Il “manifesto” di Palantir ha in realtà un titolo, ed è The Technological Republic. Non è una scelta evocativa o estetica, ma ideologica e assolutamente non neutrale. Fissa in 22 punti un cambio di paradigma, nel quale non è l’ordine politico a usare la tecnologia, ma la tecnologia a strutturarlo.
Da strumento per attuare i fini della politica, la tecnologia diventa la struttura entro e attraverso cui si può ottenere, detenere ed esercitare il potere.
Ciò comporta un cambio di paradigma importante per la democrazia – o forse ne descrive l’essere già in corso, anche se non ancora pienamente realizzato: il limite tecnologico diventa il perimetro entro cui si possono o non possono attuare le scelte politiche, e il superamento di questi vincoli equivale a nuove porzioni di potere. Questo implica un ovvio spostamento sia dei margini decisionali che partecipativi, perché trasla molto del potere reale nelle mani di chi produce e sviluppa la tecnologia.
Questa transizione da epistemologia a tecnologia può anche essere considerata, almeno parzialmente, come una sorta di evoluzione figlia dei tempi, ma la questione ha risvolti più profondi perché non significa “tecnici al governo”: significa dipendenza dello Stato da aziende private, e non è di poco conto giacché qui si intende un’esternalizzazione di infrastrutture critiche, di legittimazione e gestione del potere reale.
Possiamo considerarla una ibridazione fra Stato e multinazionali? Forse sì, ma molto sbilanciata verso le seconde.
La Cina sembra aver integrato questa ibridazione in modo diverso: i grandi gruppi sono scaturiti programmaticamente dallo Stato e, pur consentendo margini di guadagni personali abnormi alle figure manageriali, esso mantiene un controllo piuttosto forte che più volte in questi anni non ha esitato ad esercitare.
Ciò non significa che la Cina sia un esempio in qualche modo “virtuoso” e positivo che dobbiamo accettare, anzi; tuttavia dobbiamo capire cosa ci sta dicendo davvero il manifesto di Palantir: se gli Stati “occidentali” non diventano “repubbliche tecnologiche”, sono destinati a perdere contro sistemi più strutturalmente integrati come quello cinese.
Accettare questa “Technological Republic” significa slegare la legittimità dal consenso, dalla competenza, dalla capacità, e consegnare il potere e il suo esercizio di sistema a chi sa costruire il sistema stesso. La questione non è banale, perché chi di volta in volta conquista il potere in virtù del saper costruire/innovare il sistema, sottoporrà a questo primato anche la società stessa – e ciò forse significa la fine dello Stato contrattuale come lo abbiamo conosciuto fino ad oggi, ma in una direzione ben diversa da quella auspicata.
Se è questa impostazione algoritmica a dettare modi, opzioni e tempi, almeno una certa quota di intervento umano diventerebbe di semplice ratifica e attuazione di ciò che mostrano come più efficiente i calcoli, e ciò include anche gli scenari di conflitto, che siano o no di natura bellica.
Tralasciando qui ogni giudizio, il manifesto fa sorgere una prima e fondamentale domanda: se il potere è totalmente interno, subordinato e sottoposto alla tecnica, è ancora possibile parlare di res publica, Stato e Nazione?
Più che una teoria, The Technological Republic somiglia molto ad una dichiarazione dottrinale ben fondata nella realtà: l’inevitabilità dell’AI militare agente secondo rapporti di dipendenza economica, lo spostamento della deterrenza verso gli algoritmi, l’esternalizzazione da parte dello Stato, il quale acquista da aziende private strumenti che, di fatto, ne erodono l’autonomia fino alla delegittimazione… sono tutte cose cui almeno parzialmente stiamo già assistendo.
La riflessione, forse inevitabile, riguarda chi costruisce, chi controlla e chi utilizza questa “tecnologia” fondante il potere, ed è una riflessione che dovrebbe fare soprattutto chi a questi processi non prende parte alcuna: il cambio di paradigma sembra aver spostato almeno parzialmente il meccanismo decisionale dalla sfera politica all’architettura stessa del sistema, cioè una porzione sempre maggiore delle decisioni è motivata dal design sistemico perché si preservi e incrementi, perché ciò è direttamente e proporzionalmente legato al potere. Ciò è da valutare soprattutto in relazione all’inevitabilità secondo Palantir della militarizzazione dell’AI.
Questa riflessione deve comunque partire dall’accettazione del fatto che Palantir non sia il “male assoluto”, ma solo una delle aziende che si muovono nello stesso ecosistema. Essa spicca semplicemente perché rispetto ad altre compagnie ha una propensione alla comunicazione verso l’esterno. La portata di questi ventidue punti ha una dimensione più generale dell’attività della singola azienda, e per certi versi il fatto che questo manifesto sia stato scritto e pubblicato ci offre uno spunto per una presa di coscienza che non arriverà mai troppo presto: evitare le semplificazioni in stile “lo vuole il mercato”, così come le riduzioni a “Male vs Bene”, ci porterà inevitabilmente a renderci conto che a detenere il potere reale sono sempre le stesse entità che fino ad oggi hanno gestito il groviglio speculativo della finanza. Cambiati maschera e cappello, sotto e dietro si cela sempre lo stesso golem informe e caotico, fatto di un numero indefinibile di attori più o meno emersi, più o meno noti, spesso ancora del tutto inconoscibili.
Alcuni aspetti del manifesto sono realistici: la competizione tecnologica è reale, gli avversari non rallenteranno, la guerra sta cambiando, quindi serve accelerare riducendo il pluralismo e militarizzando. L’aspetto critico non è nel merito, ma riguarda chi deterrebbe il potere. Chi, gli Stati? Le aziende? Delle entità sovrastatali, o più probabilmente sovra-aziendali? Da decisione politica, la guerra diventa infrastruttura, in un contesto nel quale le infrastrutture coincidono col potere e lo contengono.
Se progettare il sistema equivale a decidere, la sovranità diventa una proprietà trasferibile potenzialmente a chiunque, e se così fosse, parlare di Stato, rappresentanza, giustizia, o anche solo semplicemente di politica equivarrebbe a pura illusione.
La prossima linea di conflitto potrebbe diventare fra chi compete per costruire e ricostruire senza sosta il sistema, e chi finirebbe rinchiuso in esso col ruolo di potenzialmente indesiderabile secondo criteri fino ad ora mai visti.
Francesco Perizzolo

