A trentacinque anni dalla caduta del Muro di Berlino, riflessioni per la rinascita europea

Il 9 novembre del 1989 cosa rappresenta oggi? Quel glorioso giorno di trentacinque anni fa, in cui i fratelli dell’Est cantavano vittoriosi e gloriosi sulle macerie dell’orrore che l’URSS aveva inflitto nel corso dei decenni precedenti, perché non si è trasformato in quella che doveva essere la sua naturale prosecuzione, ovvero la rivincita della sconfitta del 1945? Per una serie di ragioni: da una parte i comunisti d’Occidente, i quali, come se non avessero alcuna responsabilità, si riciclarono abilmente, continuando a stravolgere la storia e a mantenere intatto il dogma di esser loro dalla parte giusta. I frutti marci sono ben ravvisabili dall’etichetta che continua ancora oggi ad essere adoperata, ovvero quella dell’antifascismo. Dall’altra, il mondo capitalista e liberale, coerentemente alla sua intrinseca natura affine a talune parole d’ordine quali uguaglianza ed economicismo ebbe tutto l’interesse a far entrare nella propria orbita i vecchi comunisti, a trasformarli in progressisti e a rendere la caduta del muro di Berlino come il simbolo del trionfo del capitale e non come invece il trionfo dell’identità sull’omologazione, della tradizione e dello spirito sulla materia e dell’orgoglio dell’appartenenza sullo sradicamento, nonostante fosse ben chiaro ciò che provarono gli europei dell’Est il giorno in cui si liberarono dal cancro sovietico. Il sangue delle rivolte di Budapest e di Praga in quella data trovava finalmente giustizia. E se è innegabile che la povertà era uno dei drammi principali che vivevano le genti dominate dall’URSS, cosa che dal sistema americano potè essere abilmente sfruttata, essendo il sistema del libero mercato si un prodotto del materialismo, ma evidentemente più efficace nel garantire determinati standard di ricchezza, è allo stesso modo innegabile per chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale che la gioia di chi cantava a Berlino sulle macerie del muro fosse qualcosa di radicalmente più profondo che la sterile ricerca di un maggiore benessere economico, a tal punto che a trentacinque anni di distanza quelle stesse popolazioni un tempo represse dai sovietici siano vittime di scherno e di odio da parte dei progressisti, perché riluttanti ad accettare le sovversioni che essi propinano e più legate, pur nei limiti dei loro governi che comunque non sono alternativi al sistema liberaldemocratico e né propositori di teorie economiche e sociali autenticamente nazionalrivoluzionarie, ai principi che oggi vi è chi con ancor più forza del secolo scorso tenta di distruggere. Al netto di quanto fin qui esposto, vi è però da attuare anche un processo di autocritica. Se, dopo l’89, ad essere sconfitto fu solo il comunismo come sistema economico, ma l’altra faccia della medaglia è rimasta intatta e continua a dominare, grazie anche appunto al marxismo culturale, è perché chi aveva da sempre avuto ragione per una serie di cause infinite si sottomise alla narrazione dominante. Dal sogno della rivoluzione, dell’Europa Nazione, tutto un mondo che aveva e ha ancora in sé enormi potenzialità ha iniziato lentamente ad accettare il modus operandi del nemico in quanto a modus cogitandi. Il sogno europeo venne regalato ai nemici atavici dell’Europa che oggi si fanno i paladini dell’unità europea, che per loro rappresenta soltanto lo strumento per tenere intatto lo status quo, ovvero un’Europa sconfitta e “unita” semplicemente dalle ragioni dell’economiscismo. Chi a tutto questo avrebbe dovuto opporsi, ha pensato di rispondere non con l’elaborazione di dottrine rivoluzionarie, bensì per sterile antitesi, rinunciando a ciò che era la sua stella polare e asserendo implicitamente che” se i nostri nemici si fanno promotori dell’Europa, noi allora dobbiamo essere coloro che ambiscono il ritorno ad uno status di divisione europea tra tante nazioni isolate, assecondando ciò che aveva permesso tra l’altro proprio la distruzione di quelle stesse nazioni. Proprio nella mancanza di unità europea, le particolarità di ciascuna componente venivano schiacciate dalle logiche di Jalta nel 1945, esattamente come vengono schiacciate ancora oggi, quando ad essere dominante è la logica messianica di fine della storia e di assoluto nichilismo che molti europei hanno purtroppo interiorizzato e che consente ai nemici dell’Europa di poterla far perire a causa di immigrazione di massa, denatalità, mancanza di prospettive e assenza di voglia di conquista che in buona parte del resto del mondo, soprattutto tra i paesi c.d emergenti, invece, è estremamente presente. A distanza di trentacinque anni dalla caduta del muro di Berlino, però, dobbiamo coltivare una nuova promessa. Alla luce di un quadro che non è assolutamente roseo e ben consci degli errori commessi fino ad oggi, gli europei rivoluzionari e identitari devono rendere giustizia a chi lo scorso secolo spese il proprio sangue per l’unità europea all’insegna della terza via, invertendo totalmente la rotta e approfittando di ogni contingenza possibile, soprattutto se proveniente dal nemico, per fare ciò che questi ha fatto fino ad ora, ovvero convertire ogni occasione in qualcosa di utile al raggiungimento del proprio fine. E solo dall’unità europea e solo dal proseguimento di quelle che furono le aspirazioni del secolo scorso che vi sarà una nuova Alba. E soltanto approfittando della volontà del nemico, che purtroppo oggi è egemone, di unificare maggiormente l’Europa, andando oltre gli egoismi delle singole nazioni, che essa potrà essere poi come noi la vogliamo. E soltanto invertendo lo schema e facendosi promotori di un nuovo progetto imperiale europeo che potrà essere sconfitta la piovra marxista, materialista e progressista che da Ovest e anche da Est continua a tenere noi europei sotto scacco. Come ci insegna il grande Julius Evola, se l’Europa è la prima civiltà ad essere entrata in un processo di decadenza, sarà anche la prima ad uscirne. Non può bastare mezzo secolo di degenerazioni e di tirannia del nemico per seppellire una civiltà che ha alle proprie spalle millenni di solarità e di gloria. La guerra è essenza di tutto, non esisterà mai un momento in cui gli uomini non siano chiamati a dimostrare il proprio valore, e oggi noi siamo chiamati a dimostrare quanto a noi sta a cuore essere alternativa, essere Esempio, ergersi sulle rovine. Soltanto nella disposizione alla lotta, al sacrificio e all’abnegazione, il tutto ovviamente unito a strategia e intelligenza, gli uomini dimostrano di valere e rendono valide le proprie idee, facendo sì che i più ne percepiscano la struggente bellezza. Se si saprà lottare, l’Europa rinascerà, non importa quando ciò avverrà e chi sarà il testimone di tale risultato, a contare per l’aristocrazia rivoluzionaria è sapere di aver combattuto la guerra in tutte le sue declinazioni culturali, sociali, spirituali, politiche e metapolitiche nel miglior modo possibile.

Ferdinando Viola

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