Che il ricorso allo strumento diplomatico per conseguire i propri obiettivi strategici abbia costituito una breve parentesi al termine di una campagna lunga già oltre il mese e dalle forti implicazioni interne e internazionali segnala la volontà della prosecuzione della guerra con altri mezzi, invertendo così il senso e la terminologia del von Clausewitz. Contraddicendo apertamente la ratio del cosiddetto ordine liberale anglosassone, fondato sul libero commercio e su una più o meno diffusa condizione di pace generale di carattere globale ‒ garantita in special modo dal controllo e dal libero accesso alle rotte marittime ‒ gli Stati Uniti sembrerebbero essere entrati in una nuova fase. Appare sempre più evidente, infatti, come almeno nel teatro di guerra mediorientale gli Stati Uniti, coadiuvati dal loro alleato regionale israeliano, perseguano una strategia ‒ elemento fondante e realmente insostituibile dell’analisi del von Clausewitz ‒ che prenda origine e forma dalla guerra per poi configurarsi, in un secondo momento, come punto di approdo politico – diplomatico immediatamente revocabile se ritenuta non all’altezza delle aspettative. Una simile strategia può essere perseguita solo in virtù del possesso di almeno due prerequisiti fondamentali: la schiacciante capacità tecnologico-militare e l’infinita proiezione di sé. Viene meno, in poche parole, quell’idea di guerra reale predicata dal von Clausewitz capace di adattarsi alle esigenze politiche del momento e sostituita, invece, da quella che potremmo definire come politica assoluta che necessita, per essere attuata, di una guerra assoluta.
Redazione Kulturaeuropa

