Il 6 Febbraio è apparso sul Sole 24 Ore un articolo intitolato Stellantis, 22,2 miliardi di oneri per cambio strategia sull’elettrico.
Gli oneri oggetto del titolo rappresentano il costo riferito al 2025 per il riposizionamento verso l’elettrico. L’articolo sintetizza a proposito che la nuova strategia ha portato, infatti, alla cancellazione di modelli e programmi che non hanno prospettive di redditività. L’obiettivo – spiega Stellantis – è soddisfare le preferenze dei clienti e sostenere una crescita profittevole. I risultati finanziari preliminari per il secondo semestre 2025 evidenziano un miglioramento dei ricavi netti e del free cash flow industriale. A causa della perdita netta 2025 non saranno distribuiti dividendi […] A trainare la crescita è il Nord America, dove le consegne sono aumentate del 43%, in crescita anche Sud America, Medio Oriente e Africa, Cina e India e Asia-Pacifico.
Occorre fare il punto, però: quando l’articolo parla di riposizionamento sull’elettrico, suggerisce un’immagine netta, orienta il lettore a credere che la svolta tecnologica sia compiuta. La realtà industriale è tuttavia molto diversa, perché nel territorio UE la gran parte dei modelli è mild hybrid (in alcuni segmenti full hybrid, ma il concetto rimane lo stesso) ossia auto a combustione interna con un sistema elettrico a supporto che non diventa mai trazione elettrica autonoma dal motore tradizionale.
Il vero aspetto hybrid è giuridico, non tecnico: si abbassano di poco le emissioni di ciascun modello e quindi, per somma, quelle dell’intera produzione; nel breve periodo si rispettano gli obiettivi fissati dall’Unione Europea; per il consumatore si configurano alcuni sgravi fiscali (ad esempio sul bollo) e libertà di accesso in contesti urbani (pensiamo alle aree B e C di Milano).
È fuorviante la dichiarazione circa la soddisfazione delle preferenze dei clienti, e non si intravede alcun cambio di paradigma tecnologico: le aziende del settore automobilistico con i motori ibridi hanno potuto mantenere i progetti esistenti, pur con qualche modifica, senza dover davvero cestinare una tecnologia in favore di un’altra; evitati dunque gli investimenti necessari ad un vero passaggio all’elettrico, che somiglierebbero molto ad un salto in un buco nero, hanno la possibilità di perdere meno clienti possibili nei segmenti medi, contenendo anche le perdite.
La grande richiesta non riguarda motori elettrici ma motori ibridi, che sono sostanzialmente un modo di allungare la vita dei motori a combustione interna all’interno di un quadro normativo fortemente ideologizzato e moralistico che li vorrebbe morti ben prima della nascita di un’alternativa. Sono anche in calo le vendite dirette, in favore di formule di finanziamento/noleggio su base triennale, con la possibilità di restituzione del veicolo a fine contratto: anche in questo caso si tratta di uno stratagemma per spingere un po’ più in là il momento davvero critico, nella speranza di qualche colpo di coda politico nella normazione dell’Unione Europea.
Già, l’Unione Europea, che ha dichiarato guerra ideologica senza quartiere ai motori tradizionali, scontrandosi contro la realtà in meno di un lustro: senza alternative valide, uno dei settori più importanti d’Europa collassa. L’accettazione dei motori ibridi somiglia molto ad un prendere tempo sempre più funesto: l’UE accetta questa situazione di mezzo nell’attesa che vengano sviluppati motori elettrici che offrano prestazioni simili ai motori tradizionali; l’automotive aspetta che l’UE faccia i conti con la realtà, e intanto se ne va.
Già, perché l’altro punto fondamentale e altrettanto fuorviante di questo articolo – come di tutta la narrazione green, del resto – è quello economico: la grande richiesta da parte dei consumatori non esiste, la scelta è obbligata dato che ormai quasi tutti i modelli sono ibridi, e in ogni caso i mercati di riferimento si sono spostati in Nord e Sud America, Medio Oriente, Africa, Cina, India e Asia-Pacifico. Dov’è finito il mercato UE? Sta facendo la fine del settore chimico, del settore delle materie prime e di tutti gli altri aggrediti dall’alleanza dem-green, ossia in una parola: deindustrializzazione.
Termine quasi proibito, che è stato saltato a piedi pari dalla Commissione Europea: essa prima ha dato alle proprie politiche il titolo sovrano dell’efficienza; poi si è data la corona moralistica per le politiche “giuste” imponendo il dogma green; infine, di fronte agli effetti delle proprie politiche (inefficienza burocratica, ingiustizia sociale, smantellamento e deindustrializzazione di interi settori) ha preferito optare per dei “pacchetti mirati” (come quello sull’acciaio) con i quali tranquillizzare gli Stati Membri circa la volontà di reindustrializzare con incentivi sempre troppo scarsi.
Insomma bisogna reindustrializzare, ma meglio evitare di parlare della deindustrializzazione, altrimenti qualcuno dovrebbe recitare la parte del cattivo di turno – o quantomeno assumersi delle responsabilità.
Francesco Perizzolo

