Bulgaria prossima Ungheria?

C’è un riflesso ormai quasi pavloviano all’interno dell’UE: ogni volta che emerge un leader – anche solo potenziale – genericamente etichettabile come fuori dagli schemi, scatta il confronto con Orbán.  Con l’elezione, a dire il vero molto recente, di Magyar in Ungheria, l’UE si ritrova a dover fare i conti con un’altra figura almeno ambigua: Rumen Radev, cioè il nuovo spauracchio agitato dagli analisti organici all’Unione.

Classe 1963, è arrivato al grado di Generale a due stelle dell’aeronautica, divenendone Comandante (2014-16). Nel mezzo, non ha solo studiato all’accademia militare di Sofia, ma anche ben due volte alla Squadron Officers School della base aeronautica Maxwell di Montgomery (Alabama).

Nel partito comunista bulgaro dal 1985 al 1990, ha proseguito dal 1990 al 2026 – formalmente da indipendente, ma nella pratica sostenuto dal partito socialista che proseguiva l’attività post-sovietica del partito comunista – fino a diventare Presidente della Repubblica dal gennaio 2017 al gennaio 2026.

Il limite per questa carica in Bulgaria è di due mandati: per questo si è dimesso a un passo dalla scadenza, forte dell’ampio consenso riscosso in entrambe le elezioni, fondando un proprio partito progressista.

Tutto ciò in un contesto di crisi profonda: la Bulgaria fino ad oggi ha sofferto una instabilità politica a dir poco cronica, marcata da continue proteste anti corruzione, e le élite tradizionalmente legate al partito comunista sono risultate sempre più delegittimate.

Il nuovo partito di Radev non sembra sorgere dopo una più o meno lunga elaborazione ideologica, ma piuttosto appare come un’entità nata per occupare la voragine generata dall’instabilità, dal ricorso costante alle elezioni anticipate, dalla sfiducia totale nei partiti tradizionali accusati di aver fondato le istituzioni bulgare sulla corruzione sistematica.

Radev appare come la figura integerrima perché proveniente dall’ambiente militare, in qualche modo esterna rispetto alla politica tradizionale, tecnicamente ritenuta in grado di “sistemare le cose” rompendo col passato.

…e qui bisogna iniziare a riflettere, perché per l’UE la questione riguarda l’eventuale affidabilità o meno di Radev, mentre per l’elettorato bulgaro ad importare è solo la funzione di rottura.

In comune con Orbán sembra avere l’anno di nascita, la capacità di costruire consenso intercettando il malcontento proponendosi come “l’uomo forte solo al comando”, e soprattutto il rapporto con la Russia, malcelato sotto una patina di ambiguità. Il CV di Radev ci racconta di un esemplare figlio della transizione fra pre e post-Guerra Fredda, e ciò dovrebbe bastare a farci tenere alta la guardia, anche considerando l’ampio accesso bulgaro sul Mar Nero.

A proposito di quest’ultimo punto, bisogna sgombrare il campo da un equivoco nato soprattutto dalla retorica “Orbán = estrema destra”: applicare categorie binarie per comprendere gli eventi è di per sé poco intelligente, ma pensare di applicare meccanicamente all’ex blocco sovietico categorie ad esso in genere estranee come quello di “destra radicale” è ancora peggio. In entrambi i casi, sia per Orbán che per Radev – ma in fin dei conti anche per Magyar – si può parlare al massimo di anticomunismo, e nel caso di Radev c’è anche più di qualche dubbio.

Fra l’altro mentre Orbán è il prodotto di un progetto politico durato di fatto decenni, Radev fino ad ora rappresenta un elemento molto più fluido: sia soggettivamente che politicamente è meno strutturato, meno definibile, e la sua efficacia è più reattiva che strategica o ideologica. Tenere in conto la sua carriera e i suoi studi militari potrebbe rivelarsi utile.

La sensazione di ambiguità nasce soprattutto dal suo oscillare fra posizioni diversissime fra loro: è ufficialmente europeista ma critica praticamente ogni aspetto dell’UE (e questo può anche starci, viste le derive prese dalla Commissione Europea), è prudente sulla guerra in Ucraina ma ha rapporti poco chiari con la Russia, è l’uomo forte e integerrimo ma di fatto da presidente la Bulgaria ha continuato ad essere quella di sempre. Non sembra una figura debole, ma nella pratica di forza non se n’è vista: a differenza di Orbán, che sembrava amare il conflitto, Radev sembra evitarlo o almeno cercare di non renderlo mai frontale. Come strategia di sopravvivenza in un contesto fragile può essere ottimale, ma nella pratica cosa farà in caso di vittoria? Se fosse, Radev andrà confrontato più con Magyar che con Orbán, perché entrambi appaiono come insorgenze fisiologiche di sistemi politici esausti e sotto pressione.

Gli ambiti che daranno al resto d’Europa veri spunti di riflessione potranno solo essere quelli cruciali, ossia il posizionamento rispetto alla Russia e i rapporti verticali con élite ed elettorato. Per ora il confronto con Orbán accennato dagli analisti UE non ha alcun senso, ed è in generale prematuro qualsiasi tipo di paragone.

I media internazionali descrivono apertamente Radev come un Kremlin-friendly: avversa il supporto militare all’Ucraina, critica le sanzioni e spinge per aprire alla Russia su energia e dialogo strategico, e ha già ottenuto il plauso di Mosca per questi suoi posizionamenti.

Sorge il sospetto che l’Europa cerchi nuovi Orbán per dare una lettura pubblica di ciò che non riesce più a governare: mentre va a caccia di fantasmi dall’aspetto familiare e riconoscibile, tralascia il fatto che la realtà non sta più imitando modelli noti perché ne fa sorgere altri dal collasso di quelli esistenti.

Francesco Perizzolo

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