RINASCITA DELL’EUROPA IMPERATIVO CATEGORICO

Diceva Kant “agisci come se la tua massima dovesse avere valore universale “. Questo imperativo rischia di essere molto problematico se vien distaccato dalle tradizioni, dalla cultura, dal bios dei popoli e, in tal senso, la modernità è piena di nefasti esempi in tal senso. Tuttavia, a nostro avviso, vi è un ottimo punto dell’imperativo kantiano, nel momento in cui questo vien calato nei suoi aspetti concreti. Se il ragionamento che si segue funziona nelle seguenti modalità, ovvero: tenuto conto della natura umana, quel che io desidero è veramente valido per tutti? Questo chiaramente dovrebbe essere il ragionamento di un corretto uomo politico, il quale, chiaramente, non può certo obbedire a un comando interiore che prescinda dal popolo su cui governa. Tuttavia lui dovrebbe agire sempre tenendo presente che se ciò che vuole per sè tutti i cittadini, o almeno il maggior numero, possano realmente adoperarlo, allora è veramente auspicabile. E questo è sempre stato in effetti la chiave del successo di molti dei grandi politici della storia europea, che per convenzione si può chiamare “capacità di sintesi”. D’altra parte, sempre secondo quanto dice Kant, l’imperativo si fonda sulla capacità razionale dell’uomo di imporsi una legge che ha riconosciuto come universalmente valida. È evidente tuttavia che nessun uomo prescinde mai dalle emozioni, dai piaceri, dai dolori, dalle esperienze vissute, dai ricordi e dagli affetti. Dove però entra in ballo la razionalità? Nel momento in cui si guarda a ciò che è in se stessi e più prossimo, per ampliare lo sguardo verso ciò che è più distante e, dopo aver collegato il tutto secondo rapporti di causalità, stabilire una legge che si è valutata la più idonea a garantire la felicità generale. D’altra parte è questa l’essenza della politica. La maggioranza degli uomini sono portati ad amare in primis se stessi e ciò che è a loro più vicino. Tuttavia per criterio di necessità non possono prescindere dagli altri e non possono nel formarsi una loro visione del tutto da ciò che dagli altri apprendono. Gli uomini più virtuosi sono quelli che osservando proprio tali fenomeni, si domandano: tenuto conto che questa è la natura, come si fa a rendere comune la felicità e a risolvere la tensione tra persona e comunità, prossimità e lontananza? Ne consegue che i politici virtuosi e illuminati non sono affatto esenti da bisogni o desideri, ma hanno la speciale abilità di trovare diletto nel ragionare sui problemi generali, nel risolvere i problemi e nel comprendere qual è la causa che può far scaturire la comune felicità? Nell’uomo più libero, quindi, si verifica una disposizione decisamente rara. Il suo riuscire nell’impresa di rendere il più possibile migliore la vita degli abitanti della sua terra coincide perfettamente con la sua realizzazione personale. La sua volontà di potenza, per dirla con Nietzsche, non è dissimile da quella altrui. Stabilito ciò, si può asserire che chiunque sia animato da un’ideologia, se con ideologia si intende un sistema teorico chiuso, in cui la parte debba dominare sul tutto, non può veramente essere politico e uomo di stato. Chiaramente ci riferiamo ai due impianti ideologici dominanti nella modernità, quello liberale e quello marxista. Un liberale, infatti, non è liberale, in quanto è convinto che la felicità umana si raggiunga con il liberalismo, ma è liberale in quanto ritiene che il liberalismo sia una scienza assoluta e infallibile, alla luce della quale vada interpretato ogni fenomeno storico e sociale. E lo stesso dicasi evidentemente del marxismo. Quando un sistema che ambisce ad essere politico mira ad annullare il molteplice, rivela che la sua volontà va nella direzione opposta a quella autenticamente universale, se universale significa, come in effetti è, ciò che si predica di molte cose differenti. Perché l’Europa risorga, ha bisogno di una nuova classe politica che abbia come suoi principi motori le seguenti consapevolezze: I capi di uno stato sono portati ad agire con virtù e sono loro a poter decretare se occorre intraprendere una guerra, o tenere la pace, in quanto sanno quali sono le condizioni materiali di un esercito, il fine da conseguire, i rischi, i benefici, etc. Il saper fare la guerra, il condurre un esercito non è una cosa da tutti, in quanto tutto quanto esiste nel potenziale e nel materiale va distinto secondo criteri di forma e di gerarchia. Il far fare a tutti le stesse cose è assolutamente insensato, in quanto lo scopo della causa formale è creare un soggetto nuovo che abbia le caratteristiche delle parti in un ordine ben definito. Se tutti fanno tutto non perde senso la creazione dell’organismo nuovo, ma permarrà il mero sopravvivere di tanti individui atomizzati. In più l’obiettivo della causa formale è la conoscenza delle parti. Se io ho tanti uomini davanti a me, ciascuno sarà più portato a svolgere al meglio un compito diverso da quello degli altri. Se il mio obiettivo è rendere il molteplice unitario, quindi creerò un unico sistema di tante parti ma ciascuna perfettamente unica in sé stessa. Ciò è il dialogo interiore con cui un vero politico dovrebbe animare il proprio cuore e la propria mente. Certamente oggi, senza qualcuno che abbia i mezzi per realizzare quanto auspichiamo tutto può sembrare impossibile, ma, prima di ogni rivoluzione, occorre fondamentalmente un atto di fede. È la natura degli uomini europei che porta a compimento il fatto che anche nei momenti di maggior buio certi tipi spirituali si riconoscano e scoprano di essere affini. Ed è l’atto di fede unita a costanza e perseveranza che porta a prevalere. Chi vince poi una battaglia instaura un sistema valoriale antico e inedito al tempo stesso, andando a fissare quei precetti che poi dovranno essere trasmessi alle future generazioni. Quindi, quanto qui è stato sinteticamente esposto ha la doppia funzione di dare degli orientamenti che ciascuno possa intendere per realizzare un futuro nuovo e poi di descrivere nel modo più preciso l’agire dei tempi che saranno più favorevoli per tutti coloro i quali fanno del risorgere dell’Europa e della sua centralità lo scopo della propria esistenza, dal momento che è questo alla fine il vero e unico imperativo categorico che davvero conta nell’epoca dei grandi mutamenti, delle scelte e delle indecisioni.

Ferdinando Viola

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