Oggi ricorre l’anniversario dell’assassinio (15 aprile 1944) del filosofo, e presidente dell’Accademia d’Italia, Giovanni Gentile.
Fu uno dei maggiori pensatori del Novecento: il suo Attualismo rappresentò un fondamentale punto di riferimento a livello europeo, non soltanto nazionale.
Grazie alla sua opera di amplissimo respiro, in campo culturale e scolastico, l’Italia seppe uscire dagli angusti confini per assumere una portata universale. Gentile seppe volare alto: nei drammatici momenti dell’estate del 1943 chiamò l’intera nazione italiana all’unità d’intenti contro le forze del tradimento e del disonore, proponendo una lotta comune, al di là di ogni visione di parte, nel nome della storia patria, della dignità e della tutela delle migliori tradizioni di un popolo che stava per uscire dalla Storia.
Non esitò, dopo l’8 settembre a schierarsi con la Repubblica Sociale che, in condizioni proibitive, dato lo strapotere materiale del nemico e dei suoi complici, tentò di rifondare l’Italia intorno ad un’idea forza che guardava, nonostante tutto, al futuro, e di difendere quel che rimaneva della sovranità nazionale, dalla barbara aggressione dei nemici d’Europa.
Gentile venne vigliaccamente ucciso a Firenze da una banda di gappisti, bassa manovalanza al soldo del servizio segreto britannico. E fu tradito, insieme alla sua memoria, da “intellettuali” e “accademici”, che a lui tutto dovevano.
Ci piace ricordarlo pensando alla sua opera per la Scuola e l’Educazione nazionale. Opera che mirava alla formazione interiore dell’allievo, unito al docente nell’atto educativo, atto spirituale per eccellenza, non meccanica e asettica trasmissione di nozioni o di astratti contenuti. Il filosofo così si rivolgeva agli insegnanti di Trieste, nel 1919:
«Educare significa agire sull’animo altrui, e però non abbandonarlo a sé stesso: destarvi un interesse che da sé non sentirebbe, volgerlo ad una mèta, di cui con le sole sue forze non scorgerebbe tutto il valore; spingerlo per una via che da solo non avrebbe lena a percorrere, e insomma dargli un po’ di noi, farne un carattere, una mente, una volontà, che sia pure la nostra creatura. E l’anima dell’educatore ondeggia fra il desiderio e lo zelo di curare e guidare lo svolgimento diritto rapido e sicuro dell’educando, e il timore di soffocare germi fecondi, di contristare con la sua opera presuntuosa la vita spontanea dello spirito nel suo slancio personale, di imporre all’individuo una veste non sua, una cappa plumbea, mortifera.»
Giuseppe Scalici


Anche se non avesse aderito alla Repubblica Sociale Italiana sarebbe stato coerente con il suo “Attualismo”.