Nel VI secolo il principe reggente del Giappone Taishi Shotoku(574-622) che spedì numerosi inviati in Cina per assorbirne la civiltà ed il buddhismo, soleva dire della civiltà giapponese che fosse come un albero: le radici sono lo Shintō, radicato nelle profondità del cuore del popolo; il tronco ed i rami sono il confucianesimo, le istituzioni e l’etica dello Stato; i fiori sono il buddhismo, che esprime il senso religioso.
Il Giappone rimane ad oggi la civiltà con continuità storica più longeva del mondo, pensare che l’attuale imperatore è l’erede diretto di una unica dinastia iniziata circa 1300 anni orsono. La sua cultura di base è altrettanto longeva, la dinastia imperiale si venne formando infatti modulando la civiltà stessa del Giappone che ad oggi è anche il paese con i più alti standard di benessere e di potenza relativi: è il paese più longevo e alfabetizzato del mondo, con uno dei migliori sistemi sanitari ed occupa economicamente l’8% del PIL mondiale nonostante abbia solo 124 milioni di abitanti e 370.000Kmq di superficie(l’Italia ne ha 301.000, la Germania 350.000). Il Giappone è anche una ragguardevole potenza militare e tecnologica, ed ha uno dei poteri di influenza culturale più forti del mondo, tra l’altro la lingua giapponese è una delle lingue più studiate al mondo per motivi di piacere, come l’italiano.
È un paese-impero-civiltà che insomma ha da dire la sua su parecchie cose, e che deve la sua forza sociale interiore all’omogeneità culturale ed all’aver saputo fondere gli aspetti shintoista, buddhista e confuciano senza che nessuno si sovrapponesse all’altro, creando così una civiltà conforme all’essere umano che per natura ha nello stesso momento il bisogno di radici identitarie mitiche che lo leghi ad una comunità e ad un territorio, un’etica sociale che mantenga le istituzioni e che sia capace di trovare un ruolo sociale all’individuo, ed un’apertura verso l’infinito e l’universo che gli permetta di entrare in contatto con le altre culture e lo apra al mondo aiutandolo ad affrontare il dolore.
Guardando all’Europa potremmo identificare nelle radici dell’albero che compone la civiltà europea la mitologia greco-romano e quella norrena; nel tronco e nei rami la filosofia, da quella greca a quella moderna, che produce l’etica laica dello Stato; e nei fiori infine la metafisica e la teologia, con la sua soluzione cristiana, una religione per rivolgerci all’esterno.
Al contrario del Giappone però, dove comunque i contrasti ci furono e vi sono ancora, in Europa non sembra che si sia ancora trovata una quadratura del cerchio per far conciliare radici, fusto e fiori, ma che ognuna di queste parti abbia sempre tentato di inglobare il resto producendo piante spurie, dal tronco storto.
Certo gli esempi di armonizzazione ben riuscita sono numerosi nel corso della storia europea, ma essi sembrano non esser mai riusciti a concretizzarsi istituzionalmente, dando continuità al loro perenne dialogo sotto una cornice di potere istituzionalizzato, basti pensare alla diatriba medioevale tra papato e impero, ancor oggi irrisolta. Naturalmente in Giappone, l’istituzione che sintetizza la coesistenza delle tre componenti dell’albero è la casata imperiale in piedi da oltre tredici secoli, pertanto si può dire che l’albero della civiltà in Giappone non solo si sia già completato ed incarnato in una istituzione, ma che questa abbia già dimostrato una tenace conservazione nel tempo.
Radici, fusto e fiori, tre istituzioni
L’Imperatore del Giappone è Figlio del Cielo, erede diretto di Amaterasu, la dea del sole, ed è pertanto il capo supremo dello Shintō, la Via degli Dei, pertanto Egli e tutta la casata imperiale debbono performare nelle più importanti cerimonie di questa religione. L’Imperatore giapponese mantiene l’identità del paese, senza intervenire nella politica quotidiana se non in rarissimi casi. Il governo e le istituzioni sono invece quelle che gestiscono la politica corrente, interna ed estera, e sono formate ad oggi da un misto tra l’etica confuciana incapsulata in un guscio di democrazia liberale, con anche influenze politiche attive di partiti d’ispirazione buddhista. Il buddhismo è infine rappresentato in gruppi religiosi liberi, ma che devono sottostare alle leggi ed alla politica dello stato, è insomma subordinato alla prevalenza come religione nazionale dello Shintō ed all’armonizzazione con la politica pubblica corrente, giocando un forte ruolo come spiritualità individuale profonda, che si riverbera anche in un certo ruolo sociale, ad esempio il rituale funerario più diffuso è senza dubbio quello buddhista, rispetto a quello shintoista.
Questo per quanto riguarda il magnifico albero della civiltà giapponese. E se provassimo a rivolgere questa metafora sulla nostra Europa? L’Imperatore potrebbe essere un Presidente dell’Europa con un mandato settennale emanato dal Parlamento europeo, che si occupi dell’identità unitaria del continente, e magari sia a capo della forza armata unitaria. Il tronco ed i rami sarebbero costituiti dal Parlamento, dal Governo e da tutto il sistema istituzionale laico, ma non laicista, da esse derivante. I fiori invece sarebbero le chiese cristiane e tutte le istituzioni religiose di riscoperta della variegata spiritualità europea antica, in osmosi con il ruolo del Presidente e che dia il La alla politica attuata dalle istituzioni.
Va da sé che per far crescere questo albero in Europa, qualsiasi forma di pensiero manicheo che tenda a distruggere una delle componenti della pianta debba essere debellata. Ovviamente i primi indiziati in questo caso sarebbero l’estremismo progressista-liberale antifascista ed il reazionarismo bottegaio piccol-sovranista che neghi qualsiasi apporto della modernità, due poli che a ben vedere formano esattamente quel principio assolutista che ci lascia in trappola, come vorrebbero i nostri avversari.
L’Europa deve smettere la sua guerra civile interiore
E tuttavia l’albero inizia dalle radici. Dal crollo dell’impero romano in poi, l’Europa ha menato una guerra contro le proprie radici antiche per tema di creare qualcosa di “diverso” e “migliore”. È nata l’idea di un progresso che debba superare il passato per andare verso un futuro che è il destino umano, ne è derivata una visione puramente lineare, progressista, della storia. Il risultato è che dalla fine dell’Impero romano, l’Europa ha conosciuto una forma di unità parziale con la cristianizzazione del continente nel Medioevo fino alla ‘Brexit’ della fondazione della chiesa anglicana nel 1534 e formale in due soli momenti di conflittualità: le guerre napoleoniche(1800-1815) e la Seconda Guerra Mondiale negli anni 1940-42, ed infine oggi con la forma di unità sbilenca della UE nata dal dominio unitario degli USA sul continente.
Un europeo non può essere solo pagano, solo cristiano o solo laico, deve essere tutti e tre insieme, con gradazioni diverse a seconda dell’inclinazione. Altrimenti non si può dire europeo, questo negarsi a vicenda manicheo è un vizio del pensiero impostoci dall’esterno ma già annidato all’interno del nostro cuore. È quello che Nietzschze denunciava come l’inevitabile termine nichilista negativo del pensiero europeo. È una volontà di potenza distorta che invece di rivolgersi verso il mondo si impantana in una guerra civile per la supremazia, autodistruggendoci. Vorremmo tutti che la nostra idea preferita d’Europa si imponesse in maniera assoluta, si realizzasse senza contraddizione alcuna, che tutti la pensassero allo stesso modo, cioè come vogliamo noi. Può darsi tuttavia che la verità non sia una ed incontrovertibile, ma che sia una composizione di diversi aspetti, solo apparentemente contraddittorii. Si tratta di apprendere la verità in quanto organismo, non come un libro stampato. Il mio piatto preferito è la pizza e la mia bevanda preferita è il vino, ma non per questo faccio colazione, pranzo e cena esclusivamente con pizza e vino, altrimenti dopo qualche tempo mi sentirei male. Sento una forte vocazione religiosa cristiana, ma non per questo penso che l’identità profonda degli italiani e degli europei debba essere cancellata, perchè altrimenti mi taglierei i piedi dalle gambe.
Penso che le istituzioni non debbano avere come obiettivo di imporre abitudini religiose e culturali rigide, sono pertanto laico nell’ambito pubblico, ma non per questo credo che la legislazione non debba essere influenzata dalla cultura del paese: non manderei in prigione qualcuno perché non vada alla messa o non partecipi al Presente, ma allo stesso tempo vorrei che questi due momenti spirituali vengano spiegati in classe a partire dalla scuola elementare. Non voglio che una persona venga discriminata per motivi di razza o religione, ma allo stesso tempo voglio preservare la mia razza e la mia religione come predominante sul territorio e nelle istituzioni.
A livello individuale ognuno di noi bisogna di momenti di calma interiore, come di momenti di chiasso comunitario, di momenti di lavoro, e di momenti di riposo, di dionisiaco e di apollineo, di inspirare ed espirare. Assolutamente un elemento non elimina la sua controparte quando questa non vive per negarla, e tutto è guidato dal principio della vita, dal Logos.
Quando inizieremo a respirare in questo modo, ed il principio della vita si sarà incarnato in una istituzione, allora potremmo dire di essere davvero europei, alberi radicati nel bosco che dà ombra e riposo, e produce fresco ossigeno, espandendosi.
Luigi Corbelli

