Nella Fondazione, attraverso il personaggio di Salvor Hardin, Isaac Asimov scriveva che «la violenza è l’ultimo rifugio degli incapaci»: la soluzione elementare scelta da chi non possiede intelligenza, pazienza o strumenti sufficienti per governare una situazione complessa. La stessa formula potrebbe essere applicata all’immigrazione economica: non a ogni spostamento umano, né a ogni ingresso selezionato, ma alla pretesa di risolvere qualunque problema italiano importando continuamente nuova manodopera. Quando mancano lavoratori, si aprono le quote; quando diminuiscono le nascite, si sostituisce la popolazione; quando un settore non trova personale, si cercano salariati nei Paesi più poveri. L’immigrazione diventa così l’ultimo rifugio di una classe dirigente incapace di modernizzare l’economia, aumentare la produttività, valorizzare il lavoro e affrontare la crisi demografica.
1. L’immigrazione è il rifugio di chi non vuole aumentare i salari
Quando un’impresa sostiene di non trovare lavoratori, la prima domanda dovrebbe essere: a quale salario, con quali orari e a quali condizioni? Nel dibattito italiano, invece, si parte dalla conclusione opposta. Se un posto rimane vacante, significa che mancano le persone; se mancano le persone, bisogna importarle. In questo modo viene rimosso il principale meccanismo attraverso il quale un mercato del lavoro dovrebbe correggersi: quando l’offerta di manodopera diminuisce, il prezzo del lavoro dovrebbe aumentare. Salari più elevati, contratti più stabili, orari sostenibili e migliori possibilità di carriera dovrebbero rendere nuovamente appetibili le occupazioni rifiutate. L’importazione permanente di lavoratori provenienti da economie molto più povere serve invece a impedire questo adeguamento.
Non è un caso che il decreto flussi 2026-2028 autorizzi quasi mezzo milione di ingressi per lavoro, con un peso rilevante delle occupazioni stagionali. Lo Stato non sta soltanto consentendo l’arrivo di singoli lavoratori: sta garantendo alle imprese una riserva programmata di manodopera. La formula dei «lavori che gli italiani non vogliono fare» serve allora a nascondere la realtà. Gli italiani non rifiutano per natura l’agricoltura, la logistica, il turismo, l’assistenza o l’edilizia. Rifiutano lavori pagati troppo poco rispetto al costo della vita, organizzati male e privi di prospettive. Importare persone più ricattabili significa permettere al sistema di non correggersi. È la risposta degli incapaci perché non risolve il problema del lavoro povero: gli procura nuovi lavoratori disposti a subirlo.
2. L’immigrazione è il rifugio di chi non vuole innovare
Un’impresa investe in automazione quando il lavoro manuale diventa scarso, costoso o inefficiente. Acquista macchinari, riorganizza la produzione, forma il personale e introduce nuove tecnologie perché non può continuare a produrre nello stesso modo. Se invece può accedere continuamente a una nuova offerta di lavoro economico, l’incentivo a innovare diminuisce. In molte attività diventa più conveniente aggiungere altre braccia che sostituire processi arretrati con capitale, ricerca e organizzazione. È così che l’immigrazione poco qualificata può trasformarsi da presunta soluzione economica a strumento di conservazione dell’arretratezza.
Uno studio del 2026 di Daron Acemoglu, David Autor, Keelan Beirne e Andrew Scott ha mostrato come la scarsità relativa di lavoratori giovani possa essere accompagnata dallo sviluppo di tecnologie capaci di risparmiare lavoro, da una maggiore attività brevettuale e dalla crescita di settori ad alta intensità tecnologica. Lo studio riguarda le conseguenze del calo delle nascite e non dimostra automaticamente che meno immigrazione significhi più innovazione. Dimostra però che la diminuzione della forza lavoro non comporta necessariamente il collasso annunciato dai sostenitori dei flussi: può costringere il sistema produttivo a diventare più efficiente.
L’incapace vede un campo senza braccianti e cerca altri braccianti. Chi governa lo sviluppo si domanda come raccogliere lo stesso prodotto con meno fatica, meno sfruttamento e più tecnologia. L’incapace osserva un magazzino che necessita di centinaia di facchini e importa manodopera. Chi possiede una visione industriale investe nella logistica, nella robotica e nella formazione. L’immigrazione diventa l’ultimo rifugio di chi ha rinunciato a trasformare la struttura produttiva e pretende di prolungarne indefinitamente i limiti.
3. L’immigrazione è il rifugio di chi non sa valorizzare gli italiani esclusi
L’Italia viene descritta come un Paese senza lavoratori, ma continua a essere un Paese con una partecipazione al lavoro eccezionalmente bassa. Nel 2025 il tasso di occupazione delle persone tra i 20 e i 64 anni era del 67,6 per cento, contro il 76,1 per cento dell’Unione europea. Il tasso femminile italiano era appena del 58 per cento e il divario occupazionale tra uomini e donne risultava il più ampio dell’Unione. Prima di proclamare la necessità di importare altra popolazione, bisognerebbe quindi domandarsi perché milioni di persone già presenti in Italia non riescano a entrare stabilmente nel mercato del lavoro.
Attivare questa forza lavoro interna richiede interventi costosi e politicamente impegnativi. Servono asili nido e servizi per permettere alle madri di lavorare; trasporti e abitazioni per avvicinare le persone ai luoghi produttivi; formazione per chi possiede competenze non richieste; salari sufficienti a consentire ai giovani di trasferirsi; politiche industriali nelle aree interne e nel Mezzogiorno; percorsi di reinserimento per chi ha smesso persino di cercare un’occupazione. Importare un adulto già formato e disposto ad accettare condizioni inferiori può sembrare più semplice.
È proprio questa semplicità a rendere l’immigrazione la soluzione degli incapaci. Non si affrontano le ragioni dell’inattività, della disoccupazione e dell’emigrazione giovanile: si aggirano. Una donna italiana esclusa dal lavoro per la mancanza di servizi costa investimenti pubblici; un lavoratore straniero senza famiglia presente in Italia appare immediatamente disponibile. Un giovane italiano qualificato che pretende uno stipendio adeguato viene lasciato partire; al suo posto si importa un altro lavoratore disposto ad accettare meno. Il Paese non mobilita le proprie energie: le sostituisce.
4. L’immigrazione è il rifugio di chi ha rinunciato alla politica demografica
La crisi delle nascite viene presentata come un fenomeno naturale e irreversibile, quasi meteorologico. Poiché gli italiani fanno pochi figli, ci viene spiegato, l’unica possibilità sarebbe sostituire le generazioni mancanti attraverso l’immigrazione. Anche in questo caso, però, la risposta contiene una confessione d’incapacità. Significa ammettere che lo Stato non sa più rendere possibile la formazione di una famiglia, ma sa organizzare l’ingresso di centinaia di migliaia di lavoratori; non sa ridurre la precarietà, il costo delle case e l’instabilità professionale, ma sa stabilire quote annuali per compensarne gli effetti demografici.
La natalità non si sostiene con qualche bonus temporaneo. Richiede salari, occupazione stabile, abitazioni accessibili, servizi per l’infanzia, fiscalità familiare, sicurezza sociale e soprattutto fiducia nel futuro. Sono politiche lente, complesse e costose, i cui risultati non coincidono con la durata di una legislatura. L’immigrazione, al contrario, offre numeri immediati: una quota può essere approvata in pochi mesi e presentata come risposta tecnica alla riduzione della popolazione attiva.
Ma una società non è una tabella nella quale ogni giovane che parte o non nasce può essere sostituito da una persona importata. La demografia riguarda continuità, legami, trasmissione culturale, equilibrio territoriale e possibilità di progettare il futuro. Ricorrere ai flussi senza intervenire sulle cause della denatalità significa curare contabilmente il sintomo mentre la malattia continua. L’incapace non costruisce le condizioni perché una comunità possa riprodursi: sostituisce i suoi membri e chiama questa sostituzione pragmatismo. L’immigrazione diventa così il metadone demografico di un sistema che non vuole più affrontare la propria dipendenza dal declino.
5. L’immigrazione è il rifugio di chi confonde quantità e qualità
Non ogni immigrato produce gli stessi effetti economici. Un ricercatore, un medico specializzato, un ingegnere o un tecnico dotato di competenze realmente mancanti non è equivalente a un flusso indistinto di lavoratori destinati ai segmenti meno produttivi del mercato. I Paesi capaci di utilizzare l’immigrazione come leva di sviluppo selezionano competenze, favoriscono l’ingresso di capitale umano qualificato e collegano gli arrivi a una strategia industriale. L’Italia, invece, sembra utilizzare prevalentemente l’immigrazione per alimentare settori caratterizzati da bassi salari, lavoro manuale e ridotta intensità tecnologica.
La Banca d’Italia ha rilevato che l’81 per cento degli immigrati occupati è inquadrato come operaio, contro il 49 per cento degli italiani, mentre appena il 3 per cento lavora nei servizi ad alta intensità di conoscenza. Gli immigrati risultano inoltre concentrati nelle imprese e nelle occupazioni meno remunerative. Questi dati non dimostrano che i lavoratori stranieri siano incapaci o privi di valore. Dimostrano che il sistema italiano li seleziona e li utilizza soprattutto come manodopera a basso costo.
Il vero fallimento è quindi italiano. Importiamo persone non per colmare selettivamente vuoti tecnologici, scientifici o sanitari, ma per sostenere attività che non riescono a sopravvivere pagando salari competitivi. Confondiamo l’aumento del numero degli occupati con la crescita della produttività, il volume della produzione con lo sviluppo, la presenza di più lavoratori con la modernizzazione. L’incapace misura la forza dell’economia contando quante braccia riesce a mobilitare. Una classe dirigente capace dovrebbe domandarsi quanto valore, conoscenza e tecnologia viene prodotto da ciascun lavoratore.
6. L’immigrazione è il rifugio di un sistema che non vuole cambiare
Dietro la retorica degli opposti si trova una convergenza sostanziale. La destra datoriale invoca nuovi ingressi per soddisfare le richieste delle imprese, approva decreti flussi sempre più ampi e descrive l’immigrazione come necessità produttiva. La sinistra umanitaria trasforma la stessa necessità in obbligo morale, considera i flussi inevitabili e costruisce intorno all’accoglienza una rete di cooperative, associazioni, mediatori, professionisti e organizzazioni politiche. Una parte chiede la manodopera; l’altra fornisce la giustificazione culturale, gestisce l’integrazione e tenta di trasformare progressivamente la presenza economica in appartenenza politica.
Il punto d’incontro è la conservazione. Gli imprenditori meno innovativi non devono aumentare i salari né modificare il modello produttivo. Lo Stato non deve attivare gli inattivi, sostenere seriamente la natalità o investire nelle periferie. Le cooperative non devono rinunciare a un settore cresciuto intorno alla gestione permanente dei flussi. I partiti non devono immaginare un’economia diversa. Tutti possono continuare a occupare il proprio posto purché arrivino continuamente nuove persone da inserire, assistere, rappresentare e impiegare.
È per questo che l’immigrazione è l’ultimo rifugio degli incapaci: non perché gli immigrati siano incapaci, ma perché sono utilizzati come soluzione universale da chi non sa governare. Mancano lavoratori? Immigrazione. Mancano bambini? Immigrazione. Mancano contribuenti? Immigrazione. Un settore non regge? Immigrazione. Le campagne si svuotano? Immigrazione. Le imprese non innovano? Immigrazione. Ogni problema diverso riceve la stessa risposta, come se un medico prescrivesse la stessa medicina per qualsiasi malattia.
Una nazione capace non misura il proprio futuro dalla quantità di manodopera povera che riesce a importare. Investe in ricerca, automazione, istruzione, natalità, produttività e dignità salariale. Non domanda continuamente da dove fare arrivare nuove braccia, ma come liberare l’intelligenza, l’inventiva e le energie già presenti. L’Italia non ha bisogno di più persone da collocare nei settori arretrati. Ha bisogno di meno incapacità, più coraggio politico e molte più idee.
Sergio Filacchioni

