Una reale concezione organica dello Stato non può prescindere dal principio “Il tutto è condizione della parte”. Tale postulato, però, è bene ricordare, è un principio fondamentale della geometria euclidea, che Aristotele poi utilizza per spiegare la fisionomia della polis comprendente famiglie e villaggi. È fondamentale richiamare ciò alla memoria per chi si ispira ad una visione tradizionale e al contempo dinamica e attuale. Per noi che siamo ispirati dal Mito dell’Europa e che ambiamo al fatto che essa diventi nuovamente partecipe e protagonista della Storia, la costruzione di un’Europa come non l’abbiamo mai vista significa superamento totale di ogni retorica progressista e materialista ma anche di ogni approccio conservatore che nei fatti si rivela non meno nocivo. Tale attitudine si traduce spesso nei seguenti slogan: “lo stato europeo non è mai esistito” “L’Europa è troppo divisa e diversa al suo interno”. La storia per sua essenza è un continuo dinamismo, un progressivo passaggio da Potenza ad Atto. Se va rifiutata ogni utopia e ogni idea di linearità che porta inevitabilmente al meglio, non bisogna nemmeno dimenticare che quanto succede all’interno del tempo e dello spazio è sempre la realizzazione di qualcosa che possibile era già prima di venire alla luce. La sfida, infatti, di noi europei deve essere precisamente il ritorno a quel desiderio di scoprire l’Eterno per portarlo nella realtà concreta. Quel che conta è sapere che un reale progresso è sempre relativo ad una sfida, e mai una legge assoluta e astratta, ed è perennemente integrazione e superamento del precedente, non annullamento. Noi incarniamo una visione inconciliabile e incompatibile con quello che comunemente viene definito mondo progressista non perché amiamo l’immobilismo, ma perché siamo dell’avviso che progresso non sia distruzione, nichilismo e negazione del precedente. Al contempo, però, non possiamo che rifiutare chiunque reagisca a ciò con un approccio che resta sempre nella stretta logica del prima e del dopo e veda nel glorioso passato europeo non un terreno fertile cui attingere per innovare, divenire e costruire, ma un recinto sicuro da “difendere” in modo sterile. Perché quanto ciò asseriamo sia chiaro, ricorriamo qui ad uno dei massimi esempi in ambito letterario, religioso e civile, Dante Alighieri, la cui opera “De Monarchia ” si rivela particolarmente attuale per lo scenario contemporaneo. Riprendendo il ragionamento sillogistico tipicamente aristotelico, Dante, ancor prima di addentrarsi nella famosa questione del suo tempo circa i ruoli del potere spirituale e di quello temporale, asserisce che l’Impero è necessario al bene e alla salvezza del genere umano, come unico garante di Pace. Il Sommo partiva dal presupposto che come l’uomo si sviluppa nell’intelletto quando può vivere in pace, e siccome l’uomo non è esso stesso un tutto, ma una parte di qualcosa di un genere ben più ampio, come una città garantisce pace e prosperità tra villaggi, come un regno la garantisce tra le città, così è necessaria una Monarchia universale, ovvero un Impero, che tenga uniti regni diversi. Tuttavia, e qui è bene essere estremamente precisi, per evitare qualsiasi strumentalizzazione, quel che Dante intendeva con universalità non coincide affatto con ciò che odiernamente si intende. Fondamentalmente per Dante impero universale significava unità del mondo allora conosciuto, comprendente tutta l’Europa, l’Asia Minore e il Nord Africa. E, a proposito, di tutto e di parti, il perché di questo, si comprende bene osservando anche la conformazione generale dell’Orbe terracqueo. L’Europa è il centro tra Est e Ovest. E il mondo romano tra Nord e Sud. Organicità quindi non era affatto qualcosa di teorico, ma un che di assolutamente concreto. Avere pace e stabilità significa esercitare autorità e potere militare su un territorio che sia armonicamente rapportato rispetto al Centro. Quel che è stato il grande motore di tutta la storia, ovvero l’eredità romana e germanica è un fatto assolutamente naturale, dettato dalla possibilità di essere in linea mediana rispetto al Nord e rispetto al Mediterraneo. Chiunque parli di posizione strategica dell’Italia nel Mediterraneo, non può prescindere dal suo sviluppo in primis pienamente europeo, come fra l’altro tutta la storia dimostra. L’Italia è quel ponte che da modo all’Europa di avere un ruolo strategico nel Mar Mediterraneo. E il fatto che oggi il mondo sia in totale caos con l’Europa stretta a tenaglia tra Ovest ed Est non è casuale. Tutto è simbolico, compresa la geografia. Se essere virtuosi significa essere centrati e radicati al tempo stesso, senza cedere a nessuna visione orizzontalmente estremistica e omologante, cosa che precisamente rappresentano i modelli politici e culturali occidentali e orientali, non si può che vedere nell’Europa, oltre che per tenuta interiore e rispetto di ciò che si è, il naturale approdo. Questo certo non implica annullamento di ciò che ci ha preceduto. Chiunque creda che unità europea significhi tornare a stadi prenazionali o chiunque ancora si faccia fascinare da modelli decentralizzati è totalmente fuori dal tempo. Una sana unità vuol dire che L’Europa deve occuparsi di tutto ciò che riguarda noi europei nell’integrità generale della politica estera militare ed economica, lasciando autonomia a tutto ciò che non necessita di centralismo, secondo il principio di Unità nelle differenze. Questo può implicare ovviamente, anzi, il nostro auspicio è che ciò avvenga nel lungo termine, anche recupero di territori e identità locali, nonché superamento di quanto di più deteriore abbia provocato negli ultimi secoli l’impostazione liberale, illuminista e giacobina dello stato, purché si tenga presente che non si può far finta che questi avvenimenti mai si siano verificati. Tutto quel che succede influenza le generazioni presenti e future. Quel che si può fare è correggere le storture avendo un sano senso della realtà e avendo presente prima quel che è più necessario e fondamentale. Per vivere oggi e perché la nostra civiltà sopravviva, perché si trovi un modello sociale realmente alternativo a quello ora in vigore, l’unità europea è il primo passo. Per tornare poi al discorso che operava Dante, mutatis, mutandis, l’analogia è incredibile a proposito di tradizione e innovazione. Egli usa un argomento aristotelico, eppure all’epoca di Aristotele il massimo politico che i greci concepivano era la polis. Ai tempi di Dante molto era mutato, tanta acqua era passata sotto i ponti, compresa la conversione dell’intera Europa al Cattolicesimo. Ciononostante, l’intero ragionamento aristotelico continuava ad avere valore e i nuovi assetti politici non avevano annullato quelli precedenti, dalla polis alla famiglia. Se davvero si vuole essere fieri della propria civiltà e autenticamente rispettosi dei propri antenati, invece che concentrarsi sui fatti avvenuti, li si prenda come esempio nello Spirito. L’Europa unita non c’è mai stata, esattamente come prima di Alessandro Magno non vi era mai Stato l’idea di regno, Prima di Roma l’idea di Impero e prima di Dante l’idea di Impero che trovasse armonia tra potere spirituale e temporale. Quel che conta non è se i fatti siano accaduti ma se possano accadere e se l’atteggiamento rispetto a ciò che ci ha preceduto sia di sano e continuo sviluppo coerente rispetto ad eterni valori oppure mera negatività distruttiva, che evidentemente non può essere sconfitta da chi immagina di cristalizzare il tempo e crearsi un giardino idilliaco di confortante alienazione.
Ferdinando Viola


Molto interessante. Mi riporta agli studi Filosofici. Grazie!!!