La fiaccola dell’Europa arde ancora.

Vi sono morti che pesano e contano più di eserciti di vivi.
Il 19 gennaio 1969 si spegneva, letteralmente, la vita del giovane Jan Palach. Tre giorni prima si era dato fuoco, immolandosi per lanciare una denuncia universale contro l’invasione russa della sua terra. Anche allora Mosca aveva inscenato una “operazione speciale”. Non aveva nulla, essa diceva, contro il popolo cecoslovacco (che poi sarebbero il popolo ceco e il popolo slovacco) ma contro un governo che definiva venduto all’Occidente. Si trattava di un governo pur sempre comunista che nella sua svolta di cosiddetto “socialismo dal volto umano” godeva del sostegno popolare. Ma si trattava, evidentemente di un popolo ingannato dai “nazisti della Cia”. “Jan Palach è arso sul braciere di Jalta”. Con questo striscione la gioventù nazionalrivoluzionaria sfilò per le strade di Roma.
Jan Palach ebbe anche il merito di portare la contaddizione all’interno dell’intero movimento sessantottino, in buona parte ostaggio di quadri comunisti e filo-russi.
E mise in luce la viltà occidentale e l’inutilità della stessa Nato, che non aveva motivazioni per intervenire direttamente ma che, se davvero avesse voluto proteggerci dai russi, che era la ragione per cui era stata costituita, avrebbe potuto almeno sostenere una guerriglia patriottica.

Redazione Kulturaeuropa

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