Dioniso e Apollo

Il delicato rapporto tra dionisiaco e apollineo, l’equilibrio di queste forze cosmiche, vale per l’arte esattamente quanto vale per l’etica. Nietzsche aveva ben intuito che nel mondo greco queste due forze da sempre in conflitto, quando trovarono, in virtù di quello che fu l’autentico miracolo ellenico, una perfetta coincidentia, produssero un fenomeno artistico unico, la tragedia. Solo dopo essersi confrontati con il dionisiaco, solo dopo aver annullato la propria individualità nell’ebbrezza profonda della natura, nella sua vastità e nelle sue forme anche caotiche e contraddittorie, si riesce ad ergersi come artisti, si riesce quindi a dare forma e contenuto, a ricondurre le cose al giusto ordine, a dare senso compiuto alla tragicità e all’ebbrezza del vivere. E con altrettanta genialità Nietzsche aveva compreso qual era stata la causa della decadenza della tragedia e poi di tutta la civiltà ellenica, ovvero la perdita del dionisiaco. Euripide, inserendo nella tragedia sempre di più gli elementi razionalistici, aveva degradato gli eroi ad uomini comuni e aveva annullato il dionisiaco, senza il quale nessuna arte compiuta è veramente realizzabile. È emblematico il fatto che lo stesso Euripide si fosse reso conto di quanto grave dovesse essere la perdita del dionisiaco, se si tiene conto dell’ultima tragedia da lui realizzata “le Baccanti. La trama della tragedia ruota attorno alla volontà di Penteo, re di Tebe, di negare la natura divina di Dioniso. Allorché Dioniso, per dimostrare la propria natura divina, instilla nelle donne tebane l’amore per i suoi culti e, in seguito a ciò, le donne di Tebe diventano Baccanti, ovvero coloro che celebrano i riti di Dioniso. Penteo, però, continua ad ostinarsi a negare la natura di Dioniso, per cui decide di incatenarlo. Questo atto provoca un effetto peggiore di quello voluto. Le Baccanti, indotte da Dioniso alla follia, si trascinano in uno stato tale da compiere le azioni più prodigiose, far sgorgare vino e miele dalle rocce, e, con una ferocia inaudita, si dedicano al saccheggio dei villaggi e al rapimento dei bambini. Penteo, per spiarle si traveste da donna e si inserisce nelle celebrazioni. Queste lo riconoscono e lo uccidono, facendolo a pezzi; tra quelle che più inveiscono su di lui c’è sua madre, che nemmeno si rende conto del fatto di stare uccidendo suo figlio. Qual è il senso profondo che questa tragedia ci trasmette? Reprimere il dionisiaco, invece che dedicargli i dovuti tributi, culti ed onori è un atto di hybris a tutti gli effetti, in quanto è il risultato di un’idea superba dell’uomo, che si traduce nella negazione di un principio metafisico assoluto. La negazione del dionisiaco è la malattia più profonda dell’era moderna, perché direttamente correlata alla bizzarria di umani mediocri che, anche quando non negano la divinità, non la conoscono realmente e di essa si costruiscono simulacri a propria immagine. La forza luminosa dell’apollineo è tale proprio perché è l’ordine di una vastità di possibilità che vanno conosciute nella loro pienezza e queste sono rappresentate da Dioniso, il quale, essendo secondo il mito, il frutto dell’unione tra Zeus e una donna mortale, ha proprio il compito di dare all’uomo quella forza sovrumana che gli consenta di accedere alla perfezione dell’apollineo. Chi nega, quindi, il dionisiaco, non è nemmeno apollineo, è bensì un innamorato delle forme e delle immagini riflesse di Apollo, che ben lungi dal rappresentare la vera realtà dell’Essere. A ciò si aggiunga che chi rifiuta il dionisiaco, lo fa per viltà, per paura, dato che è molto più consolatorio rifugiarsi in un moralismo astratto e formalmente perfetto, in cui tutto sembra facile a dirsi e spiegarsi. Ma agire così significa essere preda di una morale da schiavi. L’eroe apollineo è colui che invece riesce proprio nell’ardua impresa di mettere ordine nel vasto universo dionisiaco e l’azione veramente etica ha valore solo perché rappresenta quella volontà di potenza che consente ai grandi di non farsi travolgere dalle potenzialità infinite della divinità e della natura, bensì di godere della loro bellezza. Senza Dioniso non esistono la gioia e i canti; non esiste quella forza primordiale che consente ai grandi uomini di annullare se stessi, morendo in battaglia per la difesa della propria terra e per il raggiungimento di un fine superiore. Senza Dioniso la patria diventa una mera struttura mentale, un costrutto astratto, e la conoscenza intima delle forze della natura che sono insite nell’uomo in un unico continuo di manifestazioni non si realizza. Senza Dioniso, non si comprende più qual è il fine delle leggi e dell’ordine, come ogni giorno di più ci dimostra il mondo malato in cui ci troviamo a vivere. Per quanto possa sembrare strano da dire secondo le apparenze, questo mondo non soffre perché l’istinto viene esaltato, bensì per il fatto che di questo non si comprenda la reale portata. Tutte le sovversioni che sembrano un elogio dell’assenza di razionalità, in verità, sono il frutto di un razionalismo esasperato. Il fatto che poi per paradosso questo si traduca in un’incapacità totale di formulare ragionamenti logici che abbiano un fondamento è la diretta conseguenza di una razionalità che ha perduto il suo reale fine, ovvero mettere ordine dopo aver guardato al dionisiaco. Le degenerazioni di oggi sono il frutto esatto di chi ha preteso di ingabbiare tutto in schemi preimpostati. Siccome la ragione umana così impostata non può contenere che ben pochi aspetti del reale, il risultato non poteva che essere la negazione di ogni principio etico sano, da sostituirsi semplicemente con un nuovo schema razionalistico, quello del moralismo borghese. Spesso si dice che il mondo lgbt rappresenta la negazione dei valori della famiglia, il che è vero, ma non nel senso in cui volgarmente si crede. Le c.d “famiglie arcobaleno”, a cosa ambiscono? A vedersi riconosciuto lo status di famiglia borghese all’americana degli anni ’50, che molti, dimostrando un’ignoranza mostruosa, credono sia una famiglia tradizionale. La prima e vera negazione della famiglia, in verità, è proprio quel modello borghese, in cui già albergava la perdita del significato reale di padre, di madre, di uomo e di donna, di clan e di stirpe. Le richieste lgbt non sono che l’effetto paradossale di un fenomeno che già di per sé era falsato, castrato e limitante. Ma la conoscenza reale dell’uomo e della donna, quindi delle regole che devono guidare la comunità nel complesso, sono proprie di quelle civiltà che hanno della vita un senso pieno e profondo, che non può esistere se si pretende di limitare tutto alla forza della ragione. Non vi è una ragione che dimostra il perché amiamo la nostra terra, il perché ci commuova una certa musica, il perché della guerra, della conquista, il perché i grandi uomini abbiano un’irrefrenabile voglia di essere capi e guide. Queste forze sono come un tutt’uno energico, dinamico e in continuo moto, che può essere ordinato solo da chi ha il coraggio di immergersi, comprendendo anche i parossismi e le degenerazioni che possono derivare da un fenomeno che non si sa ben controllare. Un atteggiamento razionalistico, moralistico e dualistico non può che portare ad un’esplosione di fenomeni deleteri o alla morte definitiva degli uomini e della civiltà e alla conseguente trasformazioni degli uomini in bestie. La bestia è preda degli istinti, perché è incapace di controllarli. E un uomo che rinuncia alla conoscenza delle potenzialità dell’istinto, alla capacità di esaltarlo o controllarlo sulla base delle modalità, dell’opportunità, del tempo e del fine, si condanna ad una vita bestiale e incapacitante. Il moralismo moderno oggi si traduce sempre in forme repressive. Che si tratti della repressione della forza e della violenza maschile, che non va negata, ma bensì portata nelle giuste direzioni, che si tratti della censura del linguaggio, il discorso non muta, ciò che conta è la mentalità di fondo. Il deviato che partecipa al gay pride e la donna islamica con il burqa, per quanto sembrino agli antipodi, sono, in realtà, due facce della stessa medaglia, non per caso prodotti di un medesimo archetipo deviato che qui non nominiamo. Entrambi non sanno avere un equilibrato rapporto con il proprio animo e con il proprio spirito ed entrambi pretendono di insabbiare la vita in un rigido schema. In un caso si assiste alla repressione dell’eros e della femminilità, nell’altro alla volgarizzazione di questo e alla sua devirilizzazione, con conseguente repressione di chi non lo accetta, sempre sulla base moralistica del non sentirsi offesi e dell’egualitarismo tipico di chi è talmente vile da aver paura delle parole e da aver bisogno di uno schema che giustifichi ogni aspetto della vita. Molti sostengono che l’omoerotismo fosse praticato nelle civiltà antiche, senza rendersi conto che però a nessun greco e a nessun romano servisse rendere tali rapporti accettati come quelli tra uomo e donna, proprio perché è proprio dei grandi uomini, comprese le potenzialità dell’Infinito, sapere ordinare tutto, senza dover rinunciare a nulla, in quanto gli uomini centrati e dall’etica sovrumana non sono schiavi delle emozioni. Per un romano il rapporto uomo-donna aveva una precisa natura e una precisa funzione, non sovrapponibile a quella di altri rapporti, e nulla, purché inserito nel giusto ordine minacciava l’armonia del cosmo. Chi ha bisogno dell’approvazione altrui, chi teme la natura femminile, a tal punto da dover reprimere la bellezza e le gioie del vivere, in quanto incapace di governarle, è uno schiavo. Il suo morbo è la quintessenza della sifilide dell’animo, che è il moralismo egualitario e democratico. Quanto fin qui abbiamo esposto è la vera causa della decadenza che l’Europa si trova a vivere. E non è un caso che Nietzsche avesse ben chiaro tutto ciò, se, come filosofo, ciò che aveva voluto scardinare era proprio il verbo della pletora illuministica, cancro della civiltà, da cui poi diramano le metastasi con cui ogni giorno bisogna fare i conti. Ma chi si concentra solo su una metastasi oppure anche su tutte, senza guardare la causa scatenante, il cancro vero e proprio, con la tipica retorica di tutti gli anti, è destinato a vivere da schiavo proprio come quelli che pretende di combattere. Quindi, chi veramente oggi vuole ergersi come uomo differenziato, deve proprio far suo l’insegnamento di sana indifferenza rispetto alle sirene che provengono dalla plebe, imparando a riconnettersi ai principi che veramente hanno valore. Quel che dalle masse proviene è semplicemente una rogna, una pustola, un’imitazione sbiadita e contraffatte dell’Essere e dell’Infinito. Non ha senso negare un’imitazione, ha senso combatterla ponendosi al di là del bene e del male, ovvero imitando le divinità nella loro perfezione e potenza assoluta.

Ferdinando Viola

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