L’Armenia ed il Suo Futuro Appesi a Un Filo

Qualche settimana fa, si è svolta una delicata tornata elettorale in Armenia. Questa nazione, sotto molti aspetti, rappresenta l’esempio concreto di quel concetto di criticità geopolitica, che nella nostra visione dovrebbe coinvolgere l’Europa, quale protagonista diretto ed attore risolutivo, in ragione della particolare vicinanza di tali criticità ai propri interessi strategici.

La parabola armena, è la storia di un popolo che ha subito sulla propria pelle, ciò che vuol dire l’applicazione concreta del panturchismo. Gli armeni, a ridosso del primo conflitto mondiale, furono l’oggetto fisico da abbattere in quanto, secondo i progetti panturchi, rappresentavano un ostacolo alla realizzazione di quella sorta di unità geografica di tutti i popoli del Caucaso e dell’Asia centrale che, in un modo o nell’altro, potevano essere annoverati nel grande alveo etno/culturale turcofono. Il genocidio armeno è lì a testimoniare quanto, al netto di una certa fascinazione per quello che fu il multietnico e multiconfessionale Impero Ottomano, sia pericoloso e determinato nei suoi scopi il panturchismo. La distruzione dell’Armenia storica che andava ben oltre, per estensione geografica, a quello che è oggi il modesto Stato/nazione armeno, l’eliminazione sistematica di questo popolo, e la cancellazione di ogni traccia della sua civiltà, che proseguono ancora oggi nel XXI secolo, dovrebbe essere un monito fin troppo chiaro soprattutto per noi europei, che troppo spesso sottovalutiamo quella che è l’agenda geopolitica della Turchia moderna. La quale, attraverso il regno ormai più che ventennale del Presidente Recep Tayyip Erdoğan, ambisce a costruire un proprio “spazio imperiale”, che abbracci tanto le rivendicazioni del panturchismo classico, quanto quelle di una proiezione neo ottomana sui Balcani.

L’Armenia, suo malgrado, si trova pericolosamente stretta in questa morsa.

Perdendo definitivamente la regione contesa da oltre tre decenni con l’Azerbaijan, l’Artsakh (in lingua armena) o Nagorno Karabakh (in turco/azero), a seguito di una rapida offensiva militare lanciata da Baku nel 2023, che ha causato l’esodo di oltre centoventi mila armeni, le élite politiche di Yerevan si sono ritrovate con le spalle al muro. Le quali, strette tra le manovre bellicose dell’Azerbaijan, spalleggiato dalla Turchia, e l’isolamento geopolitico provocato dal voltafaccia della Russia, la quale era teoricamente garante dell’alleato caucasico, ma che de facto l’ha svenduto in cambio di accordi economici tanto con la Turchia quanto con l’Azerbaijan, hanno cercato l’appoggio dell’Unione Europea, in questo modo sperando di avere uno spazio di manovra per far sopravvivere l’Armenia stessa, come entità indipendente.

Grande interprete di questa necessità è stato il Primo Ministro Nikol Pashinyan, colui che in extremis ha evitato, un anno fa, il rischio di un nuovo pericolosissimo conflitto con l’Azerbaijan, riuscendo a stilare un trattato di pace l’8 Agosto 2025 con il Presidente azero Ilham Aliyev, attraverso la mediazione del Presidente statunitense Donald Trump.

Un accordo bilaterale criticato principalmente dai partiti di opposizione, platealmente tutti filo russi, che accusano Pashinyan di aver “tradito” l’Armenia, sotto la pressione di non meglio identificati potentati occidentali. Il problema però sta altrove, ed è insito nel posizionamento geografico dell’Armenia, che si trova schiacciata proprio tra Azerbaijan e Turchia, ed in cui il tradizionale tanto sbandierato appoggio di Mosca si è rivelato totalmente inconsistente. Un nuovo conflitto con l’Azerbaijan avrebbe significato la scomparsa totale dell’Armenia, in quanto la disparità di forze militari e finanziarie in favore degli azeri non sono né mera speculazione o complottismo.

Le elezioni di Giugno, svoltesi in un clima di contrapposizione decisamente pesante, hanno visto un’affluenza del 60% degli aventi diritto, ed un’affermazione netta del partito del Primo Ministro Pashinyan, Contratto Civile, capace di raggiunge quasi il 50% delle preferenze. Risultato che garantisce al governo in carica di proseguire nel progetto di diversificazione degli interlocutori cui l’Armenia potrebbe vantare nel futuro prossimo, a dispetto di chi, tanto all’interno della nazione, quanto dalle parti di Mosca, vorrebbe che questo popolo restasse una pedina sacrificabile ad uso e consumo della Russia.

Pashinyan ha come obiettivo, per il prossimo futuro dell’Armenia, lo status di candidata per l’adesione all’Unione Europea, pur ammettendo che il percorso è ancora tutto da stabilire, e qui si celano le maggiori incognite. Senza un supporto deciso e privo d’incertezze dell’Europa, il nuovo percorso dell’Armenia potrebbe rivelarsi al quanto difficile, se non disastroso. Non crediamo c he la Russia rinuncerà facilmente a quello che, da sempre, ritiene un suo vassallo nell’area, su cui mantiene stretti legami economici. In oltre, non c’è da dimenticare che il Presidente azero Aliyev non ha mai nascosto che per lui Yerevan (e quindi l’Armenia in toto) non è altro che un canato armeno, concesso dagli azeri per benevolenza secoli fa, e che sarebbe giunto il tempo di un suo ritorno integrale sotto il controllo dell’Azerbaijan. Chi ha orecchie per intendere… intenda!

In conclusione, le elezioni che hanno confermato la linea dell’attuale Governo non possono da sole dirimere questioni che vanno ben oltre il consenso elettorale che, seppur nella sua importanza simbolica, non può eliminare il rischio, o i rischi, che l’Armenia dovrà affrontare nel presente. Così come per la crisi in Georgia, descritta in un precedente articolo, occorre in qualità di europei dimostrare nei fatti, in concreto, il nostro supporto a questi popoli.

Gabriele Gruppo

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