporto sempre più stretto tra politica e una parte di questa cultura. Alcuni imprenditori e investitori assumono posizioni apertamente conservatrici o libertarie. Tra questi, Peter Thiel ed Elon Musk.

Entrambi diventeranno figure emblematiche di un nuovo rapporto tra tecnologia, potere e destra politica. Thiel come figura più ideologica e intellettuale, Musk come figura più visionaria e carismatica.

In questo nuovo contesto, alcune idee libertarie hanno trovato spazio: la riduzione dei vincoli, l’autonomia dell’individuo, la diffidenza verso un’eccessiva presenza dello Stato e l’idea che la velocità dell’innovazione fosse, di per sé, un valore.

Da qui prende forma una nuova relazione tra tecnologia, mercato e politica, destinata a modificare profondamente anche il volto della destra americana. La tecnica non è più soltanto uno strumento al servizio dell’economia, ma entra essa stessa nel vocabolario del potere, assumendo un peso che prima non aveva. Accanto a parole come economia, mercato e politica, se ne afferma una nuova, destinata a diventare centrale: la tecnologia.

È in questo passaggio che si inserisce quella che Andrea Venanzoni, nel suo libro Tecnodestra, descrive come una nuova forma di destra.

La trasformazione economico-antropologica  

Quest’ultima non è più soltanto uno strumento attraverso il quale la politica agisce, ma sta diventando essa stessa una forma di potere.

Per capire come siamo arrivati fin qui, dobbiamo tornare all’America, a quel cuore produttivo che, per decenni, ha attraversato il Nord-Est e il Midwest: la Rust Belt*.

Quando quel modello entrò in crisi, cambiò anche il rapporto tra quelle comunità, che avevano ormai costruito la propria identità, e la politica. Il declino industriale, la perdita di posti di lavoro e l’indebolimento dei sindacati contribuirono, nel corso di decenni, a modificare gli orientamenti politici di una parte dell’elettorato operaio.

Parallelamente, dall’altra parte del Paese, stava nascendo un’altra America: la Silicon Valley.

Qui il valore non era più concentrato nella fabbrica, nella materia o nella forza lavoro industriale. Era concentrato nell’informazione, nel software, nei dati, nella capacità di creare sistemi capaci di moltiplicare il proprio sviluppo.

Le differenze con il passato si fanno subito evidenti:

l’operaio produce il risultato; il programmatore costruisce il meccanismo che può produrre risultati su larga scala.

Ecco la trasformazione economica, ma anche antropologica.

Uno dei personaggi che oggi incarnano in modo più evidente questo passaggio è Elon Musk. La sua figura riunisce dimensioni diverse della nuova economia tecnologica: è imprenditore, protagonista dell’industria automobilistica e spaziale, proprietario di una delle principali piattaforme sociali e fondatore di una società dedicata all’intelligenza artificiale.

È invece con Peter Thiel che una parte della cultura libertaria della Silicon Valley entra più esplicitamente in rapporto con il pensiero conservatore. Imprenditore tecnologico e investitore, Thiel trasferisce il concetto di tecnologia su un piano più esplicitamente ideologico e politico.

Tecnologia e libertà possono coincidere davvero? 

La parola “libertà” è una delle parole più abusate nel discorso tecnologico contemporaneo: libertà di innovare, libertà di espressione, libertà dal controllo dello Stato, libertà delle piattaforme.

Ma possiamo davvero definire libera una tecnologia che dipende da enormi quantità di capitale, da infrastrutture proprietarie, da sistemi di calcolo giganteschi e da aziende che decidono quali regole applicare ai propri prodotti?

Da qui, il passo verso l’intelligenza artificiale è breve. Nessun sistema tecnologico è neutrale, ogni tecnologia offre alcune possibilità e ne limita altre.

Ed è proprio qui che la questione dell’intelligenza artificiale si fa politica. Non perché l’IA debba necessariamente avere un orientamento politico, ma perché chi costruisce l’infrastruttura possiede una parte del potere necessario a definire il funzionamento dello spazio informativo, che segue anche logiche di mercato.

Gli Stati Uniti hanno costruito un ecosistema nel quale l’innovazione privata ha raggiunto una scala senza precedenti. Nel 2025 gli investimenti privati statunitensi nell’intelligenza artificiale hanno raggiunto circa 285,9 miliardi di dollari, secondo lo Stanford AI Index 2026. La Cina, nello stesso anno, ha registrato circa 12,4 miliardi di dollari di investimenti privati. Ma il confronto non racconta tutta la storia. Il ruolo dello Stato e dei finanziamenti pubblici cinesi rende molto più complesso misurare la reale capacità di investimento del Paese.

La competizione, dunque, non è soltanto economica. È geopolitica.

Intelligenza artificiale e strategia militare 

L’idea di un’intelligenza artificiale al servizio di scopi nobili entra in crisi quando diventiamo consapevoli di ciò che sta realmente accadendo nel mondo:

La Cina sta costruendo una propria infrastruttura di intelligenza artificiale. La Corea del Sud occupa una posizione importante nella ricerca e nello sviluppo tecnologico. La Russia considera l’IA una componente della propria strategia tecnologica e di sicurezza.

L’Europa ha scelto di affiancare allo sviluppo dell’intelligenza artificiale un sistema di regolamentazione molto articolato. Con l’AI Act, il Digital Services Act e il Digital Markets Act, l’Unione Europea ha cercato di costruire un sistema nel quale le grandi piattaforme siano sottoposte a regole più stringenti.

È questo il punto nevralgico in cui nasce una parte della tensione con il modello americano.

Europa e America sembrano avere approcci differenti al rapporto tra innovazione e potere, anche se entrambe stanno cercando di rafforzare la propria capacità tecnologica.

Nel frattempo, mentre questi due continenti discutono di regolamenti e strategie, il resto del mondo si muove rapidamente: la Cina investe nelle proprie infrastrutture; la Corea del Sud sviluppa una delle economie tecnologiche più avanzate del pianeta; la Russia integra l’intelligenza artificiale nelle proprie strategie di sicurezza.

Sotto la superficie del dibattito pubblico si sta quindi svolgendo una competizione che riguarda una risorsa molto più importante di una singola tecnologia: la capacità di controllare l’infrastruttura dell’intelligenza artificiale.

Anthropic e OpenAI 

Per comprendere meglio il rapporto tra tecnologia, potere economico e istituzioni, è utile osservare ciò che è accaduto nel 2026 tra il Dipartimento della Guerra statunitense e due delle principali società che sviluppano sistemi di intelligenza artificiale: Anthropic e OpenAI.

Anthropic è l’azienda che sviluppa Claude, uno dei principali sistemi di intelligenza artificiale generativa. OpenAI è la società che ha sviluppato ChatGPT e i modelli della famiglia GPT. Entrambe sono aziende private, ma i loro sistemi sono diventati strumenti di interesse strategico anche per il governo e per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti.

Il confronto è emerso con particolare evidenza quando il Dipartimento della Guerra ha cercato di ampliare l’impiego dei sistemi di intelligenza artificiale in ambito militare.

Anthropic aveva posto due limiti al possibile utilizzo di Claude: niente sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi e niente impiego del modello per sistemi d’arma completamente autonomi, cioè capaci di selezionare e colpire obiettivi senza un essere umano nel processo decisionale. L’azienda sosteneva di essere favorevole agli altri impieghi legali in ambito militare, ma di voler mantenere queste due eccezioni.

Il Dipartimento della Guerra ha invece richiesto che i propri sistemi di intelligenza artificiale fossero disponibili per tutti gli impieghi ritenuti legali. Le trattative con Anthropic sono arrivate a un punto di rottura. Nel marzo 2026 il Dipartimento ha formalizzato la designazione di Anthropic come “supply chain risk”, cioè un rischio per la propria catena di approvvigionamento. La conseguenza riguardava in particolare l’utilizzo di Claude nell’ambito dei contratti del Dipartimento.

Pochi giorni dopo, è OpenAI a raggiungere un accordo con il Dipartimento, mantenendo alcuni limiti: niente sorveglianza di massa dei cittadini statunitensi, niente utilizzo dei propri sistemi per dirigere autonomamente sistemi d’arma e niente decisioni automatizzate ad alto impatto che richiedano l’intervento di una persona.

La differenza, dunque, non riguarda soltanto l’esistenza di limiti all’utilizzo militare dell’intelligenza artificiale. Riguarda soprattutto il modo in cui quei limiti sono stati negoziati e inseriti nell’accordo.

Quando una tecnologia privata assume un valore strategico per lo Stato, il rapporto tra innovazione, interessi economici e potere politico diventa sempre più stretto. Le aziende non sono più soltanto produttrici di strumenti tecnologici: diventano interlocutori delle istituzioni nelle decisioni che riguardano il loro stesso impiego.

Questi meccanismi ci aiutano a capire che la libertà della piattaforma non coincide necessariamente con la libertà dell’individuo.

Il rischio reale è che impariamo progressivamente ad affidarle una parte delle nostre decisioni senza domandarci più da dove provengano i criteri con cui quelle decisioni sono orientate.

Un algoritmo può sembrare impersonale, ma nasce da una progettazione e progettare significa scegliere.

Un altro aspetto importante è che l’intelligenza artificiale è ormai incorporata nelle infrastrutture e quindi non è sempre visibile.

Una parte della nuova destra tecnologica ha iniziato a comprendere molto presto che il futuro del potere non sarebbe passato soltanto dai parlamenti e dai governi, ma anche dalle piattaforme, dai dati, dai satelliti, dai sistemi di calcolo e dagli algoritmi.

Questa intuizione ha prodotto un’accelerazione innovativa.

Abbiamo costruito strumenti capaci di aumentare enormemente le nostre possibilità. Ora dobbiamo dimostrare di possedere anche la capacità di governarle.

Perché il vero progresso non consiste nel fare tutto ciò che la tecnologia ci permette di fare.

Consiste nel sapere che cosa fare, come e perché farlo.

Non sappiamo quanto lontano andrà l’intelligenza artificiale. Sappiamo però che la direzione non è ancora scritta e che, almeno in parte, siamo noi a decidere quale sarà.

La tecnica del potere, il potere della tecnica 

 Fino a non molto tempo fa, il potere si esercitava soprattutto attraverso l’autorità, la gerarchia, le istituzioni, il controllo del lavoro, della produzione e dell’informazione. Era un potere riconoscibile, legato a ruoli, regole e strutture precise.

Oggi una parte crescente di esso passa attraverso la tecnologia, i dispositivi, i dati, le piattaforme, i dispositivi digitali, gli algoritmi e la capacità di orientare comportamenti e scelte.

È cambiato anche il linguaggio del potere. Accanto alle tradizionali forme di autorità, alle gerarchie e alle istituzioni, oggi ricorrono sempre più parole come libertà, autonomia, innovazione e possibilità di scelta.

E mentre la libertà individuale diventa uno dei valori centrali del nuovo paradigma, ci troviamo dentro una trasformazione globale che rende sempre più difficile distinguere il futuro dal presente,

la libertà dal suo limite.

Stefania Angela Dagnino 

NOTE A MARGINE 📌

Peter Thiel è una delle figure che meglio rappresentano l’incontro tra tecnologia, libertarismo e nuova destra americana. Cofondatore di PayPal, primo grande investitore esterno di Facebook e fondatore di Palantir, ha costruito la propria influenza mettendo in relazione innovazione tecnologica, capitale e politica. Libertario dichiarato, è stato tra i primi protagonisti della Silicon Valley a rompere apertamente con il consenso progressista dell’ambiente tecnologico e a sostenere Donald Trump.

Elon Musk porta questa relazione su una scala ancora più ampia. Dalla mobilità elettrica di Tesla all’esplorazione spaziale di SpaceX, fino a X e all’intelligenza artificiale, ha costruito un sistema imprenditoriale nel quale tecnologia e visione del futuro diventano anche strumenti di influenza politica. La sua traiettoria, da imprenditore tecnologico a protagonista diretto della politica americana, rende particolarmente evidente quanto il confine tra innovazione, capitale e potere politico sia diventato sottile.

La Rust Belt era la fascia industriale degli Stati Uniti, soprattutto nel Midwest e nell’area dei Grandi Laghi, dove si concentravano acciaierie, fabbriche automobilistiche e grandi industrie manifatturiere. A partire dagli anni Settanta, la deindustrializzazione portò alla chiusura di molte fabbriche, alla perdita di posti di lavoro e al declino economico di numerose città. Da qui il nome Rust Belt, la «cintura della ruggine».

FONTI

Stanford University, Stanford Institute for Human-Centered Artificial Intelligence, AI Index Report 2026.

Anthropic, “Statement on comments from Secretary of War Pete Hegseth”, 27 febbraio 2026.

OpenAI, “Our agreement with the Department of War”, 28 febbraio 2026, aggiornato 2 marzo 2026.

European Commission, AI Act – Regulatory framework for Artificial Intelligence.

European Commission, Digital Markets Act.

European Commission, Digital Services Act.

Reuters, articoli sul rapporto tra Peter Thiel, Elon Musk, Silicon Valley e politica americana.

British Journal of Sociology, studi sul rapporto tra deindustrializzazione, Rust Belt e trasformazioni politiche dell’elettorato americanon.

Andrea Venanzoni, Tecnodestra. I nuovi paradigmi del potere.

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