È ormai da qualche anno che le forze progressiste cercano di rinnegare la propria precedente posizione specista ed umanista sull’ambiente, parlando di transizione ecologica, un disperato tentativo di rimediare ai terribili danni che il capitalismo liberale ha causato all’ambiente dalla rivoluzione industriale in poi, molto spesso con proposte che non vanno oltre il cambiare leggermente le abitudini di produzione.
Nonostante questi maldestri tentativi, la realtà è che il pianeta si riscalda, le risorse si esauriscono, le foreste bruciano. Forse il problema non è quanta vernice verde possiamo mettere sul capitale, ma il presupposto che l’ambiente possa essere salvato senza mettere in discussione l’ordine sociale, economico e culturale esistente.
La crisi climatica non si risolverà (solo) con pannelli solari e incentivi fiscali, ma soprattutto con una revisione radicale dei valori moderni: crescita illimitata, individualismo senza freni, fede cieca nel progresso tecnologico, in favore di reale gerarchia, disciplina e limiti.
L’ambientalismo dominante parla di “servizi ecosistemici”, di “compensazione delle emissioni”: un lessico che continua a ridurre la natura a strumento per l’uomo. L’ecologia reale deve partire da un’altra premessa: la natura non è negoziabile, è un ordine che precede quello umano, una legge più antica di qualsiasi costituzione.
In questa prospettiva, la distruzione di una foresta non è semplicemente un “costo ambientale”, ma un atto di insubordinazione metafisica. Il pianeta non è una miniera da ottimizzare, ma il sacro tempio dei nostri dei e dei nostri antenati, l’ordine di cui noi esseri umani facciamo parte al pari degli animali e delle piante.
Da quando le conseguenze della crisi climatica sono diventate troppo evidenti per essere nascoste l’intera retorica intorno alla risoluzione (promossa dalle stesse forze economiche che hanno causato il problema) si è concentrata sulla responsabilità individuale. Fatti meno docce, guida una macchina meno inquinante, ricicla la plastica. Tutte cose che non danneggiano minimamente le grandi multinazionali (al massimo le compagnie nazionali più piccole che verranno distrutte ed assorbite) né risolvono il grosso del problema.
Ogni programma politico continua ad essere basato sulla solita promessa: crescere, consumare, produrre di più, alimentare sempre di più il consumo di prodotto edonistico. Noi diciamo l’opposto: non serve cercare di trovare modi più ecologici di portare avanti la dittatura consumista, ma distruggerne le premesse, abbandonare l’idea borghese della vita comoda ed eccessiva in favore dell’accettazione della scarsità, del vivere più nei limiti del necessario, pensare all’ambiente della propria nazione come parte della propria comunità di destino: dall’io passare al noi.
Per questo serve anche un ambientalismo del luogo. Non si può salvare solo il pianeta in astratto: si salvano boschi, fiumi, campagne, città. E si salvano insieme alle comunità che li abitano, umane o meno.
L’omologazione culturale e la globalizzazione spingono verso un mondo di territori indistinti e stili di vita standardizzati. L’ecologia profonda, invece, richiede diversità: paesaggi, culture, tradizioni agricole che si adattano ai loro ecosistemi. In questa visione, anche la difesa un dialetto, una festa rurale o una tecnica di coltivazione tradizionale rientrano tra gli atti ecologici, poiché difendono lo stesso principio.
In un’epoca che confonde libertà con consumo e progresso con espansione, ripensare l’ecologia in chiave di gerarchia, disciplina e radicamento può sembrare radicale. Ma nel fitto della nostra età oscura solo la radicalità può salvarci, la fanatica fede in un futuro in cui la sopravvivenza del pianeta non è garantita dal mercato, ma da una civiltà che ha imparato a dire di no.
Stefano

