“Se ci sono delle brutte stronze, le butteremo fuori”: la frase pronunciata da Brigitte Macron ridendo, per incoraggiare dietro le quinte delle Folies Bergères l’amico attore Ary Abittan che le confidava di aver “paura” di entrare in scena, sta creando una bufera di polemiche in Francia.
Il video, che ha fatto in poche ore il giro del web, risale a domenica sera, quando la première dame, accompagnata dalla figlia, era andata ad incoraggiare a teatro Ary Abittan, che la sera prima era stato interrotto durante la performance da quattro militanti del collettivo femminista #noustoutes. Le attiviste lo accusano di aver violentato una ragazza 4 anni fa, anche se il processo nei suoi confronti si è concluso con un non luogo a procedere.
Le dichiarazioni della première dame, sono state lette erroneamente ,come un attacco al movimento femminista, tanto che in seguito, il collettivo femminista lanciava l’hashtag #salesconnes – con la scritta su fondo nero – piovevano le reazioni: “Anch’io sono una brutta stronza. E sto con tutte le altre”, ha scritto su Instagram l’attrice Judith Godrèche, che accusa i registi Benoît Jacquot e Jacques Doillon de averla violentata. Le parole di Brigitte Macron sono state “del tutto fuori posto e volgari” per la segretaria del principale sindacato, CFDT, Marylise Léon.
“Una première dame non dovrebbe dire queste cose”, ha denunciato la leader degli ecologisti, Marine Tondelier. Manon Aubry, de La France Insoumise, ha aggiunto “è ora che la coppia Macron se ne vada”. Per l’ex presidente François Hollande, “anche se si può criticare la forma, quando si tratta di donne che lottano contro le violenze commesse contro altre donne, non si parla in quel modo”.
Ma l assurdità della vicenda, che nessuno evidenzia è un altra. Se ci si indigna per le dichiarazioni di Brigitte, nessuna indignazione per chi chiama stupratore, una persona innocente.
Quattro anni fa, nell’ottobre 2021, una donna di 23 anni ha accusato Ary Abittan di averla violentata. Più specificamente, ha accusato il comico di averla costretta a compiere atti sessuali non consensuali durante una festa nella sua casa di Parigi, dopo che i due si frequentavano da diverse settimane. La giovane donna ha sporto denuncia e Ary Abittan è stato arrestato prima di essere formalmente incriminato per stupro . Il comico ha immediatamente negato le accuse.
Quasi due anni dopo l’inchiesta, i giudici istruttori hanno archiviato le accuse contro Ary Abittan, prima che il tribunale archiviasse definitivamente il caso nell’aprile 2024. La procura di Parigi e i giudici hanno stabilito che non vi erano prove sufficienti per processare il comico. L’avvocato dell’attore ha immediatamente presentato ricorso, ma il 30 gennaio 2025 la Corte d’Appello di Parigi ha confermato l’archiviazione.
Ciò viene sottolineato, dall’ avvocato dell’ attore, Caroline Toby: “la giustizia ha ritenuto che sono innocente, dopo un’istruttoria durate oltre 3 anni e numerose indagini, perizie, commissioni rogatorie, interrogatori e confronti”. Per l’avvocato, “i 7 magistrati che hanno deciso su questo caso sono stati unanimi sulla sua innocenza. Il caso è chiuso e non c’è alcun motivo che Abittan si ritrovi in questa situazione”.
Nonostante questo, la visione dei movimenti femministi, supera lo stato di diritto e il ridicolo. Difatti alcuni movimenti femministi, sottolineano che non c’è mai stato un processo: né un’assoluzione né un’archiviazione. Secondo loro, l’archiviazione non prova la sua innocenza; indica semplicemente che le prove sono state ritenute insufficienti per processarlo.
Insomma, l’ assenza di prove minime concrete, dopo 3 anni di indagine, per aprire un procedimento giudiziario, non viene visto come l evidenza che il fatto non sia accaduto.
Questo ennesimo caso, ci ricorda che la deriva pericolosa del percepito, della parola della donna come unica prova e che quindi spetta poi all’ uomo provare la sua innocenza (in sfregio allo stato di diritto) è un pericoloso sentiero, da chi non accetta la giustizia dello stato di diritto, come molti movimenti femministi, che probabilmente preferirebbero la “giustizia” dei tribunali del popolo.
Matteo Cantù

