La fetta di Europa che si riunisce nell’Unione Europea non è un’entità priva di innovazione, capitale o competenze, e non ha nemmeno un problema di mancanza di idee. Nonostante tutto però, continua a perdere terreno in modo sistematico e preoccupante rispetto agli altri attori, e ciò succede perché ha un problema molto più grave: l’incapacità strutturale di trasformarsi acquisendo potere economico e geopolitico.
Due interventi recenti lo confermano brutalmente, con una chiarezza disarmante: da un lato Cecilia Bonefeld-Dahl, dall’altro Enrico Letta. La prima dei due è Direttore Generale di DIGITALEUROPE, membro dell’Industrial Forum della Commissione Europea e del Advisory Group for Emerging and Disruptive Technologies ANTO, e sulla base del report di fine 2025 ha riflettuto su quello che ormai è dichiarabile come il fallimento industriale UE. Il secondo, da sempre uno dei più grandi sostenitori dell’UE, denuncia in un’intervista a The Parliament Magazine il fallimento politico: il mercato unico resta incompiuto dopo oltre trent’anni. In modo complementare, entrambi raccontano una verità semplice e insieme quasi oscena: l’Europa produce innovazione, ma l’UE impedisce sistematicamente che diventi potenza.
La balla della mancanza di innovazione
Per molti anni il ritardo UE è stato inserito in una narrazione piagnona e castrante, secondo la quale gli Stati europei componenti l’UE avrebbero sofferto di una cronica insufficienza di creatività tecnologica: poche “big tech”, pochi “unicorni” (cioè startup ancora non quotate valutate almeno 1 miliardo di US$), svantaggio sistematico e quasi “per costituzione” rispetto a USA e Cina. È ovvio il motivo del successo di questo tipo di racconto: da una parte è una semplificazione rassicurante perché suggerisce una soluzione semplice, ossia l’aumento dei fondi per ricerca e startup; dall’altra offre un alibi consolatorio ai fatalisti alfieri della stagnazione.
Per quanto tutti i nemici d’Europa, interni ancora più che esterni, possano essere sodisfatti per questa diagnosi, essa è semplicemente sbagliata: l’Europa innova, produce ricerca avanzata, filiere industriali sofisticate, eccellenze in molti settori inclusi il manifatturiero, l’energia, la robotica, l’ingegneria spaziale, la fisica quantistica e il settore medico. Il problema attiene alle fasi successive all’innovazione, quando questa dovrebbe essere trasformata in potere economico e geopolitico globale, e invece… Le imprese nascono e crescono fino a un certo punto, oltre il quale si scontrano contro il muro dell’antieconomicità, quindi o si spostano, o vengono acquisite altrove – quando non chiudono direttamente i battenti. Non è un incidente, e nemmeno la mano insondabile del Fato: è un meccanismo strutturale dell’UE.
È strutturale perché l’Unione Europea parla continuamente di un Mercato Unico solo formale e non funzionale, e che non potrebbe comunque esistere perché ne sono stati realizzati solo gli aspetti normativi, fiscali e sanzionatori: anche ammesso che lo si voglia fare, ciò è reso impossibile da un complicato sistema di cappi al collo, ostacoli e trappole.
Il risultato è che l’Europa produce innovazione, l’UE fa ogni cosa possibile per frenarla, e la potenzialità europea finisce per essere regalata o quasi agli altri.
…ma ci sei o ci fai?
La domanda sorge spontanea, ma spesso la risposta rimane nella sfera delle intuizioni, del non detto, talvolta per opportunismo e altre per pudore. Da una parte l’UE insiste sul concetto di autonomia strategica, a dire il vero quasi sempre identificandola col fine ultimo dei salassi deindustrializzanti e senza progetto del Green Deal. Se mettiamo insieme gli effetti devastanti dell’ecologismo alla cieca con i difetti strutturali intrinsechi, non possiamo che domandarci come e quando possa mai realizzarsi questa autonomia se l’industria non può decollare o, addirittura, collassa sotto il peso di costi interni devastanti e competitività all’esterno inesistente. Dall’altra parte, l’UE fa ciò che imputava all’Italia della prima repubblica, ossia regolamenta tutto, anche ciò che non c’è o non c’è più: Data Act, AI Act, Cyber Resilience Act, Green Deal, e decine di altri pacchettini e pacchettoni normativi hanno trasformato l’Europa in una superpotenza regolatoria, con costi ed effetti a dir poco drammatici. L’onere della proliferazione legislativa scriteriata ha raggiunto i 500 miliardi di euro all’anno, con un aumento del 12% solo nell’ultimo anno rispetto alle stime già pesanti del rapporto Draghi. I costi della così detta “compliance”, cioè un mix di obblighi e divieti di matrice green e moralistica, cui è sottoposta la produzione nel territorio UE, rallentano ogni anno di più un mercato che rende l’Europa sempre meno autonoma – d’altra parte se le tue aziende chiudono o scappano, la scelta diventa fra comprare fuori dall’UE o tornare indietro di un secolo o due.
Ritenzione Freudiana?
L’Europa è una delle aree più ricche del pianeta grazie a enormi risparmi privati, ai quali non coincidono investimenti proporzionali, e ciò accade per un motivo molto semplice: non conviene. Potrebbero essere canalizzati in investimenti a vari livelli, portando altrettanta crescita, ma il rischio è considerato troppo elevato e i risparmi restano dove sono, erosi lentamente da inflazione e costi crescenti. Ciò conduce ad una amarissima e forse brutale verità: tutti questi aspetti finanziari, sociali, produttivi e scientifici, sono sotto il giogo di una mancanza di decisione – o forse proprio di capacità – politica che ormai va per i 40 anni.
Oggi, nel 2026, l’UE non ha realizzato il mercato unico – il che, vista la forma desiderata, non è detto sia un male – ma soprattutto non ha nemmeno integrato i mercati nazionali in modo efficiente e orientato alla potenza europea. Ha anzi imbiancato il sepolcro dell’integrazione europea ammantandolo di emergenze discutibili, propositi senza progetto e ideologie che speravamo fossero sepolte, tenendo insieme il tutto col pugno di ferro delle sanzioni e dei divieti.
L’Europa dell’UE è sospesa: troppo integrata giuridicamente per essere flessibile, troppo assediata dalla proliferazione giuridica ideologizzata per diventare potente. Alla radice c’è un errore strategico di sequenza: l’UE ha messo regolazione e ideologie politiche surreali d’impotenza prima della realtà e dello sviluppo, promuovendo e stabilizzando così una condizione di debolezza cronica che non sa più come superare, a meno di riformulare la stessa UE.
“eccoti seduto con le mani nei capelli che ti chiedi come mai come mai”
Invece che rafforzarsi puntando sulle eccellenze d’Europa, l’UE ha cercato una mobilitazione di retroguardia, agitando l’autonomia strategica come feticcio raggiungibile solo attraverso il quadro iper-normativo ideologizzato, elevato a dogma e divinità. Quello costruito dall’UE è un sistema progressista sofisticato, disorganico, innaturale e regolamentato oltre ogni immaginazione, dentro il quale l’Europa sta perdendo i sensi.
Le proiezioni su recessione e deindustrializzazione dicono che ci siamo quasi: ancora un triennio UE così, e il declino d’Europa entrerà in una fase idealmente irreversibile.
Non è tanto un problema di incompetenza, quanto di interessi distorti: le istituzioni UE guadagnano potere producendo regole sovrastatali, non rimuovendole; i governi nazionali guadagnano o perdono consenso in base a quanto lasciano intendere di difendere la nazione pur senza mai davvero farlo. Nella pratica, gli europei e l’economia reale pagano tutto il conto. Le carte buone – cultura, idee, scienza, manifattura – l’Europa le ha tutte, ma l’UE che le tiene in mano deve aver capito male le regole, a meno che non abbia deciso volontariamente di perdere, disintegrando l’integrazione.
Francesco Perizzolo


Ottimo. Illuminante. Da dibattere.