Il Contesto
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, intervenendo ieri (9 Aprile ’26) al Senato durante il question time, ha dichiarato che i segnali di rallentamento della crescita italiana sono in grandissima parte riconducibili a fattori esogeni: il governo si appresta a rivedere le previsioni macroeconomiche nella stessa direzione seguita dai principali organismi internazionali, ha detto, e il riferimento chiarissimo è alla guerra in Medio Oriente.
Prima della nuova crisi energetica c’erano segnali di miglioramento, in larga parte tanto limitati da essere quasi irrilevanti, mentre ora è inevitabile una revisione al ribasso delle stime di PIL per il 2026 – se andrà bene, probabilmente sarà sullo 0,4-0,5%, e questo spiega già da sé cosa sia reputato “successo” in questo particolare momento storico dove è il segno meno a dominare.
La posizione è comunque di buon senso: la guerra (non la geopolitica, non il “diritto internazionale”, ma la guerra con le speculazioni ad essa legate) sta dettando le agende, non le scelte interne del governo – quindi chi gestisce la guerra, secondo la propria agenda, gestisce di riflesso le agende e le finanze altrui.
Il Petrolio
La volatilità del petrolio nelle ultime 48 ore è stata da manuale di economia. Mercoledì 8 aprile l’annuncio di una tregua temporanea (due settimane, con possibile riapertura parziale dello Stretto di Hormuz) ha fatto crollare il Brent del 13-14% in poche ore, portando il prezzo sotto i 95US$. Le borse europee e Wall Street hanno temporaneamente goduto di un discreto rally: Piazza Affari +3,7%, Dow Jones oltre +1.300 punti.
Poi, nel giro di una manciata di ore, Israele ha bersagliato Beirut, l’Iran ha di nuovo messo il lucchetto a Hormuz (ammesso che l’abbia mai tolto) et voilà: giovedì WTI sopra i 100US$ e Brent tornato a 99/100.
Al 10 di aprile, si sono assestati sui 97-99US$.
Cosa (non) è Successo?
Innanzitutto possiamo affermare che non c’è stato alcun crollo: prima della guerra il petrolio viaggiava sui 60/70US$ al barile, poi schizzati a oltre 110, mentre mercoledì 8 Aprile sono scesi a 96 per poche ore per poi tornare subito oltre i 100. Se la si volesse chiamare “altalena” sarebbe già quasi troppo.
In secondo luogo non è successo ciò che hanno profetizzato alcuni complottisti social più o meno autorevoli: il crollo che non è stato un crollo partiva da prezzi altissimi, è approdato a prezzi non molto più bassi, e nel giro di poche ore è tornato al punto di partenza, e ciò riduce al minimo (vicino allo zero) l’ipotesi di speculazione con guadagni a X cifre.
Certo, l’ipotesi è classicamente suggestiva, anche se ormai un po’ scontata, tuttavia è soprattutto debole – debolissima, anzi: per comprare a poco e rivendere a tantissimo ci vuole un contesto diverso e una volatilità meno estrema, perché lo speculatore agisce sul rischio, non sull’orlo del suicidio. Qualcuno avrà pur rischiato mercoledì mattina riuscendo a incassare, e ciò è inevitabile, ma il rischio era talmente abnorme da andare oltre l’accettabilità per trader algoritmici e hedge fund – e poi una bolla speculativa è un’altra cosa, e infatti non ve ne è notizia. Quella di mercoledì è stata un’occasione di speculazione pura con posizioni rischiosissime, basata su un annuncio politico fragile e in cui nessun normodotato riponeva alcuna fiducia.
Se si vuole cercare dove sia andato il guadagno, è facile anche se non soddisfa profeti e complottisti: gli USA stanno vendendo il 30% in più del petrolio rispetto al solito.
“Solo il 20%”
L’Asia è materialmente la più colpita, e su questo non si discute, tuttavia il petrolio è un bene omogeneo e globalmente sottoposto a indici di borsa: anche se fisicamente i barili bloccati a Hormuz sono all’80% diretti in Asia, il mercato globale si reindicizza e tutti pagano di più.
Certamente esistono alternative (USA, Arabia Saudita attraverso bypass, riserve strategiche IEA) ma sono limitate e costose nel breve termine.
È anche e soprattutto per questo che nel 2026 l’IEA ha già coordinato rilasci record di scorte, ossia per tentare di mitigare lo shock.
Una chiusura prolungata, e si intende con ciò un periodo superiore a qualche settimana, trasforma lo shock da prezzo a shock da disponibilità, con rischi di approvvigionamento effettivo certamente maggiori per l’Asia, ma inflazione energetica diffusa a livello planetario.
Dire che è coinvolto “solo il 20%” sottintendendo che ci sia una sorta di narrazione funzionalmente deformata per condizionare l’Europa è fuorviante, e può solo essere basato sull’ignoranza della materia, oppure serve dialetticamente ad altri scopi che forse sono troppo di nicchia o di bassa lega.
L’Asia rischia carenze fisiche dirette e pesanti, mentre l’Europa, già piagata dalle speculazioni di borsa ad Amsterdam e dai deliri green che l’hanno sprofondata nella deindustrializzazione più turpe, viene ulteriormente bombardata da prezzi fuori scala, con effetti francamente insostenibili su inflazione, crescita e bilanci – e torniamo a Giorgetti, allo shock esogeno e alle revisioni al ribasso del PIL.
…e allora i benzinai??
Lunedì scorso, intanto, in molte zone d’Italia i benzinai hanno chiuso o esposto il cartello “tutto esaurito”.
Non è una crisi nazionale di scorte, ma un effetto combinato di intensificazione degli spostamenti, paura dell’escalation e corsa al pieno.
Sui social non sono mancati i soliti luminari: non ci sarebbe alcuna emergenza, il crollo avrebbe abbassato i prezzi il giorno dopo la corsa a riempire i serbatoi, e insomma chiunque abbia fatto un giro al benzinaio è un cretino.
…e poi c’è la realtà che arriva in faccia come un tir contromano: il crollo non era un crollo, è durato poche ore, giovedì il greggio era già di nuovo sopra i 100, e soprattutto i prezzi alla pompa non sono mai cambiati perché non seguono in tempo reale le quotazioni internazionali.
Proprio qui sta il nodo più osceno della filiera: i prezzi al distributore aumentano spesso prima che arrivi fisicamente il carburante pagato a prezzo più alto. Ciò avviene per il principio del replacement cost: quando il greggio sale, il carico successivo costerà di più e le società adeguano subito i listini per tutelare i margini. Di più: mentre il rialzo è quasi immediato (1-2 giorni), il ribasso ha tempi sproporzionatamente più lunghi (fino a 2-4 settimane).
Nonostante il prezzo sia sceso per qualche ora, l’effetto del calo di una sola giornata non si è minimamente trasferito al dettaglio. Fra l’altro l’eventuale ribasso sarebbe durato… quanto? 12 ore?
Non c’è una connessione meccanica e istantanea tra materia prima e prezzo alla pompa: c’è una complessa, e in parte irrazionale, congiuntura di aspettative, gestione del rischio e soprattutto di asimmetria – e quest’ultima da anni viene denunciata senza effetti, perché la trasmissione avviene direttamente dal mercato.
Ma che bel mondo di merda che vi siete costruiti
Lo shock esogeno non è solo italiano ma globale, complica le già miserabili previsioni di crescita, rende più difficile il ritorno del deficit sotto le soglie auspicate, e costringe i governi alla prudenza di bilancio.
Il taglio delle accise, prorogato fino al 1 Maggio per mitigare i rincari, è solo un tentativo a tempo di controbilanciare gli effetti della dipendenza dalle rotte per Hormuz.
Chi ha fatto il pieno per precauzione lunedì non è stato imbecille: ha semplicemente cercato di proteggersi come può per un tempo limitato in un contesto di crisi.
La vera lezione di queste ore è un’altra: in un’economia globale, così esposta proprio perché globale, chi riesce a imporre e gestire una crisi tiene in scacco tutti.
Francesco Perizzolo

