Più volte Radio KulturaEuropa si è occupata del tema del
condizionamento, dall’alto, di quella che un tempo veniva
definita “opinione pubblica”. Condizionamento da parte di
minoranze sedicenti “moralmente superiori”, attraverso la
stampa, la cultura (ma meglio sarebbe dire il costume o la moda
del momento), la scuola. Vige ancora un riferimento alle teorie
egemoniche di Antonio Gramsci, volte alla conquista “culturale”
della società civile, diffondendo, attraverso l’opera di intellettuali
“organici” al Partito comunista, tematiche e contenuti riferibili
alla filosofia della prassi d’estrazione marxista. Tale conquista,
ovviamente, dato il suo carattere sovrastrutturale, doveva essere
il preludio al superamento del dominio capitalistico borghese da
attuarsi per mezzo della lotta di classe da parte, appunto, del
Partito, nuovo “Principe” di machiavellica memoria.
Considerando però, in termini storici, quanto è accaduto dopo il
1945 in Italia, in Germania e non soltanto, ci sembra che questa
chiave di lettura sia inadeguata. In seguito all’otto settembre,
infatti, la nostra sventurata penisola, per usare un’espressione di
Renzo De Felice, ha perduto la propria sovranità, consegnandola
al fronte alleato antifascista, supportato, ancorché molto marginalmente
e in misura irrilevante per quanto attiene al profilo
militare, dalla quinta colonna italiana, il Cln. La difesa di quel che
rimaneva della dignità di un popolo e della sua indipendenza da
interessi stranieri, operata, in condizioni disperate, visti i rapporti
di forza, dalle strutture governative e militari repubblicane al
Nord, fu militarmente sconfitta. La logica spartitoria di Jalta, che
distrusse la fortezza europea, assegnò, infatti, l’Italia
all’anglosfera, che, dal dopoguerra governò de facto, se non de
iure, il Paese, strategicamente di estrema rilevanza vista la sua
collocazione geografica di cerniera fra l’Oriente sovietico
collettivista e comunista, e l’Occidente (Mondo libero?) a
trazione statunitense. Già durante il conflitto operarono agenzie,
fiancheggiatrici dell’opera di distruzione materiale dell’Italia,
specializzate nella guerra psicologica. Tali entità, ricordiamo, fra
le altre, la Sezione britannica di condizionamento psicologico
della popolazione (il Pwb), che doveva essere rieducata, dopo il
ventennio fascista, al verbo liberal-democratico-capitalista. Il
Pwb, avvalendosi anche dell’opera di volenterosi italiani, si
proponeva, dunque, di orientare in senso filo-atlantico i Paesi
sconfitti, in modo palese o subliminale, denigrando e
criminalizzando il loro passato, attraverso pubblicazioni, film,
controllo diretto della stampa, della scuola etc.
A titolo d’esempio, furono le forze di occupazione ad imporre alla Scuola
italiana nuovi programmi (Commissione militare interalleata) e
ad organizzare l’Agenzia Ansa (15 gennaio 1945) tuttora esistente
ed operante, la quale, come ovvio, doveva agire obbedendo ai
dettami del vincitore.
L’Italia, dunque, tornò ad essere quell’espressione geografica di
absburgica memoria, priva di autentica autonomia decisionale e
ridotta a provincia periferica dell’impero occidentale. Il “Trattato
di pace” del 1947 e l’adesione alla Nato del 1949 ratificarono
quello stato di cose. I vari governi, nelle loro diverse declinazioni,
ma sempre espressione del Cln e del cosiddetto “arco
costituzionale”, erano tenuti a mantenere inalterato lo status quo
voluto a Jalta.
Abbiamo avuto modo, sempre come KulturaEuropa, di occuparci
della drammatica stagione delle stragi e del terrorismo, stagione
che ancora oggi lascia aperti non pochi interrogativi sui soggetti
implicati, sulle motivazioni, e sul ruolo dei servizi segreti sia
legati all’anglosfera, sia all’imperialismo di matrice sovietica.
Con ogni evidenza doveva essere colpito ogni tentativo di
restaurazione di entità europee sovrane indipendenti da
Washington o da Mosca. E questo con ogni mezzo.
Tornando al tema del condizionamento psicologico, che, in fondo
è e continua ad essere un’altra forma di guerra, facciamo
rapidamente riferimento ad una corrente di pensiero, quella della
Scuola di Francoforte, e, in particolare della posizione ideologica,
esteriormente ostile al mondo liberal-capitalista, di Herbert
Marcuse, i cui testi furono un punto di riferimento per la
“contestazione” studentesca del ’68. La Teoria critica della
società, elaborata, appunto, in ambito universitario dalla citata
Scuola, si presenta come variabile attualizzata del metodo
marxista, coniugato con la psicoanalisi di S. Freud. Quello che
noi oggi definiamo come “politicamente corretto” è l’onda lunga
di quella tendenza di pensiero che ha sostanziato, anche attraverso
la destrutturazione del linguaggio e delle categorie interpretative
classiche in chiave nichilista, i movimenti giovanili libertari degli
anni Sessanta, l’antiautoritarismo, la liberazione sessuale e dei
desideri del corpo, il femminismo, l’antagonismo, fino al “woke”,
alla “cancel culture” e al pre-potere lgbtqia+. Tutto ciò implica, a
ben guardare, la deformazione del marxismo tradizionale, del suo
materialismo storico-dialettico, della prassi rivoluzionaria legata
alla lotta di classe, nella prospettiva di una “sinistra”
radicaleggiante, post-moderna, fluida, per la quale risultano
prioritari i bisogni del corpo e un edonismo utilitarista che il
vecchi Partiti comunisti avrebbero probabilmente condannato
come forme deviazionistiche piccolo-borghesi, lontane dalle
istanze rivoluzionarie del proletariato.
Peraltro, e ormai è un dato acquisito stante la desecretazione di
documenti dell’intelligence statunitense, lo stesso Marcuse fu
finanziato dai servizi segreti a stelle e strisce. E anche questo
dimostra che il movimento sessantottino, negli Stati Uniti e,
successivamente, in tutti i Paesi occidentali, lungi dall’essere una
rivoluzione anticapitalistica ed antiborghese, rafforzò il
capitalismo stesso che seppe darsi un volto esteriore diverso
rispetto a quello oppressivo delle origini. Un capitalismo
“moderno”, progressista, antiautoritario, globalizzante. Ma non
meno aggressivo e con le medesime finalità ultime rispetto al
passato.
Quindi, la realtà apparente è qualcosa di costruito, di voluto da un
“sistema di potere” che vuole soltanto perpetuare sé stesso, o
attraverso guerre materiali, o attraverso l’arma del
condizionamento psicologico e della propaganda.
A questo proposito basti pensare, ma è soltanto un esempio,
all’operazione “Blue moon”, organizzata agli inizi degli anni
Settanta dalla Cia, supportata da altri servizi d’intelligence di
Paesi dell’Europa occidentale, Italia compresa. L’operazione,
purtroppo riuscita, consisteva nell’inondare il “mercato” della
droga con quantità imponenti di eroina, uno stupefacente, come
sappiamo, che porta alla disintegrazione dell’identità individuale
con conseguenze gravi per l’intero tessuto sociale. Nel giro di
pochi anni si registrarono, soltanto in Italia, migliaia di morti
causati di quella droga. Il fine dichiarato dell’operazione era
quello di disarticolare la generazione giovanile, allontanandola da
volontà ribellistiche anti-sistema. Ma gli esempi di controllo
dall’alto e di ingegneria sociale potrebbero essere moltiplicati:
citiamo soltanto il progetto Mk Ultra e l’operazione Chaos.
Guardando al contesto odierno emerge, a nostro avviso, e in
termini d’urgenza, la necessità di porre fine ad ogni tipo di
sudditanza, a partire proprio da quella psicologica ed esistenziale.
Osservare in termini critici il passato recente, ammesso che
soltanto di passato si possa parlare, ci consente di affermare l’idea
di un Soggetto realmente sovrano, che a nostro avviso può essere
soltanto, come da anni ripetiamo, una Federazione Europea,
dotata di una Costituzione, di Leggi omogenee, di una politica
autonoma in grado di armonizzare i diversi gruppi sociali in
chiave organica, di un esercito comune.
E soltanto tale Soggetto sarà in grado di spezzare le catene che
ancora oggi rendono l’Unione europea un mero mercato comune
in balia di interessi e imperialismi ostili a quella che ci piace
definire Civiltà.
Giuseppe Scalici

