Nelle ultime due settimane le menti più brillanti del mondo green europeo si stanno godendo un’opportunità unica, offerta di rimbalzo dal conflitto in Iran: poter strepitare “ve l’avevamo detto”.
Alberto Alemanno, docente di Diritto dell’Unione Europea alla HEC Paris Business School, ha ad esempio stabilito che la Commissione Europea non è più credibile: esorta gli europei a ridurre i consumi energetici dopo mesi trascorsi a mitigare le misure più che stringenti del Green Deal UE. Alemanno sostiene che ciò si traduca in uno smantellamento normativo strutturale, facendo tornare strategiche le energie rinnovabili, e tutto ciò per cosa? “Solo” per aiutare i settori in difficoltà nella competizione con cinesi e americani.
Ana Maria Jaller-Makarewicz, analista senior nel settore energetico presso l’Istituto per l’Economia Energetica e l’Analisi Finanziaria, ricorda che all’indomani dell’invasione russa in Ucraina, gli Stati Membri UE avevano due opzioni: la prima era ridurre drasticamente il consumo di combustibili fossili in generale, quindi non solo quelli provenienti dalla Russia; la seconda invece consisteva nel cambiare le fonti di approvvigionamento di gas, mollando Mosca e aumentare le importazioni da altri luoghi, in particolare dagli USA. I governi europei hanno ignorato la prima opzione in favore della seconda, e ora con questi prezzi… D’altra parte, rincara l’analista, “all’Europa va costantemente ricordato il rischio legato all’importazione di gas ed energia” – non imparano mai questi europei nemici dell’ambiente.
Conferma scuotendo la testa Neil Makaroff, direttore del think tank sul clima Strategic Perspectives: “Era già chiaro nel 2022 che essere più resilienti significava ridurre le importazioni di petrolio e gas… ma dopo la crisi siamo ripartiti come prima” anche grazie al fatto che si sono fermati i contributi governativi ad auto elettriche e pompe di calore.
Insomma: ce l’avevano detto, la soluzione era lì, ad un passo ma noi abbiamo voluto fare di testa nostra.
Peccato che questa narrazione, secondo la quale se l’Europa avesse accelerato sulla transizione green, oggi sarebbe più sicura, più autonoma e meno esposta agli shock geopolitici, soffra di alcuni piccoli problemi.
È vero che la dipendenza, energetica o altra che sia, è un problema strutturale, ma è altrettanto vero che la transizione del Green Deal UE è stata costruita su un presupposto fragile: sostituire un sistema prima di avere davvero pronto quello nuovo.
Le tecnologie rinnovabili esistono, certo, ma non sono ancora in grado di sostenere da sole un sistema industriale avanzato. Mancano accumuli su larga scala, reti adeguate, capacità di backup, e manca soprattutto una base infrastrutturale che renda politici degli obiettivi che fino ad ora sono solo ideologici e miopi – nella migliore delle ipotesi, per non pensare male.
A fronte di ciò, nel frattempo l’UE ha ghermito l’Europa in una morsa fatta di compressione normativa, messe al bando tecniche e continui esborsi fuori scala, col risultato che i paesi europei membri dell’UE non sono più solo dipendenti dai combustibili fossili, ma adesso sono anche impoveriti laddove non siano già stati registrati fallimenti su fallimenti, e tutto ciò prima di avere alternative valide e autonome – ed è subito deindustrializzazione.
Quando Alemanno parla di “settori in difficoltà”, si scorda che anche se si è evitato di parlare di deindustrializzazione, ora siamo già nella fase in cui tentiamo di reindustrializzare – ciò annaspiamo per salvare il salvabile. Chiunque vorrebbe decarbonizzare, ma tocca constatare che per ora l’industria si sta decarbonizzando fermandosi – in effetti comunque la fabbrica più ecologica in assoluto è quella spenta.
Quindi chi dice “ve l’avevamo detto” a chi? Cari green, vi è stato detto ogni minuto che senza una transizione graduale, industrialmente ed economicamente sostenibile e, soprattutto, tecnologicamente matura, il rischio concretissimo a breve termine era la deindustrializzazione.
Negli ultimi anni l’UE ha visto crescere i costi energetici, orami totalmente sottoposti a speculazione, perdere capacità produttiva, aumentare la dipendenza da fornitori esterni. È come minimo poco sincero accusare le crisi geopolitiche o la Commissione Europea o chiunque altri all’infuori di voi, perché se non ci fosse stato imposto un modello di transizione totalmente scollegato nei tempi e nei modi rispetto al realtà, forse oggi avremmo ancora qualche riserva sia economica che di autonomia produttiva. Invece avete diviso il mondo fra i buoni, ovviamente voi, e il male assoluto – tutti gli altri – strepitando che chiunque si fosse opposto al Green Deal UE voleva la morte del pianeta.
Morte a proposito della quale consigliamo un aggiornamento, dato che Larry Fink (CEO di BlackRock) ha spiegato che l’esperimento woke in senso lato è fallito, e ora si va oltre. In effetti è dagli anni ’60 del secolo scorso che gli ambientalisti ci spiegano che abbiamo ancora dieci anni prima della fine del pianeta, e nel frattempo siamo nel 2026: inventatevene un’altra per favore, o magari lasciateci sviluppare in pace delle alternative vere, reali, possibili.
Perché la vera alternativa non è tra fossili e rinnovabili, ma tra ideologie distruttive e transizione strategica.
Francesco Perizzolo

