Oggi il termine remigrazione sta entrando con forza nel dibattito pubblico europeo. In Francia questo dibattito ha assunto delle tonalità particolarmente interessanti, dove non si mette in dubbio che lo Stato debba in qualche modo agire sul processo migratorio, ma si discute sulla maniera in cui ciò debba essere fatto.
Da un lato il vecchio mantra laicista dell’assimilazione(assimilation), dall’altro la novità della remigrazione.
In Francia per assimilazione si intende l’acquisizione dello status di cittadino francese, aderente quindi alle leggi della République ed alla laicizzazione dei costumi, senza andare ad intaccare la cultura di base del nuovo cittadino. Questa è dunque la politica, evidentemente fallimentare per sempre più larghi strati della nuova cittadinanza, intercorsa negli ultimi cinquanta anni fino ad oggi.
La remigrazione invece, mettendo in evidenza il fallimento del sistema assimilatorio progressista, propone di diminuire il numero di allogeni presenti sul territorio, innanzitutto facendo uscire dal paese gli irregolari, per poi rifondare la politica demografica su basi identitarie, identificando cioè una cultura di base specifica per il paese, cosa che l’assimilazione laicista evita esplicitamente di fare.
Assimilazione e integrazione nell’analisi geopolitica
Nei termini dell’analisi geopolitica odierna il termine utilizzato comunemente in Francia per ‘assimilazione’ è invece indicato con la parola integrazione. Assimilazione e integrazione vengono infatti distinte nettamente:
Integrazione è l’inserimento di un individuo allogeno nel corpus sociale attraverso il conferimento dei diritti civili, ma mantenendo la propria cultura d’origine. Questo è quanto avviene nei paesi economicisti e post-storici, specie nell’Europa occidentale.
Assimilazione è invece l’ingresso dell’allogeno non solo nella società, ma all’interno del corpo comunitario della nazione di approdo, che passa dallo spoliamento delle vecchie radici culturali. Si tratta di un fenomeno essenzialmente violento, che comunque non può che avvenire nell’arco di più generazioni, anche più di due o tre, e che implica l’oblio della lingua e della cultura d’origine, se non preservandone aspetti marginali, e spesso comprende anche l’adesione alla spiritualità tradizionale della nazione di approdo.
Gli Stati Uniti sono stati fino a pochi decenni fa il paese maestro dell’assimilazione in epoca moderna, per esempio con l’internamento nei campi di prigionia di tedeschi e giapponesi tra la prima e la seconda guerra mondiale, ma anche attraverso il semplice distacco oceanico degli immigrati europei, che grazie alla lontananza dalla madrepatria, e l’impossibilità per l’epoca di farvi ritorno regolarmente, sono diventati “americani” nell’arco di poche generazioni.
Oggi un esempio lampante di politica assimilatoria è quello della Cina verso tibetani, uiguri e mongoli.
Gli stati in possesso di una grande potenza tentano di assimilare gli allogeni, quelli invece che non riescono a spendere le energie necessarie per farlo integrano, con il rischio di veder crescere nel proprio seno società parallele conseguenza della frammentazione e tribalizzazione sociale.[1]
Sotto questo punto di vista l’assimilation in stile laicista francese è in realtà una tipologia un po’ più forte di integrazione, in cui viene richiesto al nuovo cittadino di ‘laicizzarsi’, potendo così mantenere i costumi di casa propria, una contraddizione in termini che tenta di separare il privato dal pubblico, il culturale dal politico.
L’assimilazione intesa in senso geopolitico come sopra non è quindi in contrasto con la remigrazione, ma ne è anzi uno degli approdi finali.
La remigrazione è un programma complesso che parte dell’indebolimento dei flussi migratori in entrata e dall’espulsione degli irregolari, per finire con la definizione di una cultura di base nazionale, una tradizione, a cui i nuovi cittadini per essere tali, debbano attenersi, e qui entra in gioco l’assimilazione, che per non essere ncessariamente cruenta deve prevedere una diminuzione sensibile del numero di persone appartenenti ad una medesima comunità extraterritoriale, per costringere il nuovo cittadino ad assimilarsi al ceppo dominante.
L’assimilazione sarebbe dunque l’approdo finale della remigrazione, l’integrazione invece è un modello affatto differente.
Il caso di Roma
Per fissare meglio i concetti di assimilazione e integrazione possiamo esaminare l’esempio dell’antica Roma.
Come è noto, Roma è stata assai liberale nella preservazione delle religioni e culture locali dei popoli conquistati, alternandole a politiche più dure a seconda della convenienza.
All’assimilazione delle popolazioni sottomesse precorse quasi sempre un periodo di biculturalismo, attestato dalle epigrafi bilinguistiche, ad esempio nell’eclatante caso dell’Etruria.[2] Nei contesti di assimilazioni più difficoltose invece il bilinguismo rimase fino alla fine dell’impero romano d’occidente. Questo fu specialmente il caso delle provincie imperiali acquisite in età più tarda, e di tutta l’area semitica, dalle antiche aree puniche nel nord Africa alla Palestina, che non a caso, con l’arrivo dell’Islam dopo la caduta dell’Impero, furono regioni assai rapide nel delatinizzarsi. Agostino d’Ippona, grande santo cristiano, vissuto nell’età tarda dell’Impero tra il 354 ed il 430 d.C., soleva tradurre in punico e berbero le proprie prediche in latino per farsi capire dalla popolazione non colta. Attestando che quello che noi vediamo come un blocco facente capo a Roma e quindi alla lingua latina, fosse in verità nelle varie provincie a livello di popolazione indigena assai variabile nella qualità della romanizzazione, ossia di assimilazione al canone latino. È come se tra duemila anni, uno storico che studiasse superficialmente la nostra epoca ritenesse che: “parlavano tutti in inglese”.
Un altro esempio è la Grecia, che visse secoli di bilinguismo sotto Roma, ma che essendo una cultura forte, non solo non scomparì, ma rimase anzi sia a livello lingusitico che filosofico il canone di tutto l’Impero d’Oriente, continuando ad influenzare Roma fino alla sua caduta ed oltre, dovuta in parte alla diffusione in Roma di una religione orientale ibrida della cutura greco-semitica, il Cristianesimo.
Già con il circolo degli Scipioni e la loro vittoria ideologica sui tradizionalisti, rappresentati tra gli altri da Catone il Censore, al termine della terza guerra contro Cartagine e della conquista definitiva della Grecia(146 a.C.) si impose la prassi politica di adattarsi all’ellenismo(la cultura universalistica greca diffusasi in tutta l’area del Mediterraneo con l’Impero di Alessandro Magno, dalla seconda metà del IV secolo a.C.). Questo innesto nella cultura romana, che il Censore denunciava come mortifero per gli antichi mores nazionali, era visto dalla aristocrazia riunitasi intorno alla famiglia degli Scipioni come uno strumento necessario per governare un Impero che si era trovato ad espandersi rapidamente verso delle popolazioni di antichissima civiltà. Il greco era infatti in quell’epoca la lingua veicolare tra il delta del Nilo e l’Asia Minore, fino alla Magna Grecia.
Da questo punto cronologico in poi l’apertura all’universalismo e quindi ad una sempre più rapida integrazione, non assimilazione, dell’elemento straniero, ovvero non-romano e non-italico, nell’impero può essere percorsa a tappe:
– tra il 27 a.C. ed il 14 d.C. con Augusto si tenta una rivitalizzazione conservatrice della cultura, della religione e delle istituzioni repubblicane in chiave riformata. Augusto si definisce primus inter pares in un senato che tuttavia aveva ormai perso ogni potere coercitivo nei confronti del princeps. Tutta la politica narrativa del dominio augusteo fu basata su una supposta rinascita della repubblica e degli antichi mores dopo un secolo di ellenismo(universalismo) eccessivo, tanto che egli pose dopo la grave sconfitta di Teutoburgo(9 d.C.) ai posteri la linea guida di non allargare ulteriormente i confini dell’Impero, ma di stabilizzarne l’interno, già abbastanza caotico di par suo.
Tuttavia egli non potè tornare nettamente indietro, ad un supposto passato glorioso, ma potè solo tentare di assimilare ad un riformulato canone antico le popolazioni ormai saldamente legate a Roma, soprattuto quelle della provincia Italia, che da questo momento in poi fu sinonimo di Roma stessa. Italico e romano, arrivarono a significare la stessa cosa, le antiche popolazioni rivali di Roma sulla penisola erano definitivamente assimilate, ma non ancora quelle delle nuove provincie esterne alla penisola stessa.
– Claudio(nato a Lugdunum Lione nel 10 a.C., imperatore nel 41-54 d.C.) studioso delle antichità etrusche, promosse una politica aperturista rispetto all’inclusione dei cittadini non italici “assimilati” alle cariche pubbliche centrali, allargando il nesso di cittadinanza dalla penisola italica al resto delle province. La sua visione venne sintetizzata da Tacito nel seguente passo, in cui viene riformulato dallo storico un famoso discorso tenuto da Claudio a Lione(sua città natale), a dimostrazione di come l’ideologia dominante che aveva pervaso il corpo politico ed intellettuale fosse in quell’epoca direzionanta all’espansione dei diritti ai nuovi cittadini assimilati:
Annales (XI, 23-25)[3]
Maiores mei, quorum antiquissimus Clausus origine Sabina simul in citatem Romanam et in familias patriciorum adscitus est, hortnantur uti paribus consiliis in re publica capessenda, transferendo huc quod usquam egregium fuerit. Neque enim ignoro Iulios Alba, Coruncanios Camerio, Porcios Tuscolo, et ne vetera scrutemur, Etruria Lucaniaque et omni Italia in senatum accitos, postremo ipsam ad Alpes promotam, ut non modo singuli viritim, sed terrae, gentes in nomen nostrum coalescerent. Tunc solida domi quies; et adversus externa floruimus, cum Transpadani in civitatem recepti, cum specie deductarum per orbem terrae legionum additis provincialium validissimis fesso imperio subventum est. Num paenitet Balbos ex Hispania nec minus insignes viros e Gallia Narbonensi transivisse? Manent posteri eorum nec amore in hanc patriam nobis concedunt. Quid aliud exitio Lacedaemoniis et Atheniensibus fuit, quamquam armis pollerent, nisi quod victos pro alienigenis arcebant? At conditor nostri Romulus tantum sapientia valuit, ut plerosque populos eodem die hostes, dein cives habuerit. Advenae in nos regnaverunt; libertinorum filiis magistratus mandare non, ut plerique falluntur, repens, sed priori populo factitatum est. At cum Senonibus pugnavimus: scilicet Vulsci et Aequi numquam adversam nobis aciem instruxere. Capti a Gallis sumus: sed et Tuscis obsides dedimus et Samnitium iugum subiimus. Ac tamen, si cuncta bella recenseas, nullum breviore spatio quam adevrsus Gallos confectum : continua inde ac fida pax. Iam moribu artibus adfinitatibus notris mixti aurum et opes suas inferant potius quam separati habeant. Omnia, patre concripti, quae nunc vetustissima creduntur, nova fuere : plebei magistrtus post patricios, Latini post plebeios, ceterarum Italiae gentium post Latinos. Inveterascet hoc quoque, et quod hodie exemplis tuemur, inter exempla erit.
I miei maggiori, al più antico dei quali, Clauso, venuto dalla Sabina, furono conferiti insieme la cittadinanza romana e il patriziato, mi esortano ad adottare gli stessi criteri nel governare lo Stato, col far venire a Roma quanto di pregevole vi sia altrove. Non ignoro infatti che i Giulii furono chiamati da Alba, i Coruncanii da Camerio, i Porcii da Tuscolo e, per non risalire a epoche più antiche, dall’Etruria, dalla Lucania e da tutta l’Italia furono chiamati uomini al Senato romano. L’Italia stessa portò i suoi confini alle Alpi, in modo che non solo i singoli individui, ma le terre e le genti si congiunsero strettamente in nostro nome. Allora in patria fiorì pace duratura e noi toccammo il massimo della potenza nei rapporti con le altre genti, quando, accolti come cittadini i Traspadani, si poté risollevare l’indebolito Impero, assimilando i migliori elementi provinciali, col pretesto di fondare colonie militari. È il caso forse di pentirsi che dalla Spagna siano venuti i Balbi e dalla Gallia Narbonese uomini non meno famosi? Rimangono i loro discendenti che non sono a noi secondi nell’amore verso questa patria. A quale altra cagione fu da attribuirsi la rovina degli Spartani e degli Ateniesi, se non al fatto che essi, per quanto prevalessero militarmente, tenevano i vinti in conto di stranieri? Romolo, fondatore della nostra città, fu invece così saggio che ebbe a considerare parecchi popoli in uno stesso giorno prima nemici e subito dopo concittadini. Stranieri ebbero presso di noi il regno, e l’affidare a figli di liberti uffici pubblici non è, come molti falsamente credono, cosa di questi tempi, ma già era stato fatto nella precedente costituzione. È pur vero che noi combattemmo contro i Senoni, ma non si sono forse mai schierati contro di noi in campo aperto i Volsci e gli Equi? Fummo sottomessi ai Galli, ma abbiamo anche consegnato ostaggi ai Tusci e abbiamo subìto dai Sanniti l’umiliazione del giogo. Pur tuttavia, se esaminiamo tutte le guerre, vediamo che nessuna si concluse in più breve tempo che quella contro i Galli, coi quali in seguito fu pace continua e sicura. Ormai essi si sono assimilati a noi nei costumi, nelle arti, nei vincoli di sangue; ci portino anche il loro oro, piuttosto che tenerlo per sé. O padri coscritti, tutte le cose che si credono ora antichissime, furono nuove un tempo: dopo i magistrati patrizi vennero i plebei, dopo i plebei i Latini, dopo i Latini quelli degli altri popoli italici. Anche questa nostra deliberazione invecchierà, e quello che noi oggi giustifichiamo con antichi esempi, sarà un giono citato fra gli esempi.” [trad. B. Ceva]
– Nel 212 d.C. sotto il regno di Caracalla(211-217 d.C.) vi fu la promulgazione della Constitutio Antoniniana con cui la cittadinanza venne elargita a tutti gli abitanti liberi all’interno dei confini dell’Impero. Inizialmente intesa per allargare le tasse imponibili e le reclute del servizio militare, oltre ad aumentare la pressione delle popolazioni esterne per stabilirsi dentro il limes per ottenere i conseguenti diritti di cittadinanza, essendo accompagnata ad una politica religiosa estremamente tollerante, portò sempre più rapidamente all’universalismo orientaleggiante come prassi comune del pensiero romano. In questa epoca infatti vi fu anche un rapido sviluppo delle religioni orientali provenienti dall’Oriente quali il culto di Iside ed il mitraismo, che prepararono il terreno all’avvento del Cristianesimo. Famose sono le parole di Leopardi, a commento di questo fatto storico, che fa risalire l’inizio della fine dello spirito nazionale romano, all’estensione della cittadinanza da Roma a tutta l’Italia, dopo la guerra sociale(91-88 a.C.):
Zibaldone[4]
[457]Quanto sia vero che l’amore universale distruggendo l’amor patrio non gli sostituisce verun’altra passione attiva, e che quanto più l’amor di corpo guadagna in estensione, tanto perde in intensità ed efficacia, si può considerare anche da questo, che i primi sintomi della malattia mortale che distrusse la libertà e quindi la grandezza di Roma, furono contemporanei alla cittadinanza data all’Italia dopo la guerra sociale, e alla gran diffusione delle colonie spedite per la prima volta fuori d’Italia per legge di Gracco o di Druso, 30 anni circa dopo l’affare di C.Gracco, e 40 circa dopo quello di Tiberio Gracco, del quale dice Velleio, (II.3.) Hoc initium in urbe Roma civilis sanguinis, gladiorumque impunitatis fuit.col resto, dove viene a considerarlo come il principio del guasto e della decadenza di Roma. […]Le quali colonie portando con se la cittadinanza Romana, diffondevano Roma per tutta l’Italia, e poi per tutto l’impero.V.in particolare Montesquieu, […]Ainsi Rome n’étoit pas proprement une Monarchie [458]ou une République, mais la tête d’un corps formé par tous les peuples du monde…Les peuples…ne faisoient un corps que par une obéissance commune; et sans être compatriotes, ils étoient tous Romains. […]Quando tutto il mondo fu cittadino Romano, Roma non ebbe più cittadini; e quando cittadino Romano fu lo stesso che Cosmopolita, non si amò nè Roma nè il mondo: l’amor patrio di Roma divenuto cosmopolita, divenne indifferente, inattivo e nullo: e quando Roma fu lo stesso che il mondo, non fu più patria di nessuno, e i cittadini Romani, avendo per patria il mondo, non ebbero nessuna patria, e lo mostrarono col fatto.
(24.Dic.1820.)
– Di un secolo dopo l’editto di Milano(313) con cui il Cristianesimo veniva definitivamente legalizzato dall’imperatore Costantino. Egli stesso convertito alla nuova fede, in questa epoca di enormi stravolgimenti nella cultura di Roma e del suo Impero,spostò la capitale politica ad oriente a Costantinopoli nel 330, una antica città greca di nome Bisanzio(da cui la dicitura dell’Impero Romano d’Oriente come ‘impero bizantino’), questo segnò lo spostamento dell’asse imperiale dalla latinità al mondo greco-semitico, di cui il Cristianesimo era la religione ormai prevalente. Conseguenza di questi stravolgimenti fu l’editto dell’imperatore Teodosio del 380, con cui il Cristianesimo divenne religione ufficiale dell’Impero. Questo passaggio attesta il conferimento della cittadinanza non in qualità dell’appartenenza alla nazione romana, ma alla fede cristiana. Il cittadino divenne pertanto da ‘romano’ a ‘cristiano’, e ciò che rimaneva della antica idea di nazione romana svanì definitivamente, portando con sé a cascata il collasso delle istituzioni dell’Impero d’Occidente, portatosi a termine nel 476 d.C. con la deposizione dell’imperatore Romolo Augustolo.
Conclusioni
Arrivati a questo punto del ragionamento pare lecito chiedersi dal punto di vista dei concetti di assimilazione e integrazione di cui sopra se l’Impero romano fosse crollato perché, contravvenendo all’avviso di Augusto continuò ad espandere il proprio territorio senza riuscire ad assimilare ad un livello sufficiente le popolazioni ad esso soggette. Se quindi invece di assimilare la cultura greco-orientale fosse in definitiva esso stesso stato assimilato, ibridandosi, ad essa.
Per provare a rispondere a questo quesito facciamo un parallelo con l’oggi: gli Stati Uniti non riescono più ad assimilare compiutamente gli immigrati, specie latinos e asiatici, perché sono in disputa interna su cosa sia il loro canone nazionale a cui questi immigrati dovrebbero assimilarsi, lacerandosi tra un universalismo parossisticamente sradicato, il woke, ed un tentativo forse tardivo della ridefinizione del limes imperiale e del canone interno. Lacerazione che provoca quantità indefinite di ulteriori conflitti esterni, specie dal punto di vista ideologico nella sua area di egemonia prediletta, l’Europa occidentale.
Dall’altra parte la Cina, attenta al dettame di Augusto, che assimila lentamente ma inesorabilmente i popoli limitrofi al canone Han, tendendo a prioritarizzare il mantenimento della stabilità sociale ed istituzionale interna, sacrificando così però la costituzione di un afflato universalistico(qualcuno direbbe softpower) che possa funzionare da catalizzatore della sua politica estera.
Cosa fare per l’Europa quindi?
Innanzitutto convincersi che assimilare sia meglio di integrare.
Integrazione che deve essere circoscritta perlopiù alle aree di influenza esterna, e che necessita comunque di una visione universalistica della propria civiltà da calibrare attentamente, in maniera tale da non venirne assorbiti come fu per Roma, o come è oggi per gli USA.
Sul fronte interno invece, per creare una popolazione culturalmente omogenea bisognerebbe cominciare dall’assimilare gli allogeni e cacciar via i non assimilabili(remigrazione europea), codificare un canone comune da insegnare in ogni scuola del continente, promuovere il trilinguismo.
Cercando una via di equilibrio tra universalismo e chiusura, bilanciando politiche di assimilazione(interna) e di integrazione(sfera d’influenza esterna). Per tornare ad essere un modello ricercato e studiato da tutti, e vincere la sfida degli imperi. Nel concreto: mentre gli europei attuerebbero la remigrazione al proprio interno, nel bacino mediterraneo e verso la Russia proporrebbero uno schema d’integrazione imperiale basato sulla comune cultura mediterranea(eredità classica) e cristiana.
Ma naturalmente per proporre una politica assimilatoria forte sul continente(remigrazione) ed una altrettanto forte politica di influenza esterna ci dovrebbe essere un centro politico propulsore che possegga tutti i crismi della sovranità, problema per il quale rimandiamo al volume Lo Stato organico europeo del Centro Studi Kulturaeuropa uscito questo anno.
Frammente ricordiamo che questo tipo di lavoro preparatorio ad una grande politica europea può e deve iniziare dai singoli stati nazionali, fino alle singole città o località, e addirittura, questo certamente sì, a partire da ogni singolo cuore.
Luigi Corbelli
Bibliografia e sitografia di riferimento
– Centro studi Kulturaeuropa, acura di AA.VV. Lo Stato organico europeo Passaggio al bosco edizioni, 2026
– Fabbri, Dario “Perché l’Europa non può assimilare” p.39-46 in Limes. Rivista italiana di geopolitica Vol.1/2018 “Musulmani ed europei”.
– Pallottino, Massimo “Una pagina di storia etrusca e mitizzazione di un fatto storico” in Buranelli, F. A cura di La tomba François di Vulci Edizioni Quasar, Roma. 1987 pp.223-243
–ZIBALDONE, di Giacomo Leopardi – pagina 1
[1] Limes. Rivista italiana di geopolitica Vol.1/2018 “Musulmani ed europei”. Vedi soprattutto l’articolo di Dario Fabbri “Perché l’Europa non può assimilare” p.39-46
[2] Massimo Pallottino, Etruscologia
[3] Pallottino, Massimo “Una pagina di storia etrusca e mitizzazione di un fatto storico” in Buranelli, F. A cura di La tomba François di Vulci Edizioni Quasar, Roma. 1987 pp.223-243
[4] Brano tratto dalla seguente pagina ZIBALDONE, di Giacomo Leopardi – pagina 1

