Sul finire di Agosto, in Islanda s’è tenuto un referendum popolare, indetto dal Governo del Primo Ministro Kristrún Frostadóttir (socialdemocratica), che chiedeva agli elettori dell’isola/Stato l’approvazione di un implemento negoziale del processo di adesione all’Unione Europea, della loro nazione. Percorso che ormai, per l’Islanda, ha già superato abbondantemente la decade.
Il 53% dei votanti, in tale frangente, ha chiaramente espresso il proprio diniego, verso la proposta governativa di avanzare in ulteriori tappe che avrebbero portato Reykjavík ad un’adesione definitiva all’UE. Cosa che avrebbe confermato, da una parte, il legame simbiotico che l’isola mantiene nei riguardi del Vecchio Continente, dall’altra, permettendo un rafforzamento dell’Unione Europea nello scacchiere geopolitico dell’Artico, proprio ad un anno dalle bizzarre (ma non infondate) rivendicazioni statunitensi sulla Groenlandia danese, nell’ambito della politica “muscolare” dell’attuale Presidente Trump.
Il quadro emerso dallo spoglio delle urne, ha rivelato un elettorato diviso tra la capitale Reykjavík, in cui il “SI” al processo d’integrazione vince ma non convince, e le zone costiere/rurali in cui il “NO” fonda le sue ragioni su questioni di piccolo protezionismo economico.
Nulla di nuovo sotto il sole di mezzanotte.
Durante la devastante crisi finanziaria del 2008/2011, l’Islanda scelse una strada del tutto diversa rispetto ai tradizionali salvataggi europei, dovendo affrontare una situazione di criticità sistemica bancaria diffusa. Affidandosi all’aiuto del Fondo Monetario Internazionale, facendo fallire gli istituti di credito principalmente esposti, e svalutando la valuta locale. Tuttavia, proprio in quel frangente, la forte crisi aveva spinto l’Islanda ad avviare i negoziati per entrare nell’UE, che furono inaugurati durante il 2009. Innescando però nello stesso tempo, un “tira e molla” con Bruxelles in cui l’isola/Stato, seppur con tutte le carte in regola per soddisfare i parametri di adesione, preferiva procrastinare i tempi, ponendo essa dei “paletti” all’Unione Europea, e non viceversa. Quello che si può evincere da tale comportamento non proprio lineare, è che gli islandesi, passata la paura di finire con la classica coperta corta dopo la crisi finanziaria, abbiano visto il processo di adesione all’UE più come un innocuo passatempo, che una reale prospettiva per il medio/lungo termine, sopravvalutando forse il ruolo che la loro pittoresca nazione ricopre, nel quadro dei grandi spazi della geopolitica contemporanea.
Lungi da noi, il voler criticare ed irridere un popolo sovrano, quello che ci lascia ancora una volta attoniti, è la scarsa lungimiranza di un certo tipo di approccio al XXI secolo, tanto politico quanto culturale, che si palesa nella sindrome del “nanetto da giardino”.
Se prendiamo il caso islandese con le sue venature di particolarismo spicciolo, esso appare emblematico di una certa miopia che, nelle più articolate società dell’Europa occidentale, prende forma egualmente in quel sovranismo specioso che confonde l’identità dei popoli, con questioni di retrivo conservatorismo economico da “orticello” borghese. Si predilige un limes tracciato da interessi contingenti, il cui respiro risulta cortissimo nel medio/termine. In quanto ci si focalizza su ciò che si ritiene, a torto o a ragione, più prossimo alla propria esistenza quotidiana, rispetto a visioni d’orizzonte più vaste e complesse. In questo la democrazia rappresentativa mostra tutto il suo limite; l’uomo politico, invece che essere un costruttore di grandi architetture, predilige il facile riscontro elettorale, corroborato da slogan tanto demagogici, quanto efficaci.
Cosa potrebbe nuocere all’Islanda, dal suo ingresso nell’Unione Europea?
Chi ha gioito e s’è sbracciato per il risultato elettorale dell’isola/Stato, parla di “identità” nazionale difesa dal popolo. Peccato che, coloro che hanno visitato quest’angolo remoto di Europa, parlano di una società in cui l’agenda LGBT(e poi non ricordo cos’altro) ha radici ed influenza profonde nella società.
Il fatto poi che la percentuale di voti contrari ai negoziati con l’UE si focalizzi nelle aree rurali e costiere, in cui prevale la fiorente industria ittica, è sinonimo di un arroccamento economico dal fiato corto.
L’industria ittica, infatti, è uno dei pilastri storici e strategici dell’economia islandese, mantenendo un’incidenza fondamentale non solo in termini di ricchezza prodotta, ma anche dal punto di vista geopolitico e occupazionale. L’incidenza economica in sintesi sul Prodotto Interno Lordo del settore della pesca, della lavorazione ittica e dell’acquacoltura, contribuisce direttamente a circa l’8% del PIL islandese. Tuttavia, se si calcola l’effetto indiretto dell’intero indotto, che include biotecnologie marine, logistica e tecnologie per la lavorazione, l’impatto complessivo sull’economia arriva a circa il 15% del PIL. I prodotti ittici rappresentano circa il 40% del valore totale delle merci esportate dall’Islanda, posizionandosi come una delle principali fonti di valuta estera e di stabilità economica. Il settore impiega direttamente circa il 4% della forza lavoro totale dell’isola/Stato, percentuale che sale notevolmente se si considera nuovamente l’indotto dei servizi e dello sviluppo tecnologico correlato, arrivando così a sfiorare il doppio della percentuale di partenza. Va a questo punto sottolineato che i mercati europei rimangono la destinazione principale delle merci esportate, garantendo così la stabilità occupazionale in modo indiretto.
L’importanza cruciale della pesca per la sovranità nazionale è emersa con forza quindi nel dibattito politico referendario, così da portare sostanzialmente, la popolazione islandese, a respingere in sede elettorale la riapertura dei negoziati di adesione all’Unione Europea. Il motivo principale a fondamento della maggioranza negativa, e qui risiede a nostro giudizio la miopia di fondo, sta proprio nel pretestuoso spauracchio di cedere il controllo delle proprie ricche acque territoriali, e delle relative quote di pesca, alle regole della Politica Comune della Pesca dell’UE.
Problema; l’Islanda già nel recente passato ha perseguito interessi, seppur legittimi, ma poggianti su fondamentali economici in cui le molte fragili variabili, alla fine, presentarono il conto. Ed una visione di conservatorismo dello status quo, potrebbe rivelarsi nuovamente un vantaggio nel breve/termine, ma un rischio nel medio/lungo termine. Anche perché nessuno potrà mai garantire agli islandesi che l’Europa, in futuro, non possa trovare un’alternativa interna all’importazione di prodotti ittici islandesi.
La breve riflessione conclusiva che vogliamo condividere, ruota tutta intorno ad un principio di visione politica d’Europa totalizzante, di grandi orizzonti e di grandi spazi. In cui se l’identità dei popoli potrà (e dovrà) avere un ruolo, esso sarà tanto determinante, quanto saprà comprendere ed integrare tale principio nella costruzione del proprio avvenire. Il XXI secolo si sta profilando quale agone d’imperi e d’imperialismi, di faglie di rottura, in cui gli scontri geopolitici ed economici risultano essere asimmetrici.
Per tale motivo il ritenere positivo, e gioire, del risultato elettorale islandese oggi, vuol dire non adempiere ad un buon servigio per la causa europea del prossimo futuro.
Gabriele Gruppo

